Sub Immersione

Sub Immersione

“Sub Immersione” è una racconto di Napoleone Dulcetti. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale

Così, ho remato fino al posto consigliatomi da zio. Qui il fondale scende a otto metri o poco più. Fermo e lego la barca a remi di mio padre vicino ad uno scoglio dell’Isola della Balena, ecco, qui andrà bene. La cintura con i pesetti è al suo posto, devo appesantirmi se voglio scendere. Ho passato tutto l’inverno ad allenarmi per riuscire a rimanere in apnea, avrò circa 3 minuti. Per ogni evenienza porto comunque con me la bomboletta di emergenza, spero non servirà. Sono pronto.

Il mare mi inghiotte, una spirale fredda abbraccia le mie viscere, più scendo più i miei peli e capelli si allungano verso la superficie trasparente come filamenti disperati. La temperatura cala e questa volta il mio corpo non gradisce il cambiamento, un brivido mi scuote, mi aggrappo alla cintura, cerco di afferrare la bomboletta, qualcosa non va, è il panico.

Tocco il fondale, affondo i piedi nella certezza solida di un miscuglio di sabbia e pietruzze, sollevo una polvere marina che offusca tutto. Non vedo più nulla, non sono più nulla.

Apro gli occhi, privo di ogni certezza, non ho più gli occhialini, la bomboletta, la macchina fotografica, sono spoglio, seduto, su un fondale grigio che tende al bianco. L’acqua è calda, sto bene, ipnotizzato dalle tinte di blu che mi avvolgono.

Una verdesca in lontananza nuota freneticamente, spero non mi veda, ho paura, cerco il fondale con le mani, qualcosa di metallico appare, afferro un orologio da taschino logorato dai secoli. Le lancette non ci sono ma i numeri romani brillano come nuovi. Sul vetro si rispecchia il mio volto da bambino, un ombra alle mie spalle mi spaventa, mi volto, nulla. Torno all’orologio, rispecchia un viso pieno di rughe, cerco di scacciare via l’angoscia. Mi alzo e scandaglio come un radar della seconda guerra mondiale il blu cobalto che in lontananza diventa sempre più scuro, quasi nero.

Affondo le mani nella sabbia, stacco via qualcosa, è una mela divorata dal peccato, noto la forma di alcuni denti nella polpa marcia, la getto via schifato, qualcos’altro trafigge le dune grigie, un pugnale arrugginito. Mi siedo, una corrente marina fredda graffia le gambe, il tempo sta per scadere.

La verdesca, di nuovo, riesco a vedere i suoi occhi, pieni di odio, di sangue, di istinto, di fame. Insegue qualcosa. Conosco quella creatura che fugge, una sirena dai lunghi capelli rosso fuoco, la stessa che mi aiutò a tornare in superficie quando caddi per sbaglio da bambino in acqua durante una battuta di pesca con mio padre. Non era questo il posto?

La sirena mi fissa, è lontana ma il suo sguardo arriva dentro i miei occhi, indica il fondale. Scavo tra la sabbia, una conchiglia, è vuota. Appoggio la voragine all’orecchio “ Salvami, chiama i ragazzi, salvami!” Faccio come richiesto.

La verdesca viene trafitta da una lancia da pesca, è il colpo preciso di uno dei due tritoni giunti in aiuto. Ho già visto quei volti, sono due pescatori ,due teenagers che conoscevo molto tempo fa. Mi sorridono, indicano la superficie e scappano via, spariscono nelle caverne sommerse dell’Isola della Balena.

Alzo lo sguardo, la luce bianca del sole balla sulle acque, scintilla, riesco a fissarla, mi ipnotizza. Getto via la cintura e comincio la risalita. L’acqua è una pozza calda che mi da sollievo, un fischio lontano fugge dai miei timpani e il battito del cuore pervade l’atmosfera, il mio corpo prende velocità, emergo, la luce accecante mi respinge. La calura estiva brucia la pelle aperta dalla salsedine.

Non so cosa provo. Torno alla barca.

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