Attesa di Saturno

Attesa di Saturno

Racconto di Giuseppe Bella, tratto dal libro “L’attesa di Saturno”, A&B Editrice, 2009

Compiuti sessant’anni, Angelo Vecchio, attore di prosa in precoce disarmo, decise di visitare il paese della propria giovinezza, e da cui mancava da molti decenni. Il paese era in verità una località turistica prediletta per le sue spiagge abbaglianti; si riempiva d’estate, si svuotava in inverno. Adesso era inverno. Si potrebbero incontrare giornate chiare e tiepide, in un punto del Sud così profondo – era ciò che Angelo sperava. Ma l’aria, quel giorno, era grigia. Il sole che avrebbe dovuto dardeggiare, data l’ora meridiana, appariva invece come una più accesa sfocatura nella coltre di foschia sottile e alta.

Il mare lambiva la rena con onde dense e regolari, cadenzate come i respiri nel sonno, ma le notti precedenti era stato in burrasca, sicché cumuli di detriti ingombravano la spiaggia, alcuni frammenti di tavole dai colori rossi e verdi sembravano relitti di barche squassate dalle onde, qui e là forme imprecise, ma abbandonate sull’arenile con un profilo quasi umano, facevano pensare a corpi esausti, privi di salvezza. Angelo Vecchio, guidando con lo sguardo diviso tra strada e spiaggia, raggiunse l’edificio dove avrebbe soggiornato, ancora non sapeva per quanto tempo. Aveva optato per la solitudine casalinga di un B&B. Anni di vagabondaggi negli alberghi di mezzo mondo gli avevano reso ormai insopportabile la semplice vista di una reception.

La casa si innalzava su quattro pilastri e sorgeva al termine del lungomare, distante dalle altre, arretrata di alcuni metri dalla battigia, nell’ultimo tratto di spiaggia abbacinante, oltre la quale cominciava una bassa e irta scogliera, di rocce stranamente sanguigne. Angelo pregustò il cullante mormorio della risacca sotto la sua camera da letto, nelle notti a venire, quando l’insonnia lo avrebbe stanato anche nell’amenità smemorante di questo posto, quasi specola su promettenti fondali. Smontò dalla macchina e ne aprì il portellone; ne balzò fuori con un unico salto un cane nero, di media taglia, poi lui si introdusse per metà busto nel bagagliaio, a recuperarne un borsone.

Il cane dopo avergli scodinzolato d’intorno, si era allontanato e stava adesso fissando un punto dell’orizzonte marino, con la coda tesa, le orecchie drizzate, lo sguardo vagante sull’offuscata distesa. “Come Argo, in uno dei giorni più inquieti della sua interminabile attesa” pensò Angelo, e una sottile tristezza minacciò di slargarsi. Chiamò a sé Saturno con un fischio, gli applicò la museruola, e tenendolo al guinzaglio salì la breve rampa di scale che conduceva all’ingresso. Qui, come convenuto, s’incontrò con la giovane donna che, finito di assettare l’appartamento, lo attendeva per consegnargli le chiavi. Entrò, sciolse il cane e, dopo aver sorseggiato del caffè, si portò alla parete di fondo che era fornita di un’ampia vetrata. Ne scostò la tenda di lino grezzo, biancastra, e rimase a lungo a contemplare l’acqua immobile, così densa da sembrare impedire ogni solco di chiglia, rievocando dentro di sé le emozioni di Saturno. “Come lui, anch’io aspetto il mio signore” convenne con se stesso.

L’indomani era domenica. Durante la notte un temporale aveva dilavato l’atmosfera. Angelo conduceva Saturno alla solita passeggiata mattutina, interrotta da ripetuti annusamenti; individuò un bar nel lungomare già percosso dal sole e qui sedette. Rifletteva alle impressioni che il paese gli aveva suscitato, dopo i lunghi anni di assenza. Ogni cosa pareva non aver subito mutamenti; ma almeno in quelle poche ore che era riuscito a curiosare in giro, non aveva incontrato che volti ignoti: e non si trattava certo di turisti – non ce n’erano d’inverno. Perché era tornato? Se lo chiese ancora una volta, ma, di nuovo, non seppe rispondersi. Solo questo era in grado di affermare, che doveva allontanarsi da Roma. Il lavoro di attore non era più quello di un tempo – si era degradato in furbizie e affarismi; e lui detestava chiedere e, a maggior ragione, umiliarsi in ruoli secondari e di misero guadagno. C’era, tuttavia, un preciso punto da cui era cominciato un rovinio inarrestabile. La morte di Giovanni. Dieci anni innanzi. Giovanni, suo fratello. L’adorabile genio introverso, triste e faceto nello stesso momento. Volato giù da un balcone, come un angelo; un angelo sperduto, non più avvezzo agli abissi del giorno.

Scrollò le spalle, accese una sigaretta e fece un cenno al cameriere; Saturno gli si era accucciato vicino ai piedi. Consumarono il caffè e una ciotola di latte. Ricominciò la passeggiata. Raggiunsero un giardino. La vista degli alberi eccitò Saturno. Strappava il guinzaglio con tale forza che lui dovette liberarlo. Per un po’ gli tenne dietro, poi, rasserenato che non si vedevano bambini cui per gioco il cane avrebbe potuto arrecare spavento, adocchiò un sedile al sole. Sedette, e trascorse nell’inerzia un buon tratto di tempo. Chiamò con un fischio Saturno e assicurò il guinzaglio a un capo del sedile. Intanto pensava che sì, era vero: di tutte le persone intraviste per strada, non gli era familiare la fisionomia di nessuno. Socchiuse gli occhi e arrovesciò la testa, per farsi cogliere il viso dal sole. Sentiva la sua pelle scaldarsi come per una carezza devota.

Si era forse assopito, perché reagì con un sobbalzo a una voce improvvisa. Davanti a lui c’era un uomo: aveva detto qualcosa, e adesso Angelo comprese che aveva pronunciato il suo nome. Si ricompose e scrutò il volto dell’estraneo. Aveva circa la sua età, era di corpo massiccio e vestiva pantaloni e camicia, benché fosse dicembre, senza più acconci indumenti. Portava la barba; sorrideva. Disse: “Angelo… Non sei tu, Angelo? Angelo Vecchio”. Egli si alzò dal sedile; aveva colto il tu confidenziale e, istintivamente, se ne era risentito. Rispose: “Certo, sì, sono io. Desidera?”.

Invece di irrigidirsi, l’altro aveva preso un’aria ancora più cordiale. “Angelo, accidenti. Che è? Non mi riconosci?”. E se ne uscì in una fragorosa risata. Angelo si sforzò di scavare nei lineamenti dell’uomo alla ricerca dei loro tratti più sottili. L’altro comprese e soggiunse, come a scusarlo: “Ma sì, hai ragione. Tu non sei cambiato, sei lo stesso di allora, forse addirittura più asciutto. Io, invece… Guarda qui, ho messo su pancia, sono ingrassato di almeno venti chili. Come potresti riconoscermi! Sì: hai proprio ragione. E non portavo la barba, a quei tempi…”.

Allora Angelo si raffigurò l’uomo più magro, con la faccia senza rughe, e glabra. Esclamò: “Vito! Scusami. Che bella sorpresa!”. Si abbracciarono. “Sono veramente felice di rivederti. Proprio poco fa, mi chiedevo che fine avessero fatto gli amici di una volta”.

“Da quanto tempo, Angelo… Sei scappato via da qui, non sei tornato sui tuoi passi… E già. Che cosa dovevi fare, tu, in un posto simile” e allargò le braccia indicando i luoghi d’intorno. “Qui è un conservatorio di anime morte”. Sedettero, parlarono a lungo. Poi Vito:” E così, hai abbandonato il teatro. Peccato. Sai, quando mi sento giù di corda, il pensiero che almeno tu, tra tutti noi, hai realizzato i tuoi sogni… Sì, questo pensiero mi provoca una certa invidia, davvero, ma poi mi dico contento che tu, proprio tu, sia riuscito a realizzare quella passione che dava colore ai nostri giorni”.
“Sì, va beh; ma non è detto che, tra me e te, sia stato io quello fortunato. Qui non si sta per niente male, direi”.
“Non fare l’ipocrita. So bene che avrei dovuto seguirti. Non ne ho avuto il coraggio. Non ne ho mai avuto, coraggio. Cosa posso dirti di me, ora, alla mia età? Vuoi sapere che mestiere mi è capitato di scegliere? O meglio, non l’ho scelto. Semplicemente, mi è caduto addosso. Il vigile urbano. Sì, davvero: il vigile urbano. Incredibile, no? Fu lei, mia madre, ti ricordi di lei, no? mi stava sempre con il fiato sul collo, fu lei a prendersi cura di tutto. Documenti, raccomandazioni, e quant’altro. E non sono io il solo. Siamo diventati, tutti quelli della nostra generazione, vigili urbani. Tutti. Senza eccezioni. Un’unica infornata. Tutti dentro una divisa. Avvocati, farmacisti, dottori. E, come me, attori aspiranti. Livellati: tutti. E nessuno di noi che lo avesse mai desiderato; nessuno che avesse fatto carriera, in questi lunghi anni schifosi. Questa è vera democrazia: l’egualitarismo spinto fin nelle pieghe del destino”. Fece un breve sorriso amaro. Angelo guardava l’amico di sottecchi; ne soppesò la solitudine, e giudicò che era di una qualità diversa dalla propria. Ma era, forse, anche una solitudine meno assillante, perché mitigata dalla illusione che se Vito avesse avuto, come diceva, maggiore coraggio, avrebbe potuto attingere la pienezza della vita.

In quel preciso momento rotolò fin quasi ai loro piedi una palla, una sfera verde che dopo aver mollemente colpito la punta della scarpa di Vito, si arrestò sull’erba del prato davanti ai loro occhi, vibrando ancora un istante, come se rispondesse all’impulso di un nuovo moto; ma non si mosse. Fissarono entrambi la palla, ognuno di loro scoprendo di farlo con un senso di stupore. Forse perché verde, forse perché così precisamente tonda, ma sembrava più che un oggetto fisico, un segno, un simbolo inviato da qualcuno, un’entità forte e invisibile che ne conoscesse a fondo le emozioni, qualcuno che fosse al corrente della loro tristezza, della solitudine in cui le loro vite erano avvolte: e intendesse confortarli stimolando nei loro cuori il tepore di una nuova speranza.

Giunse trafelato un bambino. Si guardava intorno cercando la sua palla. Alle sue spalle, da lontano, si udì un richiamo, una voce femminile, squillante, con una lieve nota d’ansia. Una donna avanzava verso di loro, con passo tranquillo, avendo notato che il bambino raccoglieva la sua palla. Si arrestò a breve distanza. Era giovane, forse nemmeno ventenne. Un po’ spazientita, aspettava che quello che forse era suo fratello si sbrigasse a raggiungerla. Teneva la mano sinistra appuntata sul fianco, braccio ripiegato. Con l’altra mano portava in bocca una mela, ancora intera, dalla buccia rossa, polposa. Sparirono donna e bambino, correndo, di là dalla cima della collinetta in cui il prato si ondulava.

I due amici si salutarono con la promessa di rivedersi nei prossimi giorni. Angelo rientrò dopo pranzo. Aveva bisogno di dormire. Saturno era inquieto. Guaiva come quando era in preda a qualcuno dei suoi dolori inesplicabili, e raspava spasmodico sul legno della porta. Angelo lo portò all’aperto e legò il guinzaglio a uno dei quattro pilastri della casa. Lo lasciò che si accucciava sulle zampe posteriori, e drizzando le orecchie affondava lo sguardo nella massa curva delle acque. Rientrato, abbassò per bene la serranda e vi chiuse sopra la tenda. Non prese subito sonno. Poi, però, si ritrovò d’un tratto dentro un sogno.

Volava sopra un prato. Il terreno era fortemente ondulato e tratteggiava come un panorama calvo, privo di sporgenze. In lontananza si notava un gruppo di persone, intorno agli unici arbusti che punteggiavano il prato. Un vortice lo condusse in quel verso. Erano tre figure: due uomini e un po’ più discosta una donna. Si muovevano con gesti calmi ed eloquenti. Forse recitavano. O, forse, eseguivano un rito.

Le azioni dei due uomini sembravano intese a venerare quella donna. Uno dei due era Vito. La donna non si muoveva. Era nuda. All’improvviso egli divenne uno dei due recitanti. Cadeva in ginocchio nell’attimo che si accorgeva della sfera che la donna reggeva nel palmo della mano; era di cristallo e mandava lampi di luce tremolante. Dentro vi era custodita la fiamma che guizza in tutti i cuori, perfino in quelli che sembrano spenti.

Lo svegliarono i latrati di Saturno. Adesso emetteva guaiti di gioia. Ad Angelo, nel dormiveglia, parve di udire una voce profonda, pacata, rassicurante, che si sovrapponeva ai versi sempre più felici di Saturno. Finalmente, dal mare profondo, era approdato il loro signore.

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