Ottavio Fatica: intervista al traduttore di Operazione Shylock

Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Ottavio Fatica
“Operazione Shylock“, ossia romanzo politico, sull’identità, sul doppio, sulla necessità di un’intera generazione di chiudere i conti con i propri conflitti interni. Se ne sono dette tante ed è stato scritto di tutto su questo controverso libro. L’otto aprile 2026 l’opera di Philip Roth è tornata in libreria sotto il marchio Adelphi. Noi abbiamo avuto la possibilità di intervistare Ottavio Fatica, che lo ha tradotto.
Ottavio Fatica, in un momento storico come quello che stiamo attraversando, in Italia, il ritorno sulle scene di questo romanzo non passerà inosservato. Lei come la vede?
Immagino di no. In quasi quarant’anni la situazione in Palestina non ha fatto che inasprirsi. Il testo rimane a tutt’oggi incandescente, anzi lo è diventato anche di più, degno come forza d’urto di far seguito a Portnoy, il primo dei suoi titoli a essere uscito l’anno scorso da Adelphi. Questo è stato uno dei motivi per riproporlo adesso. L’altro è che ci è parso un gran bel libro, senza se e senza ma, uno dei suoi migliori, una pietra miliare della narrativa del secondo Novecento. Se aggiungiamo che era passato in sordina all’epoca della prima pubblicazione italiana…
Tradurre Roth è un lavoraccio, almeno così viene sostenuto da molti. È vero? E per lei come è stata?
Lavoraccio è un gustoso eufemismo. In realtà è un gioco al massacro. Per la densità, l’intensità, il voltaggio – con tutti i rischi che questo comporta. Ma, come in altre occasioni simili, in fondo ero nel mio, come un’ape nel miele.

Noi Italiani cosa non potremo mai capire del linguaggio e dello stile di Roth? Mi riferisco a ciò che resterà purtroppo intraducibile…
Perché proprio noi italiani non dovremmo mai capire il linguaggio e lo stile di Roth? Perché molto o qualcosa dovrebbe essere e restare intraducibile? Ci sono, è vero, picchi di difficoltà, piramidi, ma, a parte alcuni rari, quasi impercettibili aspetti idiolettici o troppo personali, affettivi, che nessuno, neanche un ragazzetto di Newark suo coetaneo, né un ebreo americano suo contemporaneo, né un parente stretto o un amico intimo di lunga data, potrebbe conoscere e nemmeno sospettare, né il traduttore cogliere, neanche nell’originale, il tasso di presunta intraducibilità non è poi così alto. Vulcanico, capzioso, furibondo, irrefrenabile, Roth tiene sempre presente, ben presente, il lettore, ci tiene a farsi sentire e più ancora a farsi capire. E ci riesce benissimo.
Lo so che il suo mestiere è tradurre, ma visto che lei è uno dei fortunati a poter entrare nelle parole di Roth, mi permetta di chiederle: c’è qualcosa che gli contesta o che la fa anche innervosire?
Non sarebbe quello che è, un grande scrittore, se suscitasse in me contestazioni di qualche tipo. Scatti d’ira momentanei, fisiologici, ne ho quando mi costringe a scervellarmi nel tentativo di capire o di rendere un passaggio, una parola. Uno scrittore non è un opinionista, come tutti avrà le sue opinioni, e potranno essere opinioni non condivisibili: ma non è sulle opinioni che si regge (né si dovrebbe leggere) un testo, che si basa la qualità, il valore, l’essenza dell’opera. Altrimenti sarebbe un opinionista. Lui non mette su dibattiti pensosi, non fa sociologia. Quando lo leggi – di più quando lo traduci – devi accettarne gli eventuali presunti errori o passi falsi, quelli che almeno l’opinione pubblica ritiene al momento tali. Possono non piacerti, puoi avere i tuoi motivi, prima però faresti meglio a mettere in discussione le tue certezze, i tuoi preconcetti. Abbiamo tutti i nostri bravi paraocchi e li difendiamo a spada tratta, con la convinzione, e la paura, che senza non ce la caveremmo. I grandi autori, i grandi libri servono anche, se non soprattutto, a liberarcene. Andare a sbattere contro qualcosa che non ci aspettavamo, che non scorre sui soliti binari, che non ci conforta, non ci coccola, non ci asseconda, può essere salutare. Non rimane sennò che ripiegare sugli omogeneizzati che offre a profusione, e magari con lo sconto, il mercato.
La sua prossima esperienza con Roth quale sarà?
Bella domanda. Questo è ancora tutto da decidere.
