Fuori Luogo: Kohan e le mille facce di una perversione

Fuori Luogo: Kohan e le mille facce di una perversione

Articolo di Martino Ciano. In copertina: «Fuori luogo» di Martín Kohan, Castelvecchi editore, 2026

Duro, crudo, senza scrupoli e soprattutto senza nessuna possibilità di redenzione. Così si presenta il romanzo dello scrittore argentino Martín Kohan, tradotto da Gianni Barone. Sono pagine piene di dettagli macabri. L’obiettivo però non è quello di impressionare, quanto di trasportare il lettore in una dimensione che si muove con regole proprie.

In tal senso, «Fuori luogo» non è solo il titolo del libro, ma è anche la sensazione che avvertirà il lettore davanti ad alcune scene. Ma come detto, l’autore non ha provato a creare solo il fatidico effetto shock, ma ci ha svelato i particolari di un mondo, quello della pedopornografia, di cui abbiamo solo una sbiadita percezione.

All’inizio, il romanzo sembra un reportage di quanto avviene in alcune zone remote dell’America Latina, laddove i bambini poveri e abbandonati diventano oggetti da fotografare in pose «ammiccanti» per la macabra gioia di uomini perversi. Kohan ci fa entrare nei pensieri dei componenti di una organizzazione ben strutturata, che agisce con un proprio codice «deontologico e commerciale».

Poi il libro assume connotati noir. Infatti, a distanza di anni, uno dei componenti dell’organizzazione, che tra le sue file ha anche molti «consumatori», si suicida. Sul gesto estremo indaga il nipote, Marcelo, che intuisce qualcosa di macabro che coinvolge persino suo fratello Guido, affetto da disabilità.

Insomma, c’è tanto da scoprire e da approfondire, grazie anche a uno stile chirurgico che non tralascia i dettagli. E sono proprio questi che faranno sentire «Fuori luogo» il lettore, perché certe realtà non tutti riescono a sopportarle. Storie del genere non sono nuove in America Latina. La povertà spinge a tutto, decompone ogni moralità, aggredisce il pudore.

Le pagine del romanzo diventano quindi voci di protesta e di insubordinazione nei confronti di un mondo che non vogliamo guardare, o dal quale attingiamo soddisfacimento. L’abominio diventa commercio e l’immagine, cioè il soggetto fotografato, viene spersonalizzata, deumanizzata e venduta come se fosse un souvenir.

C’è anche un’altra riflessione da fare. I primi capitoli della storia sono ambientati negli anni Novanta del Novecento, prima della diffusione del Web. L’organizzazione si sente al sicuro perché quel materiale è destinato al mercato europeo e la sua origine è difficilmente rintracciabile. L’avvento di internet ha stravolto ogni cosa, anche il mercato della pedopornografia. Non c’è bisogno di dilungarsi troppo su questo discorso. Il web ha reso tutto a portata di click, abbassando pure il valore di certe merci.

Sembra un paradosso, ma Kohan ci pone pure davanti a questo mutamento, facendoci sentire ancora di più «fuori luogo» in un mondo che crediamo di conosce e di dominare.

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