Amico mio, parti e non voltarti più

Amico mio, parti e non voltarti più

“Amico mio, parti e non voltarti più” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale 

Se ne andrà un altro amico mio, me l’ha comunicato ieri, 28 agosto 2026, con un messaggio WhatsApp. Prima che parta ci incontreremo per salutarci. Già immagino la nostra stretta di mano, cui farà seguito un abbraccio che io completerò con un: «In bocca al lupo».

Ci mancherebbe, resteremo in contatto perché, ormai, grazie alla tecnologia nessuno si perde più. Siamo tutti rintracciabili. Ciò che mi fa riflettere, però, è che questo amico mio ha quasi cinquant’anni e deve andarsene al nord Italia per insegnare. Si stabilizzerà per un anno in una città, sperando di rimanere al proprio posto una volta per tutte.

Se ne andrà lasciando qui la famiglia che, forse, si trasferirà in un secondo momento, a patto che la fortuna non cambi idea. Insomma, l’amico mio spera che questa volta sia «la fine del precariato». Che poi figurati, in una città con uno stipendio da professore ci fai lo stretto necessario. Quindi lascia un percorso precario per iniziarne un altro.

Di tutto questo l’amico mio è cosciente, ma alla fine cosa può fare se qui le graduatorie sono colme, se qui non c’è altro da fare se non abbandonarsi a un altro tipo di precariato?

Vedete come sono scandite le stagioni in Calabria? Ad agosto tutti sono felici per la fine della bella stagione, poi però comincia quella del lutto, dei saluti, del distacco. E mentre prima questa era una cosa che riguardava solo i giovani, da qualche anno fanno le valigie pure gli adulti.

Se ne va un altro amico mio, questa è l’amara verità. Da una parte sono felicissimo per lui, dall’altra mi mancherà perché con lui parlavo e mi confrontavo, con lui ridevo e prendevo il caffè, con lui giravo in macchina e per un attimo tornavamo giovani.

«Va bene – dirà qualcuno – magari l’anno prossimo torna. O al massimo, una volta stabilizzatosi, se ne tornerà qui che gli conviene». Be’, speravo che questo sarebbe accaduto anche con altri amici che hanno avuto lo stesso destino, ma non è mai successo.

I motivi sono semplici: «Scopri che c’è una vita diversa, magari più dura, ma pure più ricca di rapporti umani e di opportunità. Capisci che una cosa è la tranquillità, mentre un’altra è l’apatia. Al paesello nostro, infatti, apatia è sinonimo di serenità».

E questo me l’hanno confermato proprio quegli amici miei che non sono tornati più, riferendomi che: «Non si perdoneranno mai di aver sprecato qui gli anni migliori della loro vita». E so che questa affermazione è tanto falsa quanto vera, perché per quanto si è amato tanto si odierà.

Non so se l’amico mio dirà questo un giorno. Certamente, a lui dirò: «In bocca al lupo e abbia cura di te».

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