La figlia oscura: una madre sul binario della mezza età

Articolo di Rosanna Pontoriero. La protagonista de “La figlia oscura” di Elena Ferrante è una classica donna consumata da una maternità critica, che vive ormai lentamente
Quanto sono vissute le donne di Elena Ferrante. Umane, troppo umane, persino eroiche nel loro umanismo quotidiano, nei pensieri più frequenti, sebbene censurati, perché dobbiamo, a tutti i costi, apparire diligenti. Così ci insegnano e sin da subito ci abituiamo alla menzogna, persino con noi stesse, a fare i conti con una frustrazione da nascondere sotto il letto. In Leda, protagonista di “La figlia oscura”, si vedono i ritratti di tutte le madri che si incontrano al supermercato, all’uscita delle scuole, nelle tipografie, ferme in macchina. Appartate in un silenzio sacrificale, che vorrebbe essere una fuga, un urlo, una corsa, magari anche breve. Leda possiede e descrive quella strana sensazione dell’imbarazzo con noi stesse: la vergogna di non provare abbastanza dolore. E il perché lo sapete bene: ci hanno sempre ripetuto che il sacrificio viene prima di ogni cosa, che più infelice, accorata, lontana dai tuoi sogni sarai, più brava e meritevole risulterai. Detto così può sembrare paradossale, ebbene, è un meccanismo banalissimo: siamo socialmente predestinate alla demoralizzazione e al pensiero sminuente.
Leda è una insegnante divorziata, dedita alle figlie e al lavoro di ricerca. Le ragazze partono per raggiungere il padre in Canada e la donna si prenda un periodo di svago, lentezza, solitudine rigenerativa. Una vacanza in un paese del sud Italia, nel quale conoscerà una famiglia disfunzionale, pericolosa, che anticipa personaggi e dinamiche de “L’amica Geniale”, “La vita bugiarda degli adulti”. «Per la prima volta in quasi venticinque anni avvertii l’ansia di dovermi curare di loro. (…) La distanza mi metteva nell’impossibilità fisica di intervenire direttamente nelle loro esistenze, l’esaudirne desideri o capricci diventò un insieme di gesti rarefatti e irresponsabili, ogni richiesta mi sembrò lieve, ogni incombenza che le riguardasse una abitudine affettuosa. Mi sentii miracolosamente svincolata, come se un’opera difficile, giunta infine a compimento, non mi gravasse più addosso».
La partenza di Bianca e Marta cambia la quotidianità di Leda, ce lo racconta con naturalezza: «Comincia a lavorare senza la scansione dei loro orari e delle loro necessità. (…) Cambiai in fretta nei modi, nell’umore, nella stessa apparenza fisica. (…) In pochi mesi riebbi il corpo magro che avevo avuto da giovane e provai una sensazione di forza mite». A quarantotto anni Leda sperimenta una liberazione umanamente comprensibile: ha impiegato buona parte della vita a dare, esaudire, risolvere. Sulla maternità non ci risparmia la sincerità che serve per essere consapevoli, è una costante nella letteratura di Elena Ferrante, la scrittrice delle demistificazioni, lontana anni luce dalle narrazioni di rito. Il cui occhio è una ombra dietro i gesti fintamente radiosi che ci distinguono. Nel segreto delle case avviene di tutto: «Ero desolata in quegli anni. Non riuscivo più a studiare, giocavo senza gioia, mi sentivo il corpo inanimato, senza più desideri». La vita di Leda correva tra Marta e Bianca, da un pianto all’altro. Sicché non si è disciplinata da sola, imparando a essere presente solo se la volevano le figlie e a parlare se glielo chiedevano. Rimaneva, per molti versi, una alienata.
La vacanza della protagonista al mare è poco dinamica, ma accadono molte cose nella sua testa. E soprattutto, riesce a rivedere criticamente il vissuto, a riflettere su matasse affettivo – familiari, grazie alla conoscenza e fine osservazione di una famiglia invadente, intrusiva e tristemente patriarcale, nella quale la giovane Nina, mamma di una bambina piccola, rischia di rimanerne sacrificata, martirizzata. Nina è nel pieno di un crisi vivente, tagliente, Leda sa di cosa si tratta, quantunque la situazione della giovane sembri fisicamente in pericolo. Rivela Nina alla protagonista con sconforto: «Non so niente e non valgo niente. Sono rimasta incinta, ho partorito una figlia e non so nemmeno come sono fatta dentro. L’unica cosa che desidero è scappare». Il finale di “La figlia oscura” non ve lo svelo, anche perché è abbastanza aperto. Rimane una narrazione straordinariamente spogliante, scottante e limpidamente giornaliera e per ciò, ombrosa e rivoluzionaria.
