Michele Ruol: un inventario per la salvezza

Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” di Michele Ruol, Terrarossa edizioni, 2024
Mentre sto finendo di scrivere questa recensione, a cui lavoro ormai da diversi giorni, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (qui di seguito solo Inventario) è all’interno della Cinquina del Premio Strega. Mi auguro davvero che Michele Ruol, che ho avuto il piacere di conoscere nell’ambito della rassegna letteraria Macerata Racconta ad inizio maggio 2025, possa essere il nuovo vincitore del prestigioso concorso.
Ovviamente, se anche non dovesse essere così, il suo resta comunque un ottimo libro. Le qualità che lo caratterizzano possono certamente essere valorizzate da quella che, volenti o nolenti, è la più importante competizione letteraria italiana. Anche restando su uno degli aspetti più commerciali, lo Strega aiuta a vendere. E, in un mercato editoriale in crisi come quello nostrano, è comunque un dato da non sottovalutare. Ovviamente, se i libri sono belli, è meglio. E qui mi riconnetto al capo opposto del problema, e cioè a quello della qualità di cui sopra.
A tal proposito, le tante peculiarità di quest’esordio sono state notate subito in vari contesti, anche esterni alla manifestazione sostenuta dalla Fondazione Bellonci; ciò gli conferisce un valore autonomo ed indipendente e lo fa risaltare sugli altri perché brilla di luce propria. Di conseguenza si distingue anche fra le altre opere “Stregate”.
Innanzitutto perché, tra i tanti libri in gara (anche nella Dozzina) Inventario è un romanzo vero e proprio, non una biografia o autobiografia che, per quanto romanzate, non sono mai pura fiction. La storia, come scrive l’autore, potrebbe attingere a qualcosa di reale. O forse no chissà… ma non è questo un problema.
Altra caratteristica positiva è conferita dalla casa editrice. Sicuramente fa piacere che una casa editrice indipendente abbia conquistato intanto un traguardo del genere; tuttavia non è il carattere “indipendente” che di per sé assicura eo ipso la qualità dei testi, per quanto possa favorirlo. Nel caso di Terrarossa, posso, tuttavia, garantire. Si tratta di una realtà editoriale che da sempre sa ritagliarsi un suo spazio, con un catalogo meritevole di essere esplorato.
Ciò che tuttavia, a mio avviso, rende un libro valido è la storia: non tanto la storia in sé, ma come è raccontata. Lo scriveva già il buon vecchio Aristotele ( 384/383 a.C.– 322 a.C.) nella Poetica. E non mi metterò certo io a smentire “Il maestro di color che sanno” (Dante, Inferno IV 131). Ed è su questo terreno che Inventario fa tutta la differenza del mondo. Ed è qui, dunque, che voglio insistere.
Di per sé il romanzo è il racconto di una famiglia devastata dalla morte dei due figli e da quanto sopravvive alla loro memoria. Detta così, è la classica vicenda da romanzo borghese che tratta una crisi domestica di fronte a un dramma. Eppure Inventario non è questo, o meglio non solo. Perché ciò che colpisce è come tale dramma venga restituito. Non un “c’era una volta” , non dei nomi, non delle azioni…
Sono novantanove oggetti a parlare per i personaggi, a farli agire, soffrire, sorridere, piangere. Novantanove oggetti non selezionati a caso ma inventariati, ovvero catalogati con cura, programmazione, intenzione ed intenzionalità. Tali oggetti sono talmente essenziali e strutturali da essere essi a dettare, infatti, lo sviluppo del testo: ogni oggetto un capitolo, ergo novantanove capitoli.
La loro distribuzione, però, non è istintiva, ma organizzata in una Parte prima comprendente la casa e i suoi vari ambienti — ingresso, cucina, salotto, terrazza, camera di Minore, corridoio, camera di Maggiore, sgabuzzino, bagno, camera matrimoniale, garage —, e in una Parte seconda comprendente l’Automobile e i suoi vari ambienti, bagagliaio, abitacolo, tettuccio.
L’automobile viene vista come una seconda casa in quanto essa, a dispetto del titolo, è co-protagonista delle vicende tragiche del romanzo. Nel titolo si fa riferimento ad una foresta che brucia, ma già nelle prime pagine si mette in correlazione tale evento con la macchina: “la notte dell’incidente c’era stato un incendio sui colli che cingevano a sud la città”; il binomio auto-incendio verrà ripreso alla fine del romanzo in corrispondenza dello scioglimento del “giallo” legato alle dinamiche dei due accadimenti. Non svelerò questo.
Voglio comunque segnalare che questi sono i limiti entro cui si muovono gli accadimenti. Gli oggetti elencati sono come dei personaggi speculari che rivelano e forse tengono uniti i personaggi principali, Padre, Madre, Maggiore Minore. Si noterà che questi ultimi non hanno nomi propri, ma il nome della funzione ricoperta all’interno della famiglia.
Ciò da un lato conferisce a ciascuno un valore universale, replicabile in ciascuna altra famiglia, dall’altra però spersonalizza ognuno di essi rendendolo quasi un oggetto, accanto agli altri novantanove: quasi perché nella loro grafia mantengono comunque la lettera maiuscola-. Faccio notare solo a latere che anche un’autrice affermatissima nell’attuale panorama italiano, Chiara Gamberale, ha assegnato il nome “Bambina” nel suo ultimo romanzo, Dimmi di te, edito da Einaudi nel settembre scorso anno.
I novantanove oggetti possono semplicemente essere appartenuti ai ragazzi che non ci sono più, come ad esempio la “cartellina di tecnica” (numero trenta della lista) rinvenuta nella camera di Minore che ricorda “i problemi” dati da quest’ultimo quando “era alle medie”; infatti “studiare non gli piaceva, non si impegnava. Riuscire ad arrivare a scuola con tutti i compiti fatti era una tortura per lui, e per Madre che gli stava dietro”.
Quest’oggetto consente anche un approfondimento del ménage familiare perché Madre chiedeva collaborazione a Padre nell’educazione dei figli, ma quest’ultimo pensava di potersela sbrigare facendo lui le tavole di educazione tecnica: non era chiaramente questo che Madre intendeva con collaborazione. Oppure, nella camera di Maggiore, c’è un orologio Swatch Crono (in elenco al numero quarantuno), che il ragazzo non toglieva mai nemmeno durante la doccia, nemmeno durante la notte, nemmeno durante l’incidente “l’unica cosa materiale che resta di quella sera” [….] “Nell’impatto, l’orologio di Maggiore si era rotto e le lancette si erano fermate”; mentre per chi indagava era un oggetto utile per la ricostruzione del sinistro, “Per Madre era l’incarnazione di una metafora, quella del tempo che aveva smesso di scorrere […] Se annusava il cinturino in acciaio, le pareva di sentire ancora l’odore della pelle di Maggiore”; ma l’orologio era foriero in Madre di altri pensieri, di nostalgia, di desiderio di un ἀδύνατον (“cosa impossibile”), ovvero che si potesse tornare indietro e rivivere il tempo passato, con tutti i suoi momenti belli e brutti.
Oppure poteva trattarsi di oggetti legati all’accudimento materno dei figli come un “pentolino da latte” (annotato al numero dieci). Quest’ultimo, in particolare, le ricordava il senso di inadeguatezza durante la prima maternità, quando non aveva abbastanza latte al seno e si sentiva in colpa di dover ricorrere a quello aggiuntivo.
Oppure gli oggetti potevano essere utili a raccontare il dolore di Padre per la perdita, invisibile eppure reale. Tale è un coltellino svizzero che egli usava per colpire il pioppo di un bosco che raggiungeva ogni giorno di nascosto da tutti: “Lentamente la lama affondava nel legno. A fatica la estraeva e la piantava di nuovo. Sempre lo stesso albero. Tornava ogni giorno sperando di vedere il dolore ma di non sentirlo. Come quando si toccava la cicatrice che aveva sull’avambraccio; come quando gli avevano rimosso il neo sfrangiato […] Quando era andato a farselo togliere, non era riuscito a smettere di guardare. Dopo l’anestesia vedeva il bisturi che incideva la cute, vedeva il sangue, vedeva l’ago che trapassava la pelle: vedeva il dolore ma non lo sentiva. La ferita era guarita con una cicatrice lineare, e in quel punto aveva perso per sempre la sensibilità, come se l’anestesia si fosse fatta eterna. Forse è così che si supera il dolore, rimuovendolo insieme a quello che gli sta intorno, insieme a ogni altra sensazione”.
Il coltellino svizzero è l’oggetto numero trentasette: si tratta a mio avviso di un capitolo di svolta, dopo il quale lo scavo psicologico effettuato a partire dagli oggetti sarà sempre più profondo; l’episodio raccontato in questo capitolo, inoltre, permette di oggettivare il dolore di Padre, che solo apparentemente vuole dimostrare indifferenza di fronte alla tragedia, anche a costo di mentire a se stesso: “A lui il lavoro l’aveva salvato, si diceva. E il suo compito era salvare Madre; non poteva permettersi di stare male”. In questo capitolo sul dolore, inoltre, emergono le competenze da anestesista del Nostro autore.
Oppure gli oggetti possono raccontare le imperfezioni di Padre, i suoi tradimenti consumati “solo” mentalmente nei confronti della moglie: come il “tappetino in moquette nera” registrato al numero ottantasei che diventa il correlativo oggettivo delle sue trasgressioni sessuali quando lui, in macchina, si eccita pensando alla madre di un amico di Minore che vuole sedurlo, invitandolo a vedersi: può anche non rispondere ai messaggi della donna, può anche non volere eccitarsi, “ma la sua erezione parlava per lui [….]: Padre non aveva risposto, ma sull’angolo del tappetino era caduta una goccia di sperma”.
Se l’ordine degli oggetti catalogati segue lo spostamento della narrazione nei vari luoghi presentato all’inizio, la memoria a cui gli oggetti riportano è tale da creare un continuo intreccio narrativo, che rende la storia non lineare, ma sempre in bilico tra tempo in cui si narra e il tempo narrato. Il narratore, inoltre, si esprime prevalentemente in terza persona, assume la focalizzazione interna ora di Padre, ora Di Madre dimostrando di sapere come loro e non oltre: anche perché la verità verrà svelata da un ulteriore narratore. Per quest’ultimo sarà importante un altro oggetto che diverse volte comparirà, ovvero uno stradario. E lascio al lettore il compito di capire in che senso.
Lascio ancora al lettore tutto il gusto di studiare e spulciare tutti gli oggetti che, come dei veri personaggi, sono personificati e portano avanti la trama con rapidità ma anche con intensità, con il supporto esplicativo della voce narrante, e del suo stile ora più asciutto, ora più lirico, ora più descrittivo, ora più introspettivo. I dialoghi di Padre e Madre sono anch’essi veloci, inglobati nel ritmo della storia, privati dei segni di interpunzione, come a voler esemplificare un difetto di comunicazione all’interno della coppia, sintomo e causa della crisi che la attraversa nelle varie fasi della trama.
Apparentemente questo romanzo può essere considerato come un giallo. E in parte forse potrebbe anche esserlo. Tuttavia non può risolversi interamente nel genere giallo perché quello di Michele non è un testo di intrattenimento; bensì un romanzo introspettivo, psicologico e anche di formazione. Ciò che è nuovo è dato dal fatto che non si parte dall’interno dei personaggi ma dagli oggetti e da essi si risale ai personaggi, e alla loro psiche.
In tale movimento di risalita, però, mi è sembrato di cogliere i tratti di una teologia esperienziale: se esiste il mondo esiste Dio… analogamente se esistono questi oggetti sono esistiti i personaggi che li hanno abitati, toccati, accarezzati. Essi costituiscono un modo per osservare un dolore, portarlo fuori perché esso è talmente forte che non può essere detto, come nel caso di Padre. Del resto, è innaturale che i genitori sopravvivano ai figli… ed ancora altrettanto drammatico che questi ultimi scoprano dei figli diversi da quelli che avevano conosciuto in vita.
Gli oggetti allora restano ed essi sopravvivono a Maggiore e Minore che si ergono sopra a quel che resta, sopra la macchina come due ombre che saltano dal cerchio dei legami affettivi a cui si ribellano con un “folle volo” come si nota dalla copertina. Dopo un tale sacrificio, dopo la tabula rasa, dopo questa ricognizione dolorosa, forse potrà esserci un altro mondo, chissà. E, se questa prospettiva appare molto stoica, molto distaccata, molto inventariata, tuttavia il fuoco che brucia e fa bruciare, apparentemente perfetto, nasconde il caos, così come l’alibi del lavoro offre a Padre la scusa per non affrontare il trauma della perdita.
In questi giorni sto leggendo la bellissima raccolta poetica Amuleti di Lorenzo Pataro (1998-2025) edita da Edizioni Ensemble (2022): chissà perché, ma mi pare di notarvi delle fortissime connessioni con Inventario. Anche Amuleti affronta, tra i tanti, il tema della morte visto come elemento che trasforma i corpi facendoli diventare Natura…analogamente in Inventario gli oggetti della realtà sono la sostanza dei personaggi. Tale constatazione, tuttavia, rende terribile la realtà perché come scrive Pataro: “io lo so che è una tragedia/e non so che dire e non è vero che il/tempo poi cura ogni ferita”. Ho trovato assolutamente incredibile la consonanza di tali parole con il pensiero di Madre: “C’è chi dice che il tempo cura ogni cosa. Madre non era per niente d’accordo”.
Eppure è sempre dalla Natura, da ciò che resta dopo la tragedia che forse, anche due genitori distrutti possono provare a ricominciare ripartendo da quello che entrambi erano quando non erano ancora Padre e Madre e che fa parte, pur nel dolore, pur nel Bene e nel Male, di ciò che resta, come i corbezzoli, inventariati al numero novantanove ma anticipati al numero cinquantadue (innaffiatoi).
Dopo un incendio aveva detto Madre proprio a metà romanzo, “tra i primi a rinascere ci sono i corbezzoli […] “e poi sono piante speciali, aveva proseguito Madre entusiasmando, capaci di fare contemporaneamente fiori e frutti”. Alla fine del romanzo “Madre e Padre guardano nella stessa direzione e si dicono, Oggi li pianteremo (sott. i corbezzoli)”.
Da autentica marchigiana, allora, non posso non pensare alla Ginestra di Leopardi (1798-1837) che pure chiude l’esperienza scrittoria del Recanatese e a tante altre connessioni letterarie che sarebbe qui impossibile menzionare tutte: ci vorrebbe un altro inventario, tipo il Piccolo manuale delle malattie letterarie di Marco Rossari, edito da poco da Einaudi. Ma questa è un’altra storia! Ribadisco invece che la letteratura, analogamente ai φάρμακα (rimedi) medici che sicuramente Michele Ruol conosce alla perfezione, allevia ed anestetizza molti strappi dell’anima!
Chiudo la mia recensione ringraziando ancora Michele Ruol per le emozioni che mi ha regalato con il suo testo.
