Quattro Apocalissi: le rivelazioni di Domenico D’Agostino

Recensione di Riccardo Sapia. In copertina: “Quattro Apocalissi” di Domanico D’Agostino, Qed Edizioni, 2024
La storia di “Quattro apocalissi” è ambientata nelle campagne calabre, in un periodo che non va oltre la metà del seicento. Il narratore racconta di essersi ritirato in questo casolare, appartenente sin da tempi remoti alla sua famiglia. Circondato da libri e da tanti animali decide, così, di affrancarsi dalla vita cittadina e dedicarsi alla natura e alla contemplazione.
Una fredda e umida notte di marzo, non udendo gli animali che solitamente accompagnavano le notte coi loro versi, si diresse subito fuori e si accorse che erano scomparsi tutti: il gallo, le pecore, persino l’asina. Con un mantello sulle spalle iniziò quindi a camminare nel bosco, non senza difficoltà, fin quando attraverso un pertugio vide qualcosa di spettacolare: decine, centinaia, forse migliaia di animali di tutti i tipi e di tutte le razze riuniti su una grande radura. Ma la cosa che più lo sconvolse fu che tutti parlavano la lingua dell’uomo, la sua lingua.
A un tratto, dal mezzo di un rumoroso mormorio, prese la parola il Gallo. Questi, notoriamente simbolo tradizionale della veglia e del “richiamo” alla dimensione sacra, ricordò, per prima cosa, quando tutto ebbe inizio, nel giardino dell’Eden, dove la convivenza era nel pieno rispetto l’uno dell’altro e dove l’unica fonte di sostentamento era fornita dalle piante di cui la terra era ricca.
Dopo questo breve prologo, espose il motivo per cui avevano deciso di riunirsi: avevano saputo che era in arrivo un’altra apocalisse, come se non peggio di quella della grande pioggia, che aveva spopolato la terra sterminando tutte le razze degli animali, uomini compresi. Il dilemma su cui si sarebbero dovuti interrogare era se fosse o meno il caso di avvertire gli uomini di questo evento catastrofico che li avrebbe di lì a poco colpiti.
Seguirono quattro lunghi discorsi, che vennero tenuti ognuno da parte di un animale diverso, simbolicamente rappresentativo di valori che hanno da sempre influenzato e regolato le relazioni interpersonali.
La prima parole la ebbe la volpe, la quale incarna l’astuzia e l’ingegno politico (ma anche una certa freddezza calcolatrice), la seguì a ruota l’Upupa che per eleganza si distingue da tutti gli altri animali. Fu, allora, la volta dello sciacallo, il quale non nascose il suo scetticismo sulla questione, non senza un certo cinismo. L’ultima parola appartenne, infine, al pesce, una figura inattesa ma che rappresenta la saggezza più autentica e misurata.
La paura maggiore, ovviamente, era palesarsi animali parlanti alle orecchie umane. Loro che da tempi immemori ne avevano, per timore e sudditanza, dovuto fare a meno della parola e che la storia, da che la si è potuta documentare, non ha mai registrato un passato di animali parlanti, avevano una notevole paura dell’eventuale reazione dell’uomo davanti a questa nascosta abilità. Tant’è che nel silenzio, interrotto qua e là da specifici versi dei vari esemplari, avevano convissuto insieme dalla notte dei tempi.
Quattro apocalissi: il principio della parola
Perché la parola, dopotutto, credo possa essere la più potente tra le strumentazioni de la Vita e, in modo simultaneo, la più inutile, se non accompagnata d’altro.
Il genio dell’autore è innanzitutto stilistico. D’Agostino utilizza una lingua volgare, presa in prestito dal lontano mondo in cui ha deciso di ambientare il suo romanzo. Con pertinenza ed esattezza svolge i pensieri dei protagonisti con parole non più di uso corrente ma che abbiamo più o meno tutti incontrato nei nostri testi letterari scolastici.
A questo va aggiunto l’uso di un’annosa contrapposizione uomini-animali per esprimere il suo pensiero sull’inutilità della ricerca di una qualsiasi soluzione al dilemma, poiché alla fine l’apocalisse arriva, arriva comunque, ma non dal cielo, arriva dritta dritta dalla terra, da se stessa, dalla cattiveria innata ma altrettanto imprevedibile della iena la quale inizia a divorare gli altri animali.
L’irruzione finale della Iena, con la sua ferocia imprevedibile, chiude il cerchio e smaschera il vero eventus apocalyptici: non un diluvio dall’alto, quindi, ma una carneficina interna, figlia della “cattiveria innata”. L’apocalisse “non dal cielo” è metafora della distruzione auto-inflitta.
Una visione altrettanto apocalittica, dunque, quella dell’autore, che da bravo topo d’archivio, come una quinta all’intero racconto, costruisce la storia di un manoscritto nel quale (racconta) sono presenti notizie circa il catastrofico evento, durante il quale vennero inghiottiti terra autore e manoscritto stesso, lasciandoci orfani di un significativo pezzo di storia.
