Il canto silenzioso degli amici di Andrea Di Consoli 

Il canto silenzioso degli amici di Andrea Di Consoli 

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Il canto silenzioso degli amici” di Andrea Di Consoli, Rubbettino editore, 2025

Ci sono la nostalgia e la malinconia del Sud tra queste pagine, ma anche l’orgoglio per essere ciò che si è diventati. Andrea Di Consoli firma un libro di prose al centro del quale pone frammenti di una saggia spensieratezza, vissuti a cavallo tra Basilicata e Calabria, riposti poi in un bagaglio che l’autore si è portato in giro per il mondo.

Sono scaglie di una giovinezza di cui si avverte la mancanza, ma che non si guarda nell’ottica di un qualcosa che non tornerà mai più, su cui piangere, bensì da benedire e per cui essere grati. La storia di un ragazzo del Mezzogiorno, oggi adulto, non è narrata come un’impresa eroica, ma è la rappresentazione di una visione del mondo chiara, concreta, semplice, rurale, senza fronzoli.

“Il canto silenzioso degli amici” è la melodia che i ricordi intonano nella mente di Di Consoli. Nessun sentimentalismo, nessuna rivendicazione, solo ciò che la vita gli ha mostrato. Il narratore incarna la sua esperienza, la rielabora, la mette a disposizione di tutti. L’autore lucano si definisce “minore”, proprio perché è un uomo concreto che porta sulle spalle il suo vissuto. Non ha la pretesa di inserirlo in un sistema di pensiero, peggio ancora metafisico, bensì di lasciarlo ai posteri come un tempo facevano i cantastorie.

Come lo scrittore calabrese Mario La Cava, che non a caso viene citato tra queste pagine, Di Consoli è convinto che la letteratura non si fa nei grandi salotti cittadini, nei luoghi appartati dove si allestiscono le stanze dei bottoni, ma tra la gente di provincia. Proprio per questo motivo egli si sente “minore”, perché le sue prose sono forma e sostanza delle sue parole. Nulla è astratto.

“Il canto silenzioso degli amici” è un cammino tormentato, ma le parole che vengono usate, il tono, sono il frutto di un processo di purificazione. Tra le pagine non ci sono tracce né di rabbia né di disperazione. Tutto ciò è lontano. Ogni evento passato ha creato il suo legame solido con il presente; si è fatto ramo di un albero rigoglioso sulla cui cima sta Di Consoli con lo sguardo puntato verso le sue origini.

Lo scrittore cita anche la sentenza del nichilista-relativista Gorgia: “Nulla è. E se anche fosse non sarebbe conoscibile. E se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile”. Ciò vuol dire che la parola non si può sprecare in tentativi di retorica, in ricerche spasmodiche di un senso che sfugge sempre. Ognuno può solo raccontare la propria inimitabile esperienza e legarla al resto dell’umanità. In questa condivisione si risolve ogni dramma.

Pertanto, “Il canto silenzioso degli amici” rappresenta un libro in cui il Sud Italia viene catturato nelle sue diverse sfumature. C’è poi la capacità di Di Consoli di trasformare il suo apprendistato in un resoconto che infonde mitezza.

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