Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, Fanucci editore
Il transumanesimo è ormai realtà. Nessuno può mettere più in dubbio che l’uomo stia mischiando le sue caratteristiche fisiche e mentali con le ultime scoperte tecnologiche, cercando di somigliare sempre più ai suoi artefatti. Ma ciò ha comportato anche una disumanizzazione? Se oggi Philip Dick attraversasse le strade del più sperduto paesino di campagna, non vedrebbe nei nostri iPhone delle “scatole empatiche”, o nell’intelligenza artificiale il falso messia Mercer?
“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” venne pubblicato nel 1968. Il romanzo fu subito liquidato come “roba fantascientifica”, quindi, come letteratura di poco conto. Sarà poi il famoso film “Blade Runner”, apparso nel 1982, anno in cui Dick morì, a ridare vita nuova a questo romanzo. Ma togliamo subito ogni dubbio: il libro c’entra poco con il film, come quasi tutti i lungometraggi tratti dai racconti di Dick. Ciononostante, l’influenza dello scrittore americano sulla scena è stata enorme, ma per questo vi rimando al saggio “Io sono vivo, voi siete morti” di Carrère.
Il protagonista del romanzo è Rick Deckard, cacciatore di androidi, ossia di umanoidi creati con lo scopo di aiutare i sopravvissuti della guerra atomica che ha portato molti a emigrare su Marte. Fatto sta che queste macchine sono state sempre più perfezionate, tant’è che hanno una loro autonomia di pensiero, una coscienza che le porta a camuffarsi tra gli umani. Prima di essere ritirati, in poche parole uccisi, Deckard deve eseguire una sorta di “test dell’empatia” sui presunti androidi. Infatti, secondo una logica ben descritta dall’autore, anche gli ultimi modelli hanno un difetto: non riuscirebbero a sentire emozioni.
Questa evidente mancanza la ammettono loro stessi, gli androidi. Rachel, un prototipo donna per cui Deckard prova empatia fino a volerci fare l’amore, confesserà: “Noi non siamo vivi, quindi non restare deluso per ciò che sarà. Noi non nasciamo, non cresciamo, ma ci consumiamo”. Eppure, nonostante questa verità, non solo in Deckard, ma anche in altri si creano diversi equivoci. Il più grande è quello in cui incappa Isidore, classificato come un “minorato”, ma pieno di amore, pietà e dolcezza, che addirittura vuole salvare tre androidi, dandogli rifugio. A loro volta, gli androidi empatizzano con lui. Come è possibile? Soprattutto, qualcosa non vi torna familiare?
“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è ambientato nel 1992, a San Francisco. La polvere atomica cade incessantemente sotto forma di pioggia leggera. Le stelle non si vedono più. Le forme di vita sono sempre di meno. Molti animali si sono estinti, tant’è che gli uomini si prendono cura di animali elettronici. Deckard però si indebita per comprare una delle poche pecore vere ancora presenti sulla Terra. È un atto di amore verso la vita, fatta di emozioni, ma anche uno status symbol, la “prova provata” che si è rimasti “umani”. Il processo non è dissimile da ciò che oggi ci rende più amanti di gatti e di cani che non dei nostri simili.
Insomma, sembra quasi che Dick, prima di scrivere questo libro sia venuto a farsi un giro nella nostra epoca, magari tramite un trip. Anche questo va messo in conto. Certamente, questo libro non può essere bollato come semplice fantascienza o come distopia. Anzi, a me sembra quasi “ucronico”. D’altronde, non dimentichiamoci del suo “La svastica sul sole”, che gioca con decenni di anticipo su alcuni dibattiti che facciamo oggi.
Scrivo oggi di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” semplicemente perché l’ho riletto con gli occhi di un “anta” e non più di un giovane alla ricerca di nuove letterature. Ed è forse questo il bello di avere una libreria cartacea, perché permette di riguardare i volumi letti e sentire che una prima volta non è bastata. Questo capita solo con i grandi autori, sicuramente, e Dick è uno che ha molto da dirci. È stato compreso in ritardo, ma la bellezza non ha tempo.
Io ancora conservo le vecchie opere della “Ventesima Collezione” pubblicata da Fanucci, ed è forse tempo di ricacciare dalla mia libreria tutte le sue opere e abbandonarmi a queste profezie.
