La disinformazione è cosa buona e giusta

La disinformazione è cosa buona e giusta

Articolo e foto di Martino Ciano

L’accumulo di informazione quotidiana serve a poco. Lo si capisce da ciò che si legge, si vede e si ascolta. Notizie che non sono notizie che vorrebbero alimentare dibattiti da cui a loro volta nascerebbero altre notizie. Ecco la catena di montaggio in cui però anche i ruoli si confondono. La verità apparente declamata da operatori dell’informazione è certificata da un consenso che ha radici nel potere. È tutto funzionale al non senso.

La giungla non è un posto in ordine e nessuno vuole provare nell’impresa. Sopravvive quello spirito caotico che si autoalimentata e che cerca nuovi canali di commercio della propria identità. Per questo motivo si può raccontare di un’alluvione con lo stesso entusiasmo con cui si descrive una sfilata di moda. Colpire l’emozione, bucare la pancia. Tutto è commercio; il click è consenso a trasmettere una pubblicità, la volontà di un acquirente convinto di essere in possesso di informazioni utili, vere e di prima mano.

Abbiamo post di Facebook, Twitter, dirette, videomessaggi di persone illustri e di politici spammati ovunque. Opinioni fluttuanti e zeppe di copia e incolla sbagliati all’origine, che vengono date in pasto a un’opinione pubblica che non vede l’ora di indignarsi e di maledire il potere.

Non siamo persone votate all’ottimismo. No, la tragedia piace, ci piace ascoltare ogni dettaglio di uno scandalo. Anche il furto di un pezzo di formaggio in un supermercato di provincia è raccontato come se fosse il tassello di un complotto che vuole ferire a morte il benessere che ognuno di noi si è conquistato con tanti sacrifici.

Quali sacrifici? Quelli della gavetta che sono il simbolo di una schiavitù volontaria sottoscritta a colpi di compromessi. Si dice che con l’età adulta ci si sia guadagnati anche il diritto a essere ipocriti. Ecco, è così. La libertà quindi è anche la scelta di non sapere, di non volere stringere affari con i media, di non aver bisogno a tutti i costi di sapere che cosa succede nel mondo. Esiste anche la necessità di abolire il contradittorio, se banale è la discussione; ma come sempre la peggiore delle malattie, per giunta contagiosa, è la convinzione che tutto sia democraticamente regolato.

Non trovo invece nulla di democratico in immagini che vengono filtrate e montate in sequenza secondo una logica delle emozioni. Forse, vivere ignorando megafoni stonati è l’unica scelta giusta da fare.

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