Sole a stella chiù vicina

Sole a stella chiù vicina

“Sole a stella chiù vicina” è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto di Costabile Giannella

Violante, professoressa di lingua e cultura italiana al Liceo classico Attilio Bartolucci di Napoli, resta immobile dietro la cattedra, lo sguardo fisso su Sole. Non le è mai piaciuta quella ragazza zenzulùsa vestita come un pagliaccio e costantemente sulla difesa, cumm s’aspettass d’essere scriteriata e s’appreparass a dispiettarla.

Ci sta pure che a scuola è brava. Intuitiva e pronta, prima della classe senza alcuna fatica, nata intelligente pure se strampalata. Violante deve rassegnarsi, capire ca pazzi e criatur, Dio l’aiuta. Sole c’arricurda la sorella Clelia, in manicomio da anni che riempie quaderni e muri di formule e figure geometriche, preferendo il viola a ogni colore. Lapis e pennarelli li vuole tutti color melanzana, guai se no, s’arruvuta l’ospedale e le devono iniettare il Limbytril per calmarla. Con quello dorme due giorni e il personale s’arripusa pure iss.

Violante ricorda le parole della madre. Per campare ci vogliono amore, ironia e pazienza (pensiero filosofico partenopeo) sentimenti che lei non tiene dato che nei quartieri spagnoli, tra muri grigi e sgarrupati, ha conosciuto miseria, sfurtuna e guerre. Violante s’è imparata a campare come una lucciola tra i veleni. Ha studiato e s’è guadagnata una cattedra che mantiene lei e Clelia in una Napoli indiscreta e puzzolente, perennemente contraddittoria e confusa.

Equilibrio per lei è na parola complessa, barcolla mentre la vita le mette dentro anni, responsabilità e pure cazzimma, la parte criminale ereditata dal padre in galera per omicidio di primo grado. Si sistema gli occhiali sul naso adunco e torna a Sole, si chiede perché abbia messo sul capo quella retina gialla che trattiene i capelli lucidi e neri simili a nu capitone appena pescato.

La osserva mentre sottolinea con un pennarello giallo alcuni passi dell’Odissea. Prova invidia per quell’interesse che a lei non è venuto mai naturale. Dalla finestra spalancata lo scirocco preannuncia ca staggion sta per arrivare. Tre mesi di solitudine, per compagnia sulament libri, compiti da correggere e qualche visita a Clelia per non dimenticarla.

A Sole ci piacciono gli outfit sluccicosi: pajette, perline, plastic acculurat… tutt chell che fa luce. C’arricurdano che si chiama Sole, a stella chiù vicina, nome che quàccheduno le ha dato pure se amprèss amprèss dopo averla partorita inta na stalla scura, ncopp a na paglia rossa, sanghe ra mamm.

Nu bigliett inta a nà cupertell e lana misera, tutto dorato pure se è maggio con scritto Buon natale e felice anno nuovo e sotto cinque parole scarabocchiate: a creatur si chiama Sole. Ilde e Graziano l’hanno subito amata ch’è poca cosa, forse più adorata. Sole ha riempito i loro cuori di luce, vento, aurore ridenti. Un soffio di vita tra le foglie nere del disagio esistenziale di quei due sopravvissuti.

Ilde, con i suoi abitini puliti e poveri, ha lasciato l’orfanotrofio a diciotto anni per lavorare nella sartoria dei Trevisini, gente che mai s’incurva, perché castellani di denaro. L’hanno piazzata come un manichino a un tavolo nero d’ebano con i cumparielli suoi: aghi d’ogni misura, forbici, gessetti, ditali, spagnulett r’ogni culor, stoffe scintillanti.

Ci hanno accunzato nu giaciglio ncopp e stoff antiche, chell che nessuno vuole chiù perché fuori moda e là ci dorme perché una casa non se la può permettere con i quattro soldi che guadagna. I fratelli Trevisini la violano l’anno dopo nello stanzino senza finestre delle stoffe pregiate, appulizzandole il sangue con uno scampolo di seta. Lo fanno a turno: prima il minore per apprepararlo alle femmine, poi il maggiore ormai scafato e brutale.

Stu segret te lo devi tenere in corpo. Guai a te se lo sveli a qualcuno!

Accisa prima ancora di crescere, Ilde continua a lavorare per bisogno e pecchè a vita pure se sfrantuma poi ti può aggiustare, si tratta di resistere comm l’aquilone che c’ha regalato Graziano il tappezziere al compleanno, fatto di canapa gialla e nastri azzurri che nelle giornate di vento vola fino in Paravis. Lo ama Graziano che la rassicura e la conforta con occhi scintillanti pure se tiene trent’anni più di lei. Gli racconta della violenza, lui la sposa senza fiatare e se la porta via.
Figli non ne arrivano, ci sta mistero nel creare, pure se due si amano appassionatamente e sono sani, l’universo non li accontenta.

Ci vuole tempo che non hanno p’addiventà genitori e quando il Tribunale dei minori ci appropone Sole, magrulell e picciàtusa, se la portano a casa e sulla culla ci mettono un carillon con lune e stelle perché già sanno che Sole alluminerà a vita loro.

Violante si reca a messa ogni domenica e non lo fa per fede. Indossa l’abito di tulle nero, un foulard amaranto e le scarpe con tacco dodici. Siede davanti, sulla panca antistante l’altare e fa l’amore con don Gabrio, il sacerdote giunto da Nairobi nel dicembre dell’anno prima. Ne ammira il corpo statuario, la pelle di velluto nero, lo sguardo provocante e sente le fiamme salirle al cervello corrotta dalla bellezza e dalla voglia di possederlo. Non ha mai amato, lo fa ora a quarant’anni silenziosamente, adorando il parroco come foss nu sant.

Più di una volta spossata da quella manìa, cerca di lottare contro i demoni che l’attanagliano, ma a vincere so’ loro e maledetta da Dio entra nell’abisso e non ne esce più. Imbrunisce e Napoli s’acculora. Penombre, luci, tinte indefinite scorrono in ogni dove, l’auciedd int a l’aria nfosa trillano e Clelia si perde nel cielo dietro le inferriate grigie. Ha una piccola bambola color viola che ninna come na picciredda, toccandole il nasino di pannolence. È lucida e cerca la casetta che la ospitava prima che impazzisse. Con il pensiero la vede, i grandi alberi la ombreggiano, è tinta d’azzurro il colore preferito da Pasquale l’innamorato suo, sui davanzali vasi con gerani e violaciocche. Ci sente le strilla di Giulietta dalla culla e le viene da svenire.

Allora ricomincia dall’inizio quando per strada incontra Pasquale mentre accaldato beve acqua sulferegna. Si guardano ed entrano int a na nuvola d’amore tagliata in due da un raggio di sole. Pasquale Cassari appartiene a una famiglia importante di Caserta che per il figlio tengono n’affetto sprupusitato e progetti d’avvenire suntuosi e lungimiranti.

A Clelia non permettono neanche di varcare la soglia di casa quando il figlio s’appresenta per mano alla guagliona nullatenente e scurfanìella. Arrivano giorni bui nei quali non potersi vedere, accire o core a tutti e due. Per stare insieme decidono di ricorrere alla “fuitina” in una domenica di fine novembre. Inta na casarella abbandunata stendono una coperta a terra e ci lasciano ammore e allerezza.

I carabinieri s’appresentano a mezzogiorno e si rubbano a Pasquale. Clelia torna da Violante che la chiama zòccola e arruvinafamiglie. La chiude a chiave inta stanzulella e la giovane passa mesi a piangere e a chiamare Pasquale finché chist nun arriva e se la porta via. S’affittano na casarella davanti al mare. Clelia in attesa di un bambino cuce e ricama per tutto il paese. Pasquale naviga sui pescherecci di notte per agguadagnarsi qualcosa. Ci stanno solo loro e la felicità. Da lontano il Vesuvio fuma come nu viecch arràggiat.

Clelia partorisce a primavera. La creatura vede prima le braccia di Violante, poi quelle della madre. È bellell assaìe con il vestito lilla cucito da Clelia durante la gravidanza, ha gli occhi ammaliatori di Pasquale e i capelli color cannella della madre, due manine che si attaccano al seno con devozione. A dicembre, poco prima di Natale la favola finisce.

Pasquale per agguadagnarsi qualche soldo in più, esce in mare cu na tempesta rùgnusa e il mare nella notte cupa se lo piglia sotto il balenìo dei fulmini e non lo restituisce più. Clelia impazzisce. Di notte cammina e siede sugli scogli aspettando che il mare ce lo riporti l’amore suo, mentre le onde spumanti e minacciose raccontano tutt’altro. Il Vesuvio da lontano chiagne e singhiozza.

Ci sta una crisi che allarma Violante. Giulietta piange e la sorella si dimentica di nutrirla. La bimba perde peso e si ammala. Si sente obbligata a chiamare i Cassari che si prendono la nipote, fanno interdire Clelia e da lì tutto precipita.

Sole ha le idee confuse sull’amore. Ilde l’ha appreparata male perché ci parla di api e fiori, di mici accalurati, di aspettare che è presto. Lo capisce l’ammor quando al mercato accatta bracciali e cullane da Fosco ch’è sluccicoso come lei e tiene orecchini anche nel naso, catene sull’ampio torace, cinte borchiate sui fianchi.

Lui quando la vede ci canta E allora resta, resta cumm me, resta resta cumm me, qui sul mio cuore e Sole s’innamora di lui e pure di Pino Daniele. Le scuole son finite e lei è stata promossa a pieni voti. La staggione è un turbinìo di cerimonie, è allerìa, caldo e si va al mare. Partirà a breve per Procida dove ogni anno Graziano e Ilde cercano refrigerio in un appartamento in riva al mare.

Ce lo vuole dire a Fosco, ma lo vede ciancìare con Isabella e ci passa la voglia. Se ne torna stizzita verso casa passando davanti a na chies piccirella e sentendosi accalorata, entra e s’assetta nella panca in fondo dopo essersi fatta il segno della croce immergendo la mano nell’acquasantiera. La professoressa Violante entra all’improvviso. Con il vestito rosso scollato e i tacchi, fatica a riconoscerla e ci scapp na risata. Tra le mani un ventaglio in pizzo nero che sbentulià a tutta forza sul viso appuntito. La vede entrare in sagrestia. Dalla tenda schiusa due mani scure si appoggiano con cunferenza sulle natiche scese, poi un bisbiglìo confuso e Violante non ci sta cchiù. Copp e panche na scia di Narciso Rodriguez s’ammescula cu l’incenso.

Sole s’arricord l’amor profano quello scabroso al quale ha appena assistito tra la professoressa soia e il prete di colore e tiene un motivo per scurniàrla chella finta santa.

A Giulia i botti non piacciono, ama solo i bengala che fanno le stelline senza rumore. E’ ferragosto ed è festa grande sulla collina di Posillipo e Castel dell’Ovo da lontano, sembra un dipinto. La nonna le ha fatto indossare un vestito di pizzo bianco e un cappello di paglia con fiori gialli, le ha lasciato sciolti i lunghi capelli ramati che l’afa estiva arriccia e scompone. Ha dieci anni e se ne va a zonzo per i giardini di Villa Cassari chiedendosi perché ha una madre che non le permettono di vedere. La foto con il viso di Clelia l’ha trovata in un cassetto della scrivania del nonno, dietro scritto “Sappi che ti amo pure se non mi vedi accanto a te. Ci sarò sempre a proteggerti” firmato tua madre Clelia.

È una foto che puzza di medicinale, si chiede perché, poi sulla busta che la contiene legge CENTRO DI SALUTE MENTALE SANTA DINFNA – NAPOLI e si scura in volto.

L’estate è finita. Settembre porta il fresco, le prime piogge rendono lucidi i sampietrini delle strade, qualche spiro di vento appulezz l’aria, l’addore e mare si fa chiù forte. Si torna a scuola: ultimo anno di liceo. Nelle aule si respira aria di colla e legno stantio. Sole ha messo in croce Ilde e si è fatta cucire una camicia rossa con sopra perline d’ogni culore.

La indossa sopra a nu jeans strappat e senza forma. I capelli li ha intrappolati in un basco arancione che luccechèa comm nu girasol. Incontra lo sguardo schiattùso di Violante e ci fa l’occhiolino comm foss l’amica sua. Quella si aggiusta le lenti sul naso e le fa cenno di sedersi. Sole si avvicina e le sussurra piano “Puttana!” Violante si sente svenire.
E femmene so vendicative e nun s’arriposano mai, chest è a verità. E poi difficile spiegare il rispetto alle nuove generazioni se chell vecchie nun l’hann capìto.

È un mese che Clelia è tornata in sé. Le hanno tolto gli psicofarmaci, le sedute analitiche e pur la bambola di pezza. Adesso lavora in cucina e ripara tovaglie e lenzuola stracciate. Scrive tutti i giorni su di un quaderno, disegna la figlia e Pasquale. Il dolore s’è fatto chiù piccirill e mò se vuole vedere Giulietta s’adda spiccià a guarire.

Violante le fa visita spesso e sedute in giardino in mezzo a cascate di giacinti, parlano di mille cose e si rivogliono bene. Quando Clelia torna a casa, pur se ci stà a paur, decidono di riprendersi Giulia. Violante si allontana dal peccato e prepara una lettera per Sole, ch’è chiù e na lettera, è na storia poco allèra di lei e chella sòra sfurtunat.

— Nonna perché mi hai detto che la mamma è morta?
Grazia Messeri si sente svenire, si appoggia allo stipite della porta per non cadere, s’ammutisce perché parlano gli occhi appaurati al posto suo davanti allo sguardo severo della nipote e il viso di Pasquale che smorfieggia da una foto sulla parete dell’ampio salone, le mette addosso cento anni. Il disgusto per quel che ha fatto, le fa pensare che la morte adesso, sarebbe na bella cosa.

Cinque anni dopo

È Natale e nel parco di Villa Messeri hanno appriparat n’abete chino e luci. Gli angeli di pietra ai lati dell’enorme cancello smorfieggiano alle rose argentate che non hanno mai smesso di fiorire. Il Vesuvio è incipriato di bianco e finalmente si sta zitt e non murmulìa. L’aria è fresca e l’addor e cib arriva chiù fort dalle cucine della villa. Addor e pasta fresca, basilic, carn arrustùt, cafè e struffoli con miele.

Cristo è nato n’ata vota e lo sono pure i protagonisti del nostro racconto e figuriamoci se la sottoscritta non trovava il giusto finale a na storia che pure se appucundrùta e drammatica poi s’dda riscattà, se no a chè serve scrivere?

Dentro al salone ci sta na tavola appreparat a festa. Candelabri in argento, porcellane e cristalli ci gettano sopra una bella luce. Clelia e Giulia sistemano sullo scintillante albero di Natale le palline con i nomi di ciascuno. Le ha decorate Sole, sluccicose e coi colori giusti: rosso amore, argento eleganza, oro luce. Per l’occasione si è fatta cucire da Ilde un vestito di velluto rosso lungo fino alle caviglie, sui fianchi una fusciacca verde smeraldo e indossa un paio di camperos neri e lucidi.

Violante la guarda con tenerezza e si rammarica per averla pensata sconsiderata e scellerata quella donnina che dalla lettera in poi l’ha sostenuta e ammorbidita. Guarda attentamente anche Grazia che abbraccia la sorella e la nipote con affetto e si meraviglia di come gli eventi possano cambiare e le vite rifiorire. Non crede ai miracoli ma a un riscatto dal dolore quann a chist se rice basta, quello sì.

Ilde e Graziano la invitano a sedere accanto a loro. Sono una famiglia anzi come afferma Sole “di troppa famiglia” e le famiglie s’hann vulè bene pure se in agguato ci sta nu passato malament e dolori non ancora assopiti. Chell ca s’adda capì è che chiù dei cromosomi e la consanguineità ci stanno comprensione, fiducia, rispetto e pure accettazione. Chell che s’adda capì che il gentilìzio è un debito d’amore e che…

All’improvviso na farfalla bruna si appoggia al sorriso di Pasquale sulla parete, pare che il giovane dica:” Basta penziamènti, siete fortunati! Qua sopra non si è poi così felici! Quando sono partito ho lasciato le cose a metà e mi sono chiesto se ce l’avreste fatta ad accuncià ogni cos, ma forse a man e Dio è proprio chest, un respiro profondo e segreto che aggiusta le cose.”

Sole afferra la chitarra e pensa a Nico che come lei brilla e le vuole bene.
La voce morbidamente esce e avvolge ogni cosa.

Ma basta ‘na jurnata ‘e sole
E quaccheduno ca te vene a piglia’
Ma basta ‘na jurnata e sole
Pe’ pote’ parla’

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