Cinque minuti

“Cinque minuti” è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto di Lulù Withheld
La cerimonia funebre si svolgerà domattina alle 11, nella parrocchia di santa Maria degli Angeli, alla presenza di amici e parenti che vorranno tributarle un ultimo saluto. Per me si tratterà di una formalità, il mio addio l’ho pronunciato il giorno esatto in cui il medico ha comunicato a mia madre la sua scadenza, neanche fosse stata uno yogurt greco: due mesi o, nella migliore delle ipotesi, anche sei.
Alla fine ha preferito fare una media, lei che amava la matematica e che l’aveva insegnata con passione per una vita, se n’è andata dopo circa quattro mesi, anzi, dopo centoventiquattro giorni. Non male, avrebbe pensato. Siamo state due rocce, così ci dicevano amici e parenti. Io il suo sostegno, lei il mio. Contro il mondo, contro la malattia, contro chi aveva scelto di non condividere più la sua vita con noi. Tanto per essere chiari, contro mio padre che in teoria avrebbe dovuto stare al nostro fianco e che, invece, i suoi saluti ce li aveva belli e dati parecchi anni prima.
Forse anche per quello io e lei eravamo diventate amiche a un certo punto, non più madre e figlia. Passata l’adolescenza, trascorsi gli anni in cui scavalcavo il confine tra la giovinezza e l’età adulta, superate la delusione e l’amarezza per certe mie relazioni sbagliate. Ci eravamo ritrovate a essere due donne sole e agguerrite, disposte a tutto pur di essere felici. E in parte lo siamo state.
Gli ultimi mesi sono stati intensi, come se volessimo cogliere il segreto dell’universo nel quotidiano: nel ticchettio di quel vecchio pendolo, rosicchiato dalle tarme, o nel bocciolo di rosa che tardava a schiudersi, nello sfrigolio dell’olio nella padella, che a turno ci dimenticavamo di controllare quando cucinavamo.
E piano piano lei ha iniziato a dimenticare tutto il resto, persino che voleva vivere e che voleva essere felice.
Quando se n’è andata, quindi, già non c’era più.
Stamattina, poco dopo l’alba, si è semplicemente spenta, ha smesso di respirare, come disattivata con un clic.
Un respiro profondo e poi basta.
Fine.
E ora tutta questa gente è qui, a casa nostra, per salutarla, anche se lei non può rispondere. I parenti stretti e qualche amico sono arrivati subito, dopo un giro di telefonate. Io ho semplicemente avvisato le due sorelle di mia madre e il medico di famiglia, per accertarne ufficialmente la morte e firmare il certificato. Un pezzo di carta con i suoi dati e l’ora del decesso. Come una bolla di accompagnamento per un pacco.
Mia madre sul letto sembra quasi che dorma. La sua camera si è trasformata in un salotto o una sala d’attesa, le sedie non bastano più, non c’è neanche più posto per stare in piedi. In sottofondo preghiere bisbigliate, l’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua; i singhiozzi di zia Matilde e zia Floriana, che si tengono per mano – eppure se ne sono sempre dette di cotte e di crude. Non le ho mai viste parlarsi in maniera distesa, quelle due.
Mamma mi raccontava che erano sempre state in competizione tra loro, da ragazze per i fidanzati o per i voti a scuola, poi per chi avesse i figli più belli e più dotati, la macchina più potente, la carriera più promettente… Che poi, carriera di cosa? E ora forse se la giocano su chi versi più lacrime. Mi sembra vincere zia Matilde. Chiamate in fretta e furia, si sono precipitate vestite alla bell’e meglio, è evidente che non abbiano avuto il tempo di sistemare i capelli o di abbinare le borsette alle scarpe.
Ci sono alcuni vicini di casa, per carità, bravissime persone, ma il geometra Ferzetti lo vedo che fa fatica a non sbirciare di continuo il cellulare e sua moglie a tenere a bada il ragazzino di otto anni – ma perché portarsi dietro un bambino a vedere un morto?
È passato anche don Silvano, il nuovo parroco, proprio giovanissimo, per darle l’estrema unzione, ma mia madre è già fredda e secondo me al prete fa anche un po’ impressione stenderle l’olio sulla fronte rigida, marmorea. Osservo i volti contriti di gente senza nome, c’è un viavai continuo, incessante. La vita di paese è così: nascite, matrimoni, lauree, funerali sono faccende che riguardano tutti. Faccio fatica a ricostruire l’anagrafe di questa veglia funebre. E non mi interessa neanche tanto, sono stanca e avrei bisogno di riposare, di chiudere gli occhi, di non pensare, di non ricordare che la signora Adelina Sborlacchi, che ora se ne sta silenziosa sulla porta, era venuta a reclamare la rata del condominio, solo poche settimane fa.
Lentamente la luce del giorno sfuma verso un tramonto sbiadito.
Quando vedo finalmente zio Livio far capolino nella stanza che piano piano va svuotandosi, torno in me e gli vado incontro. Lo chiamo “zio”, ma in realtà è un amico di famiglia, un buon amico, sempre presente nelle nostre vite fin da quando io ero una bambina. Era persino amico di mio padre, prima che lui perdesse la testa e ci mollasse per inseguire non so quali chimere o quali sottane.
«Zio, ce l’hai fatta… Mi spiace che tu non fossi qui quando…», ha gli occhi lucidi, i lineamenti tirati, ha addosso l’odore di mille sigarette fumate per darsi forza.
Proprio con lui avevo acceso la mia prima sigaretta, con la promessa di non prendere mai il vizio. Era l’estate dei miei quindici anni, mi aveva portato a fare un giro in moto, su per le colline, e poi ci eravamo fermati a fumare, guardando le casette piccole piccole e cercando di ammutolire il mio dolore.
Era stata la mamma a chiedergli di parlarmi, perché in quel periodo ero in rotta con il mondo, coi ragazzi, con mio padre. E con me stessa, fondamentalmente.
«Toh, prendine una», mi aveva detto porgendomi il pacchetto di Diana Blu, «vedrai che passa tutto. E se non passa, avrai comunque avuto cinque minuti di pace».
Quando oramai s’è fatto buio e tutti hanno abbondantemente pianto e detto cose, stretto mani, sussurrato le condoglianze più sentite, era una donna eccezionale, fatti forza, se ne vanno sempre i migliori, adesso finalmente non soffrirà più, è tornata alla casa del padre, la mia, di casa, inizia a svuotarsi.
Resta solo zio Livio che non se la sente di lasciarmi sola.
Non se la sente di lasciarci.
«Ti prendo le lenzuola, zio, e degli asciugamani puliti. Se ti serve qualcosa… Io ho bisogno di dormire» gli dico con un filo di voce.
«Resto ancora un po’ con lei, ti dispiace?»
E no che non mi dispiace. Non mi dispiace che sia rimasto qui e che domani mi accompagnerà in chiesa, dove non mettiamo piede da anni. Ce lo diciamo sorridendo, non mi sembra vero di riuscire a ridere, di nuovo. Forse perché sono sollevata che sia finito tutto davvero, che lei abbia smesso di soffrire e che io abbia smesso di soffrire.
La prima notte senza di lei, solo silenzio.
Quel silenzio che le persone che se ne vanno si lasciano dietro, una specie di scia triste che il corpo imprime su tutte le superfici, quando smette di esserci. Come se un’unica persona fosse responsabile dei suoni del mondo: smettono di fare rumore i passi, le stoviglie non tintinnano più, il fruscio delle lenzuola si attutisce, le strade fuori emettono solo un brusio ovattato.
All’improvviso, però, mi sembra di sentire una canzone.
Le parole, che non riesco a distinguere, riempiono gli spazi lasciati vuoti.
Rubo le note che sono come una carezza, una mesta dichiarazione di amore per lei. Apro gli occhi, incollati dalla stanchezza, ma non dal sonno che non arriva.
Mi alzo e raggiungo di nuovo zio Livio.
La casa è gelida, come in un inverno precoce. Il balcone della cucina è aperto, lui è là fuori: una sigaretta tra le dita, la voce simile al pianto, canta una canzone dolcissima.
Il silenzio si acquieta, per un attimo.
Il suono diventa il profumo dei fiori di campo che lei amava, e inonda le stanze, proprio come una volta.
Questo canto nell’oscurità fa male, perché è reale. Misura la distanza tra noi che siamo ancora qui e lei che se n’è andata.
«Zio, perché non entri? È freddo qui fuori» gli dico sovrapponendo la mia voce alla sua canzone.
«Avevo bisogno di cinque minuti di pace… Ricordi?» me lo dice sollevando la mano con la sigaretta.
«Offrine una anche a me, ho mantenuto la promessa e non ho mai preso il vizio».
Aspiro profondamente, stringendomi a me stessa per difendermi dall’aria della notte che quasi trafigge.
«La amavo, lo sai, vero? L’ho sempre amata. E adesso le canto una canzone. Adesso che non c’è più».
Ci guardiamo attraverso le spirali del fumo e non aggiungiamo altro.
Perché io lo sapevo che lui la amava, che la amava quando c’era mio padre e quando se n’è andato; la amava quando aveva una moglie accanto e poi i figli e tutta una vita lontano da lei, senza mai togliersela dalla testa.
Avrebbero potuto essere felici.
Avremmo potuto essere felici insieme o almeno avere un po’ di pace.
«Ti va di cantare ancora un po’, zio?»
Restiamo lì, la cenere che cade sulle mattonelle gelide, le parole di una vecchia canzone d’amore che scivolano giù in strada e io che finalmente piango.
