Finale: allegro. Una vita in trincea

Finale: allegro. Una vita in trincea

Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film “Finale: allegro”

Vita, morte, eros e thanatos, alfa e omega, yin e yang, suono e silenzio.

Sono gli ingredienti fondamentali del film “Finale: allegro” diretto da Emanuela Piovano con principali attori protagonisti, Barbara Bouchet, Luigi Diberti e Anna Bonassi: una storia d’amore e amicizia dolcemente malinconica.

Al crepuscolo della vita Karina, la protagonista, vede allontanarsi progressivamente l’amore della propria vita, Elena.

In compagnia del gatto Veleno e soprattutto del suo pianoforte, Karina vive la propria solitudine preparandosi all’ultimo passo: il vestito rosso da indossare, il luogo ove porre fine, l’ora, il momento. Tutto con  dovizia di particolari. Ma quel “buco nero” che ognuno di noi ha davanti a sé, avanza come un mal sottile, sempre più progressivamente e prende il sopravvento quando Elena scompare.

La vita non la vuole abbandonare, no: quando meno se lo aspetta, la risveglia dai brutti pensieri grazie al prezioso dono dell’amicizia di Max, l’affetto di Suliko (Nutsa Khubulava) e la presenza di David (Luca Chikovani) due giovani georgiani fuggiti dalla guerra.

Suliko è la giovane badante che inizialmente dimostra molta diffidenza nei suoi confronti e David il suo fidanzato. I due personaggi conferiscono una freschezza necessaria allo scorrimento del racconto e la vitalità di Suliko rappresenta la rinascita di Karina.

È un tema forte e complesso quello del fine vita: richiede la giusta dose di compassione ma anche un dosato distacco e una riflessione attenta su questioni etiche e legali. La regista lo affronta con grande delicatezza e sensibilità. Film da vedere.

Dalle note del registra di “Finale: allegro”

Quando ho letto “L’età ridicola” di Margherita Giacobino ho avuto subito la sensazione che quella storia mi riguardasse da vicino. Mi ha colpito il modo in cui raccontava l’amore tra due donne anziane intrecciandolo al tema della fine, con una delicatezza e una verità rare.

Da lì è nato “Finale: allegro“, un film che attraversa l’amore, la perdita, la memoria e il corpo, tenendo lo sguardo aperto sulla libertà e sulla vulnerabilità.

Ho scelto la camera a mano: sentivo il bisogno di restare a contatto con la materia delle cose. Credo che con l’età non ci si allontani dalle emozioni, ma ci si esponga a esse in modo diverso. La fragilità che ne deriva, per me, non è una debolezza ma una forma silenziosa di forza.

La musica attraversa tutto il film. Sono partita dalle sonate di Hyacinthe Jadin, compositore settecentesco fulmineo, la cui scrittura anticipa una sensibilità già romantica. Il “Finale: allegro” della sua Sonata n.2 dialoga con le canzoni di Gianmaria Testa, con l’interpretazione di Futura di Frida Bollani Magoni e, infine, con Le Largeqk di Françoise Hardy, una canzone di congedo che accompagna la chiusura del film con grazia e apertura.

Per “Finale: allegro” cercavo interpreti che portassero sullo schermo non solo il mestiere, ma la vita. In Barbara Bouchet ho trovato un’attrice di grande sensibilità e coraggio, capace di mettersi in gioco con autenticità.

Finale: allegro” nasce dal desiderio di immaginare un incontro possibile tra passato e futuro, e di affidare alla trasformazione — individuale e collettiva — una forma concreta di speranza.

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