Morte: le visioni letterarie di Valentini, Ruocco e Talarico

Morte: le visioni letterarie di Valentini, Ruocco e Talarico

“Morte: le visioni letterarie di Valentini, Ruocco e Talarico” è un articolo di Alessio Barettini. In copertina: “Niente di nuovo sotto il suolo” di Luca Ruocco e Ivan Talarico e “Ci sono molti modi” di Valerio Valentini

Si sa, la morte fa paura. Montaigne, che nei Saggi scriveva: «Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere», mostra qualcosa che non è sempre stato così. Lo storico Pierre Chaunu scrive in merito che il problema attuale è la rimozione: «È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0.2%) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi.»

Insomma, la società occidentale si è dimenticata della morte? E perché? Forse è iniziato a succedere da quando si è cercato di rimuovere i drammi delle guerre novecentesche, di quei valori allora in auge e che oggi dormono, più o meno inconsci, in una parte della popolazione, nella memoria di miti come il culto della forza fisica e della gioventù e che oggi trovano spazio nel mito della performance? Perché è così scomoda la vecchiaia, peso di badanti e di ospizi, malattie e decadenza, svuotata di saggezza ed esperienza, ridotta a un sapiente silenzio davanti al caos consumistico che si appoggia sul ciclo vita-lucro-morte?

Addirittura spaventa la sacralità che fu dei tempi classici, quando la dimestichezza di una vicinanza era supportata da pratiche conoscitive del Sé che oggi abbiamo rimosso. Un rapporto privilegiato con la morte, che non è finito con la fine dell’età classica, essendo rimasta quotidiana, vicina, nei tempi medievali, e poi giù, nei secoli dei secoli, fino a quando abbiamo creduto che il benessere abbia significato immortalità, sovrapposizione ingenua di concetti che si scontra con il già-morto, con ciò-che-non-è-mai-vivo, fatto mostruoso e moderno di cui ci siamo convinti, fino al punto di doverci fare i conti, con la morte, soltanto quando è troppo tardi, cosa ancora più mostruosa, a ben guardare, e che ha incrementato il rumore, la grettezza e la viltà che pretendono di sostituirla.

Consumismo senza limiti quello che ci circonda e ci abita, nella forma di quadrati o rettangoli degli schermi che ci raccontano i giorni, quello quadrato della televisione che ci mostrava già vulnerabili quando Alfredino Rampi non fu salvato, e quello rettangolare e pieno di immagini dei nostri smartphone dove la morte, se scorre insieme a trucchi, gatti e goal, dev’essere almeno spettacolare.

Se ci diciamo che non abbiamo problemi con la morte non è perché è vero, ma perché non la affrontiamo se non quando è troppo tardi, constatando che non possiamo nulla di fronte a essa. Quale arroganza trovarsi impreparati invece di pensarci anzitempo! Se oggi abbiamo problemi con la morte è perché non sappiamo relazionarci con essa.

Abbiamo problemi pregressi, inconsci direbbe uno psicoanalista, o “la morte è l’ultimo dei nostri problemi”, direbbero le scuole che invitano all’edonismo e all’oblio. Di certo abbiamo un problema di percezione della morte, perché abbiamo un problema di percezione in generale, incapaci di guardarla, incapaci di riconoscere un video deep fake, la veridicità di una notizia, la qualità dalla quantità, e non solo in letteratura.

A provare a instaurare dei modi diversi di approcciarvisi, ci sono, proprio in letteratura fra le altre, le recenti uscite Niente di nuovo sotto il suolo, (2024, Pièdimosca, Perugia) di Luca Ruocco e Ivan Talarico e Ci sono molti modi (2024, Readerforblind, Ladispoli) di Valerio Valentini. In questi libri, a dire il vero, non è semplicemente la morte a essere al centro di un dato modo di narrare, ma una sua particolare manifestazione: quella del suicidio.

È da poco uscito su Snaporaz un articolo di Gilda Policastro sui suicidi in letteratura, frutto di un intervento dedicato a Vitaliano Trevisan (clicca qui se vuoi leggerlo). Sarebbe interessante un compendio sui suicidi dei romanzi. A quelli segnalati dall’autrice si potrebbero aggiungere quelli di Alfonso Nitti in Una vita di Italo Svevo, quello del meraviglioso romanzo di L’airone di Giorgio Bassani, e di chissà quanti altri. Qui è interessante come il tema venga affrontato in modo originale, quasi a voler svincolare un certo modo di pensarlo, di stigmatizzarlo, in due uscite contemporanee del panorama letterario italiano forse minori, ma non per questo poco riuscite.

L’approccio dei due autori, Luca Ruocco e Ivan Talarico, con un testo che peraltro contiene una serie di tavole disegnate dallo stesso Ruocco, è indubbiamente originale. I tre racconti che compongono Niente di nuovo sotto il suolo sono costituiti su una tensione di irriverenza continua, vero motore di una comicità che soggiace a ogni episodio; una comicità dunque cinica, tragicomica, come già ci avverte la prefazione di Antonio Rezza. Non vive molta fortuna la letteratura comica, qui da noi, e ciò che appare grottesco viene spesso confuso con meschinità di altro tipo.

Eppure dove ci sono comicità, cinismo, divertimento e leggerezza ci sono anche profondità e intelligenza, complessità e ironia, che contribuiscono ad avvicinarsi al tema in modo assolutamente non banale. La tensione è ottenuta con giochi linguistici e lessicali, situazioni surreali e grottesche, di impossibilità che si fanno quotidiane e che dunque esorcizzano la presenza della morte.

Le tre parti, i tre racconti che costituiscono Niente di nuovo sotto il suolo affrontano, o meglio, affiancano la morte in tre modi, anzi, con tre temi differenti: il suicidio, la malattia mentale e un prima-dopo la morte che ci fa ricordare che amiamo Shirley Jackson ma non la immaginiamo una fonte di risate. Eppure, Ruocco e Talarico riescono nell’impresa di ridere della morte, e fanno capire che non serve sottrarvisi per sentirla più lontana. Anzi, ancora una volta il principio della risata è un esorcismo, un talismano contro la sofferenza, e un monito contro la stupidità. Ancora: ridere della morte si deve e si può, perché finisce per essere un ridere-con-lei. Del resto questo ricorda una certa conclusione, di un certo Il nome della rosa, uno dei romanzi spartiacque per iniziare a guardare dentro quest’epoca.

Nel primo racconto, E.K., seguiamo un suicida lungo una serie di brevi capitoli, dal momento del gesto estremo e passando per i primi istanti dopo la morte, come se si potesse narrare anche l’oltre, come se si potesse immaginare liberamente qualunque oltre, come se si potesse descrivere minuziosamente ciò che tendiamo a rimuovere. Così seguiamo E.K. alle prese con le scelte relative al funerale, con i tentativi di capire le motivazioni del suo gesto, ovvero con la sua memoria, le sue relazioni, attraverso situazioni paradossali e grottesche che ci fanno immediatamente affezionare al protagonista e quindi con lui ai suicidi in generale, e quindi con loro facciamo un passo avanti verso la comprensione della morte: «E.K. si lancia, pensando che a breve sarà tutto finito. Ma il cappio non è fissato al soffitto, quindi rovina sul pavimento dello stanzone e perde i sensi.»

Nella seconda parte, gU.F.O., attraverso giochi linguistici degni di Bergonzoni, osserviamo la vita di Amedeo, 40enne depresso, con la sua realtà immaginifica e ipnotica, fatta di alieni, gufi, Hitler, Gandhi, situazioni quotidiane rese paradossali che si contendono lo scettro di un gusto mordace capace di infrangere convenzioni e di stringere alleanze con compromessi ed errori, passaggio obbligato di una costruzione mentale che Amedeo attua prima di tutto per salvare sé stesso.

Nella terza, Operamolla, tre sorelle anziane vivono da anni sole e chiuse in casa, senza mai vedere nessuno, perché cercano la morte perfetta a modo loro, arrivando a simularla nella speranza di ingannarla. L’atmosfera potrebbe ricordare proprio Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson, ma è completamente ribaltata qui. Le tre sorelle attuano rituali, aspettano la morte con dovizia, si muovono circospette a verificarsi vive: «Adelina si sveglia davanti al televisore e guarda Evelina, che è immobile e silenziosa. “Sei viva?”, le chiede. La sorella non risponde, forse è morta. Sarebbe stupendo, ma come esserne sicuri?»

Fra risate e situazioni grottesche attraversiamo luoghi comuni e frasi fatte che si dicono intorno alla morte, osservandone passo passo le assurdità, scoprendo che può esistere un oltre, non un oltre-la-morte ma un oltre la nostra idea della morte, uno spazio che esiste dopo l’accettazione e per mezzo della risata.

I tre racconti sono la trasposizione scritta di tre spettacoli che Talarico e Ruocco avevano portato in giro già dal 2013 come DoppioSenso Unico, nome che di per sé faceva da subito riferimento a un tipo di comicità improntata sulla parola, sul gusto del paradosso linguistico, sul gioco lessicale che fraintende, demistifica, disorienta, fa traballare i punti fermi. La chiave dell’ironia, della dissacrazione, del grottesco e anche del cinismo, se questa parola non fosse circondata di patina negativa. In ogni caso la chiave per avvicinarsi alla morte senza farsi male.

Romanzo d’esordio che si muove con cupezza lungo uno degli aspetti meno ovvi dell’essere umano è Ci sono molti modi di Valerio Valentini. A essere indagato con dovizia e una voce che cerca di uscire dalle banalità è il tema del suicidio, in particolare qui declinato nel desiderio di morire. Il protagonista è Riccardo, un trentenne che conduce un’esistenza solitaria e che da tempo ha iniziato ad aiutare le altre persone a suicidarsi, non commettendo alcunché, semplicemente parlando con loro, dando loro fiducia, suggerendo i modi migliori per farlo, sostenendoli durante lo sviluppo di tale difficile scelta.

Un meccanismo di assorbimento pericoloso, perché in una condizione simile è solo una giusta distanza a garantire il successo dell’impresa. Riccardo non può certo avvicinarsi troppo ai suoi clienti, né affezionarsi a chi si rivolge a lui, anche se è perlopiù lui a notarli fra la gente, fino a contattarli con discrezione, senza poter comunque, un po’ inevitabilmente, una volta solo, riflettere sulle vite di coloro i quali stanno aspettando di trovare il coraggio di andarsene.

Il romanzo alterna uno sguardo mediato dal protagonista sui personaggi potenziali suicidi e la narrazione della sua vita, che con il passare delle pagine si scopre essere complementare alla sua attività. Il racconto della sua ex e quello della zia depressa, contrapposti a quello di un nuovo incontro, creano una tensione crescente che andrà risolvendosi in un finale dove tutte le storie finiranno poi per trovare una via di uscita.

La narrazione di Valerio Valentini si sviluppa intorno all’interiorità di Riccardo, la cui condizione esistenziale è grigia, monotona, senza slanci. A sentirlo sembrerebbe essere lui sull’orlo del suicidio, ma qualcosa lo trattiene, qualcosa che lo spinge a guardare fuori da sé (del resto, come potrebbe sopportarsi e vivere?) e a riconoscere un motivo per esistere proprio aiutando gli altri a morire. Buffo paradosso, quello della contiguità fra morte e vita, fra dolore interiore e amore, vicinanza a cui non siamo soliti pensare.

Eppure, Riccardo sembra mosso da qualcosa di più forte di lui, un desiderio di mettere fine ai conti col passato o di ritrovare una luce dentro di sé, lui così pieno di ombre, di ripensamenti, di tentennamenti, di strane manie (quella di guardare C’è posta per te di Maria De Filippi su una videocassetta per studiare persone deluse che potrebbero diventare sue clienti), ombre che si dipanano lungo capitoli dove i fatti che avvengono sembrano nascosti fra la provincia grigia e carica di asfalto e l’incertezza assoluta che avvolge più o meno tutti i personaggi del libro, narratore compreso.

Romanzo carico di riflessività, di sguardo interiore, di tempo che passa senza mai rivelare del tutto le proprie pieghe, le proprie intenzioni, dove quel che accade sembra accadere al di là della volontà dei personaggi stessi. L’alternanza fra il racconto di eventi quotidiani e l’interiorità di Riccardo porta a guardare nel suo passato, al suo gemello non nato, al suicida che è stato costretto a vedere a quindici anni proprio mentre stava per consumare il suo primo atto sessuale in una cabina in spiaggia, al rapporto interrotto con Valeria.

Tutto torna nel suo presente a chiedere un conto, che Riccardo non riesce mai del tutto a chiudere.

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