Attilio Perrelli: un tortorese che dipinge l’invisibile

Articolo di Martino Ciano. In copertina: «Biografia di un’anima che dipinge l’invisibile» di Attilio Perrelli, Falco editore, 2026
Attilio Perrelli si definisce un falso profeta, forse conscio che, come per ciascuno di noi, le sue parole occuperanno lo spazio breve di una vita e che le prossime generazioni saranno impegnate con ben altri problemi.
Ci vuole però coraggio ad ammettere che la morte rivela in un batter d’occhio ciò che abbiamo cercato per una vita intera. Ed è questa la sostanza di cui parla questo artista tortorese.
Con queste semplici battute apro e chiudo il discorso sul libro di Attilio Perrelli, ex professore d’arte, ma soprattutto artista che apprezzo per la sua coerenza e la sua tenacia nel dare voce a un percorso personale che, negli anni, gli ha fatto preferire la marginalità all’acclamazione di facciata.
E sebbene le idee di Perrelli mi abbiano portato a confrontarmi in maniera accesa con lui, i suoi quadri, oggetto in passato delle attenzioni di critici d’arte riconosciuti sia al livello nazionale che europeo, mi hanno sempre suscitato quello stupore che solo il perturbamento pittorico è capace di donare.
In quest’ottica, «Biografia di un’anima che dipinge l’invisibile» di Attilio Perrelli diventa la confessione di un uomo che vuole farsi conoscere e di un cittadino che racconta della Tortora che fu, nonché della sua formazione. Questo libro, curato da Albino Console e Mariasole Orrico, è infatti un omaggio al primo paese dalla Calabria alto-tirrenica, alla sua identità, alla sua variegata tradizione.
Non mancano pagine amare. Mi riferisco a quelle che narrano l’infanzia di Perrelli. Un’età che non è stata sinonimo di purezza, ma di povertà e di laconica felicità. Ed ecco che piombiamo in un mondo che ci auguriamo non torni più, che aveva ben poco del «rispetto», dei «valori» e della «semplicità» di cui tanto parliamo oggi.
La genuinità che tendiamo a esaltare era prima di tutto uno stato di necessità che rendeva certe persone simili alle bestie. Ciò che resisteva non era l’accettazione, bensì l’ipocrisia nel vero senso della parola. Abbiamo recitato, quindi simulato, delle virtù che dopotutto non c’erano. I nostri tempi sono dunque il prodotto di un’emancipazione che si è mossa su coordinate sbagliate.
Anche oggi recitiamo qualcosa che non esiste, in particolar modo quella «tradizione» che era manifestazione della più truce povertà. È vero, non tutto è da buttare. In quel quadro fosco si sono formate anime forti e miti, spiriti laboriosi e misericordiosi. Quei tanti anonimi che il tempo ha portato via, di cui non abbiamo né traccia né memoria, sono forse stati preziosi individui che hanno riscattato le brutture. Ed è forse questa la «grande tribolazione» di cui parla Attilio Perrelli?
Bisogna leggere questo libro per capire e per darsi una risposta. Certo, ammetto di avere un amore fuori dal comune per i miei concittadini scrittori. Li ho letti sempre perché attraverso loro capisco me stesso, il senso del mio abitare qui, la volontà di lavorare sul territorio e di restare pure quando le porte di un altrove promettente si sono spalancate.
Attilio Perrelli è un artista nel senso della parola. È nella sua ricerca, nel suo tormento, nella sua necessità di non arrestarsi. Conscio di non sapere, egli ammette tacitamente di essere quel bambino che fugge, che cerca protezione. Dà ragione, senza saperlo, ad Anna Freud quando sostiene che il nostro carattere, il nostro modo di affrontare la vita, si formano nei primi sei anni. Da lì in poi, fino alla morte, noi ripetiamo schemi infantili che proviamo a correggere. A volte ci illuminiamo, ci fidiamo di qualcosa di nuovo, estrapoliamo l’errore ma ne creiamo uno peggiore. Correggiamo, ma mai diventeremo perfetti come vorremmo. Ecco, questo è l’uomo di ieri e di oggi, quello ricco e povero, quello buono o cattivo.
Attilio Perrelli ha trovato nell’arte e nella fede qualcosa che lo appaga e lo traghetta. Ho apprezzato la sua confessione e la sua marginalità. Ho trovato in queste pagine l’essenza di Tortora, ma sono sicuro che ognuno vi troverà qualcosa che gli appartiene.
