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	<title>giustizia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Manuale del boia: Duff e l&#8217;arte dell&#8217;impiccagione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/manuale-del-boia-duff-ciano-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 19:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Manuale del boia&#8221; di Charles Duff, Adelphi, edizione del 1998 In Inghilterra, l&#8217;impiccagione dei criminali doveva essere qualcosa di tremendamente serio, visto il modo in cui Charles Duff ne parla nel suo pamphlet. Certamente, il tono è ironico, tant&#8217;è che ci sembrerà di trovarci davanti a un&#8217;apologia della pena [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Manuale del boia&#8221; di Charles Duff, Adelphi, edizione del 1998</strong></p>
<p dir="ltr">In Inghilterra, l&#8217;impiccagione dei criminali doveva essere qualcosa di tremendamente serio, visto il modo in cui <strong>Charles Duff</strong> ne parla nel suo pamphlet. Certamente, il tono è ironico, tant&#8217;è che ci sembrerà di trovarci davanti a un&#8217;apologia della pena di morte, invece siamo di fronte a una dura reprimenda.</p>
<p dir="ltr">Lo stile è tutto e questo libro lo dimostra. Il modo in cui l&#8217;autore ci racconta di questa pratica brutale coinvolge e interroga. &#8220;<strong>Manuale del boia</strong>&#8221; uscì per la prima volta nel 1928, ma l&#8217;edizione che ci propone <strong>Adelphi</strong> è quella del 1948 nella sua forma riveduta e ampliata.</p>
<p dir="ltr">Teniamo conto che in <strong>Inghilterra</strong> la pena di morte fu abolita definitivamente nel dicembre del <strong>1969</strong>, dopo la sospensione decisa nel <strong>1965</strong>. Non va dimenticato però che le ultime esecuzioni ci furono nel <strong>1964</strong>. Questo per quanto riguarda il reato di omicidio, perché per due reati non comuni, quali pirateria e tradimento, fu eliminata solo nel <strong>1998</strong>. Ma se andiamo a vedere, anche in altri paesi europei la sua abolizione è pressoché recente.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> colse una certa passione tutta inglese per l&#8217;arte dell&#8217;impiccagione, nonché per il boia, innalzato quasi a figura mitologica. Il bello di tutta la faccenda è che, da buon giornalista, lui scrisse questo libro non solo per informare ma soprattutto per alimentare il dibattito in maniera intelligente, mettendo in luce paradossi e ipocrisie del caso.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> portò a galla gli studi che gli stessi boia effettuarono affinché l&#8217;esecuzione fosse indolore. L&#8217;obiettivo era che tutto si concludesse velocemente con la frattura dell&#8217;osso del collo e non con un &#8220;<strong>disumano</strong>&#8221; strangolamento. Per avere questo risultato, partendo dal peso del condannato, l&#8217;esecutore calcolava la lunghezza della corda e per quanto dovesse cadere il corpo del criminale.</p>
<p dir="ltr">Logicamente, errare è umano, quindi ci sono state delle volte in cui le cose non sono andate lisce. <strong>Duff</strong> ci racconta di quando, purtroppo, il collo dell&#8217;impiccato non si è spezzato subito, o di volte in cui, a causa del peso eccessivo del condannato, la testa si è staccata dal corpo. Insomma, il &#8220;<strong>Manuale del boia</strong>&#8221; sa come strapparci un sorriso anche parlandoci di dettagli macabri. La cosa che però dovrebbe farci pensare è che non c&#8217;è nulla di inventato.</p>
<p dir="ltr">A modo suo, l&#8217;autore smaschera tutta l&#8217;ipocrisia che si celava in quegli anni e che era caldeggiata dai conservatori. A colpi di statistiche viene pure dimostrato che la pena di morte non fu capace di limitare gli omicidi. Ma al di là di tutto, perché dovremmo leggere questo libro? La risposta è semplice: ancora oggi, nonostante <strong>l&#8217;Europa</strong> abbia bandito la pena capitale, il giustizialismo si abbatte soprattutto sui più deboli.</p>
<p dir="ltr">Non è l&#8217;inasprimento delle pene che cambia la società, ma è la comprensione di determinati fenomeni che spinge a una progressiva emancipazione. La prevenzione ha sempre un suo valore. Se è vero che la pena capitale sia solo un ricordo della storia europea, non si può negare il ritorno di un certo fascino verso &#8220;<strong>il pugno di ferro</strong>&#8220;.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> non risparmia, sempre ironicamente, attacchi feroci ai poteri forti. La forza di libri del genere è che fanno riflettere con leggerezza su temi importanti; pratica che, ahinoi, è caduta in disuso.</p>
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		<title>Caso Garlasco: scrittura e memoria fanno la cronaca, non la realtà</title>
		<link>https://www.borderliber.it/caso-garlasco-scrittura-e-memoria-fanno-la-cronaca-non-la-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 16:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Stasi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Sempio]]></category>
		<category><![CDATA[Garlasco]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio Chiara Poggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un articolo di Giusi Sciortino sul &#8220;caso Garlasco&#8221;, che ha riportato alla ribalta l&#8217;omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell&#8217;agosto del 2007, trasformandolo ormai in una &#8220;ossessione collettiva&#8221; C’è una tensione che attraversa tutto ciò che si scrive, una corda tesa tra due poli: il reale e l’immaginario. Nel caso Garlasco si parla molto di scrittura. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un articolo di Giusi Sciortino sul &#8220;caso Garlasco&#8221;, che ha riportato alla ribalta l&#8217;omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell&#8217;agosto del 2007, trasformandolo ormai in una &#8220;ossessione collettiva&#8221;</strong></p>
<p>C’è una tensione che attraversa tutto ciò che si scrive, una corda tesa tra due poli: il reale e l’immaginario. Nel caso Garlasco si parla molto di scrittura. Il “caso” non è solo fatto di cronaca, ma irruzione dello straordinario che buca la superficie del quotidiano.</p>
<p>La scrittura viene analizzata, presa come prova, ma si sa: il ricordo fissa su carta anche e soprattutto ciò che non si lascia ordinare, quel disordine che eccede la narrazione e ne fa una storia incoerente, seppur avvincente. L’atto dello scrivere interviene come gesto ambiguo, tentando di dare forma all’inespresso, ma nello stesso tempo lo tradisce, perché ogni forma scritta è inevitabilmente riduzione.</p>
<p>Garlasco – come ogni caso diventato ossessione collettiva – non è più soltanto un fatto di cronaca, ma una macchina narrativa che ingloba tutto: indizi, silenzi, diari, omissioni, ipotesi, stralci di reale e virtuale, immagini, persino sogni avvocateschi. In questo frullatore la realtà si frantuma.</p>
<p>È lecito dunque chiedersi: scrivere è controllare il reale oppure perderlo? Entrambe le cose, mi viene da rispondere. Il diario conservato è la forma del trattenere: fissare, archiviare, rendere stabile ciò che altrimenti scivolerebbe via. La confessione, invece – anche quando non esplicita – appartiene all’atto del rilascio.</p>
<p>Tra questi due estremi si apre lo spazio del dubbio, la forma mutevole dell’indizio. L’indizio non è mai neutro: è un frammento che chiede di essere tradotto in racconto, e ogni racconto deforma, semplifica, talvolta amplifica, forza, sottovaluta, ignora. La scrittura non registra soltanto: modifica.</p>
<p>E chi legge si trova a dover stabilire cosa sia vero, ossia osservare come il vero si deformi quando viene trascritto, discusso, reiterato: un’impresa quasi impossibile. Col tempo, ciò che viene registrato smette di essere puro evento e diventa interpretazione in lotta con altre interpretazioni.</p>
<p>Nel caso mediatico, i frammenti sedimentano e cessano di essere cronaca, diventando una struttura mentale collettiva: un luogo in cui si proiettano il bisogno di ordine, l’ossessione per il senso, la paura del vuoto.</p>
<p>Il vuoto è parte del reale, ma lo si dimentica continuamente, come si perdono pezzi di memoria ogni giorno. Forse allora il vero contrasto che la scrittura restituisce non è tra verità e menzogna, ma tra ciò che resta trattenuto e ciò che viene rilasciato e rielaborato.</p>
<p>La scrittura libera un segreto, ma nel liberarlo lo deforma, lo tradisce e lo consuma insieme. In questo movimento continuo tra trattenere e rilasciare, la realtà non è più un punto fermo, ma un’oscillazione: un movimento che non è più corpo, ma racconto. Cronaca nera, talvolta.</p>
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		<title>La misura del tempo: Carofiglio e i cavilli della giustizia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-misura-del-tempo-carofiglio-recensione-falzone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 23:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;La misura del tempo&#8221;. Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019 Una sera tardi l’avvocato Guerrieri ha un appuntamento inaspettato: una certa Lorenza Delle Foglie richiede con urgenza una sua consulenza. Lui è dubbioso; tanti anni prima ha avuto una relazione con una donna molto più grande di lui, che si chiamava [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;La misura del tempo&#8221;. Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019</strong></p>
<p>Una sera tardi l’avvocato <strong>Guerrieri</strong> ha un appuntamento inaspettato: una certa <strong>Lorenza Delle Foglie</strong> richiede con urgenza una sua consulenza. Lui è dubbioso; tanti anni prima ha avuto una relazione con una donna molto più grande di lui, che si chiamava proprio in questo modo. Che sia lei? E cosa vuole da lui? Guerrieri con il suo fiuto da segugio sente odore di grossi guai.</p>
<p>Infatti: “Fece entrare una donna. Era alta, piuttosto magra, capelli corti grigi, e indossava una giacca di pelle un po’ larga, un po’ sformata”.</p>
<p>Lei, profondamente cambiata, gli chiede di assumere la difesa del proprio figlio, in carcere accusato dell’omicidio di uno spacciatore, considerato suo fornitore di droga. Già condannato senza speranza in primo grado, occorre preparare una difesa più accurata e anche più tecnica. <strong>Guido</strong> riuscirà in un compito che si annuncia perdente già dall’inizio?</p>
<p>Incomincia in questo modo: “Una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri della giustizia, insidiosi e a volte letali.”</p>
<p><strong>&#8220;La misura del tempo&#8221;</strong> è proprio questo. Un dotto quanto fascinoso racconto intessuto di giustizia, processi, iter giudiziali. Pagine e pagine con descrizioni di strategie processuali, spiegazioni di cavilli inusitati e poco comprensibili. Non un giallo, <strong>ma la spiegazione di come si costruisce e si mette in pratica una difesa</strong>. Io, cultrice del diritto, l’ho trovato ammaliante.</p>
<p>Lo stile del romanzo è accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno.</p>
<p>Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; è infatti consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c’è come c’è nella vita: <strong>a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più.</strong></p>
<p>La figura dell’avvocato Guerrieri è praticamente viva: <strong>un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo</strong>, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo, Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso e (sono sicura) anche l’autore ha messo moltissimo del suo essere.</p>
<p><strong>L’avvocato Guerrieri</strong> non siamo altro che noi con la toga: noi lettori e oratori che, ogni due per te, buttiamo lì una citazione o un fattarello letto, ascoltato, chissà dove, da chi. Noi che soffriamo di inquietudine notturna e ci ritroviamo svegli alle due e venti del mattino a leggere articoli dai titoli astrusi. Guerrieri parla al suo sacco da boxe come noi parliamo al nostro animale domestico, o alla nostra matita preferita, ponendole dubbi, questioni e attendendo una risposta, fino a sfociare quasi nel patologico, diremmo.</p>
<p>Guerrieri è, essenzialmente, un buono: <strong>pensa e ripensa a come dire di no a qualcuno e poi, alla fine, inevitabilmente dice di sì.</strong> È un personaggio ironico e autoironico, ma guai a dargli del vecchio; si perde in lunghe divagazioni pur di rimandare qualcosa che deve fare; ammette di essere banale, a volte, e di pensare troppo.</p>
<p>Guerrieri è come noi quando riflette su questo tempo che corre, veloce eppure indolente, e che si ripete e sembra non sorprenderci più, ma sa che è ancora possibile lasciarsi stupire: “Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo. Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile”.</p>
<hr />
<p><em>Se ti è piaciuta la recensione di &#8220;La misura del tempo&#8221;, allora </em><strong><a href="https://www.borderliber.it/dicker-animale-selvaggio/">clicca qui e leggi anche &#8220;Un animale selvaggio di Joël Dicker&#8221;</a></strong></p>
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		<title>Vincent deve morire. Stéphan Castang e la violenza post-moderna</title>
		<link>https://www.borderliber.it/vincent-deve-morire-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 23:02:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Noir]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[thriller]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Gianni Vittorio. La foto in copertina è la locandina del film &#8220;Vincent deve morire&#8221; di Stéphan Castang Un grafico inizia ad essere aggredito da uno stagista nel luogo di lavoro senza un apparente motivo. Il giorno successivo verrà ferito al braccio da un altro collega. Inizia così per Vincent un calvario fatto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Gianni Vittorio. La foto in copertina è la locandina del film &#8220;Vincent deve morire&#8221; di Stéphan Castang</strong></p>
<p>Un grafico inizia ad essere aggredito da uno stagista nel luogo di lavoro senza un apparente motivo. Il giorno successivo verrà ferito al braccio da un altro collega. Inizia così per <strong>Vincent</strong> un calvario fatto di paranoia, paura del prossimo, alienazione e follia. Metafora della società post-moderna, simbolo dei tempi frenetici che stiamo vivendo. La violenza è una reazione alla vita nervosa e angosciante che caratterizza i nostri tempi.</p>
<p>Ciò che scatena l’atto di violenza inflitto a <strong>Vincent</strong> è lo sguardo, che può essere interpretato come il riflesso di ciò che ognuno riceve da se stessi. Chi commette aggressioni e vessazioni verso gli altri lo fa con gli stessi strumenti che utilizzano i pubblicitari per vendere prodotti. Il nostro orrore è stato comprato, ci nutriamo di immagini che proiettano violenza e guerra, tutto questo ci porta verso due direzioni: o l’assuefazione e l&#8217;annichilimento, oppure si reagisce commettendo gli stessi atti di violenza riflessi nelle immagini che vediamo negli spot.</p>
<p>L’abbrutimento morale del mondo attuale ci rende passivi nei confronti del prossimo. Ancor peggio, nella quotidianità ci fa sembrare normali (e plausibili) le guerre e il male (inteso in senso lato) ai quali assistiamo come spettatori non protagonisti. <strong>&#8220;Vincent deve morire&#8221;</strong> è un film che sa inquietare, insospettire e che diventa cartina di tornasole di una condizione che sembra essersi ormai radicata in quelle quasi inavvertibili piccole violenze quotidiane che si scatenano, improvvise e ingiustificate, a segnare di sangue la nostra quotidianità (<a href="https://www.sentieriselvaggi.it/vincent-deve-morire-di-stephane-castang/">citazione da sito</a>).</p>
<p>Il regista <strong>Stéphan Castang</strong>, giunto al suo primo lungometraggio, mescolando diversi registri stilistici, passando dal <strong>thriller alla commedia nera</strong>, toccando anche il <strong>distopico</strong>, riesce molto bene a trasmettere un senso di ansia e alienazione mettendo lo spettatore di fronte a un grosso interrogativo: <strong>la società digitale è avviata verso un percorso irreversibile, fatto di violenza e paranoia?</strong> Oppure siamo ancora in tempo per porre un freno all’incubo a cui siamo destinati? Forse l’unica salvezza è la fuga.</p>
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		<title>Giurato numero due. &#8220;La giustizia è verità?&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giurato-film-eastwood/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2024 23:03:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Colpevole]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Giurato]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Innocente]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Gianni Vittorio. In copertina un particolare della locandina del film &#8220;Giurato numero due&#8221; tratta dal web Clint Eastwood non finisce mai di stupire. Come il vino, invecchiando migliora. Infatti il maestro ci regala ancora un&#8217;ennesima perla della sua vasta filmografia. Stavolta ritorna al legal thriller/dramma giudiziario. “Questo sistema per quanto imperfetto è la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Gianni Vittorio. In copertina un particolare della locandina del film &#8220;Giurato numero due&#8221; tratta dal web</strong></p>
<p><strong>Clint Eastwood</strong> non finisce mai di stupire. Come il vino, invecchiando migliora. Infatti il maestro ci regala ancora un&#8217;ennesima perla della sua vasta filmografia. Stavolta ritorna al legal thriller/dramma giudiziario.</p>
<p><em>“Questo sistema per quanto imperfetto è la nostra migliore possibilità di trovare una giustizia&#8221;</em>. Cosi inizia<strong> &#8220;Giurato numero 2&#8221;</strong>. Tutto gira attorno al concetto di giustizia e alle sue tante sfaccettature.</p>
<p><strong>Cosa vuol dire veramente giustizia? Giustizia è verità?</strong> Il senso di colpa che affonda sull’animo umano ci fa riflettere sull’impianto giudiziario imperfetto degli Usa. Siamo capaci di giudicare un uomo processato per omicidio? Il regista lavora per sottrazione, noi sappiamo già dopo pochi minuti chi è il vero colpevole, ma quello che interessa davvero è riflettere sul senso morale della giustizia.</p>
<p>La prima inquadratura è magnifica. Dopo i titoli di testa, che mostrano la <strong>Dea della Giustizia</strong> bendata con la bilancia in una mano, osserviamo il volto di un&#8217;altra donna, anche lei con la benda sugli. È la moglie di <strong>Justin Kemp</strong> <strong>(il giurato n.2)</strong>, che sta per avere un bambino da lui. Un gioco di simbolismi che si ripeterà fino alla fine rendendo circolare l’intera narrazione.</p>
<p>Si gioca sempre sull’elemento di visibile e invisibile, ciò che è evidente e ciò che è nascosto. L’originalità del film sta proprio nello stringere il focus sul protagonista, giurato antieroe, e il suo stesso dilemma: confessare di aver commesso lui il delitto oppure sottrarsi alla giustizia, facendo in tal modo condannare un innocente?</p>
<p>Con una regia accompagnata da una fotografia limpida (alternando interni ed esterni con una sapienza registica di alto livello) <strong>Eastwood</strong> ci fa entrare nella psicologia di coloro che compongono la giuria, facendo crollare gradualmente le certezze che avevano, basate soprattutto su preconcetti e stereotipi (il soggetto bullo e disadattato prototipo del colpevole). Il film diventa così un atto di accusa nei confronti del sistema giudiziario americano, talmente fragile da far prevalere i nostri pregiudizi sulle prove concrete (ad esempio, non si troverà mai l’arma del dell’omicidio).</p>
<p>Incredibile il finale apparentemente sospeso (l’incrocio di due sguardi tra Justin e il pubblico ministero) come se fosse una condanna anticipatrice di un (possibile) verdetto di colpevolezza. L’ambiguità di fondo di <strong>Justin</strong> lo fa diventare insieme giustiziere e colpevole, e questo lo condurrà in un vicolo cieco senza possibilità di redenzione. Il dramma dell’individuo diventa dramma della nazione.</p>
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