Giuseppe Modica. Rotte mediterranee e visione circolare

Giuseppe Modica. Rotte mediterranee e visione circolare

Intervista di Antonio Mari. Le foto contenute in questo articolo sono state fornite dall’autore dell’intervista

Giuseppe Modica è nato a Mazara del Vallo, nel 1953, ed è tra i principali esponenti della pittura metafisica italiana del secondo Novecento.

La sua ultima personale Rotte mediterranee e visione circolare, è ospitata nella splendida Casa Museo Hendrik Andersen, un luogo che sembra disporsi anche fisicamente a riprodurre quella circolarità evocata dal titolo.

Sì, è vero che e lo spazio del primo piano del museo Andersen che ospita la mia mostra ha un’articolazione che è congeniale per cogliere quella circolarità della visione che è nei dipinti. È un dialogo molto funzionale tra le opere e l’ambiente di fruizione. È come se le opere fossero state dipinte pensando al luogo di fruizione ed invece è un incontro che casualmente si è rivelato ottimale.

Il Mediterraneo è il grande fuoco di questa mostra e di conseguenza, della sua pittura. Un mare che è vita e destino, minato dall’azione umana in termini di cupidigia e crudeltà, come mostra la tragedia dei migranti e il continuo flusso armato delle navi da guerra che lei immortala nelle sue tele. E poi c’è la questione ambientale, così attuale. Cosa può dirci in merito?

Il Mediterraneo, grande fuoco di questa mostra, è inevitabilmente una “cartina al tornasole” di quelle che sono le vicende, anche tragiche, del nostro tempo. E certamente oltre la bellezza, la trasparenza della luce e dell’aria, fra le righe, ci stanno in alcuni quadri i segnali di inquietanti vicende irrisolte che allarmano le nostre coscienze e la nostra società. Questi segnali che entrano nella pittura sono relativi al tempo che viviamo e l’occhio e la coscienza di chi fa arte non può eluderli. Sono solo una testimonianza più o meno visibile che non può certo incidere sulla realtà delle cose, anche perché il lavoro di un pittore rimane dentro la specificità di un linguaggio che contempla dei valori poetici di forma-colore-luce. Non è un lavoro di denuncia diretta che, come quello dei giornalisti, dei reporter o dei registi, può avere un impatto rimarchevole sul piano della comunicazione.

La luce è un’altra caratteristica della sua pittura, tanto che Maurizio Fagiolo diceva che “è il vero soggetto della sua pittura”: una luce tenue, fissa e mobile al tempo stesso. Mi piacerebbe sapere com’è arrivato a definirla e metterla a punto?

“Una luce che dà l’illusione di mutare, di star mutando” ebbe a dire Leonardo Sciascia in una recensione di una mia mostra del 1986 sul Corriere della Sera. Penso che questa mutevolezza, trasparenza e variazione interna della luce sia dovuta alla lenta elaborazione che è insita nella mia opera pittorica. Il tempo lungo e sedimentato è testimone di una processualità esecutiva che registra vari momenti che si sommano e si sovrappongono: vari toni e velature calde e fredde creano una continua correlazione, instaurando un richiamo magnetico e quindi la sensazione del movimento e del cambiamento.

Anche lo specchio è una costante della sua produzione. Una sorta di soglia che svela l’inganno, o mostra il confine sottile tra realtà e rappresentazione. Nel raccontare il Mediterraneo con le sue contraddizioni assume un valore particolare?

Ho detto più volte che la pittura è come lo specchio in quanto incarna in sé superficie e profondità. Nello specchio abbiamo il piano lastra di superficie sulla quale si riflettono lo spazio e l’ambiente, e la stessa cosa accade per la pittura che compenetra e connette sincreticamente lo spazio tattile bidimensionale della superficie della tela con la profondità illusoria evocata o rappresentata. Il mare, ed in questo caso il Mediterraneo, è anch’esso uno specchio. Specchio della realtà, delle contraddizioni e delle inquietudini del nostro tempo che coniuga nel contempo bellezza e tragedia.

Alcuni dipinti
(cliccando sul quadro si aprirà singolarmente)

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