La rivoluzione è una magra consolazione

«La rivoluzione è una magra consolazione» è un racconto di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Tu sapevi di guerriglia urbana, di polvere da sparo compressa e di salviettine imbevute all’aloe. Hai mentito ai tuoi amici e alla tua compagna. Hai detto loro che saresti andato a fare una passeggiata in centro, invece ti eri ritrovato con un sanpietrino in mano nel mezzo della calca.
Avevi una sola occasione per fare centro: buttare il sasso nel mucchio. Non l’hai fatto perché eri figlio di operai residenti in un piccolo paesino della costa calabra. Rispondevi a un certo codice d’onore forgiato da antiche disperazioni. Se avessi spaccato la testa a qualcuno non te lo saresti perdonato. D’altronde tu sapevi cosa fosse l’ingiustizia, ma la violenza non sempre ti solleticava, anzi ti metteva a disagio. Secondo te la ragione avrebbe potuto risolvere ogni controversia.
Tuo padre aveva un contratto di lavoro regolare, ma proprio perché costava troppo a quel datore di lavoro che «piangeva miseria» ogni volta che doveva dargli lo stipendio, gli metteva in mano quasi la metà del netto che appariva in fondo alla busta paga. «Sai bene che verso il massimo dei contributi. – gli diceva – Prenderai una bella pensione, ora però devi venirmi incontro». E tuo padre sconsolato ribatteva: «Vero, passerò una vecchiaia felice».
E quando pensavi a quella cosa ti veniva in mente che «la rivoluzione è una magra consolazione, un gioco per viziati. L’omicidio è un puro atto di insubordinazione». Laurearsi era un obiettivo, ma anche una strada in salita, una conquista di nulla. Le statistiche dicevano che i giovani laureati finivano disoccupati, precari e depressi. Il calcio in culo salvava la povera gente, la spingeva alla ricerca del posto sicuro.
Alcuni amici tuoi avevano perso il sonno per passare concorsi pieni di aspiranti tutori della legge. Aveva provato pure quello che si sfondava il cervello di canne, ma un paio di mesi prima del fatidico giorno delle visite mediche aveva iniziato un percorso di pulizia e risanamento. «Solo acqua e verdure, poi entro e chi cazzo mi scopre più. Mi fumo l’erba in caserma e mi fotto lo stipendio». Tu gli ridesti in faccia, ma alla fine vinse lui. Non si è mai più fumato l’erba, però la mamma diceva orgogliosa che «si era sistemato», alla faccia di chi diceva che era un vagabondo.
Forse in quel momento era dall’altra parte, con il manganello in mano. Ma tu stavi tranquillo. Ti godevi a distanza di sicurezza il massacro. Non avresti fatto male a una mosca, perché non ne valeva la pena. «La rivoluzione è una magra consolazione», lo ripetevi a te stesso in continuazione mentre la folla tirava sassi. Tu avevi ancora in mano il sanpietrino, lo avresti tenuto in tasca e portato a casa come ricordo di una giornata da ignavo e pacifista.
Tuo padre era morto. Si era goduto la pensione per un paio di anni. Novecentocinquanta euro al mese: alla faccia dei trentanove anni di contributi versati, quindici dei quali da artigiano. Ma così va la vita: chi lavora troppo si fotte prima il fisico, poi il cuore e infine il cervello. E tu, buono solo a leggere e scrivere, non avevi imparato a fottere il prossimo e ad arricchiti sulle spalle degli altri. Tu cercavi ancora la vera rivoluzione.
Anche a te avevano proposto di entrare nelle forze armate. In divisa ci saresti stato bene. Avresti cantato l’inno italiano, avresti difeso i deboli, ma anche i politici nullafacenti e i loro figli viziati. Avresti partecipato alla baldoria del potere e arrestato persone spogliate delle loro protezioni. Per altre nefandezze avresti detto: «Stiamo indagando» fin quando tutti si sarebbero dimenticati.
E allora, pensando a queste cose, la rabbia ti saliva in testa. Era il momento giusto per lanciare la pietra anche a costo di farsi manganellare e di farsi trascinare in gattabuia. Ma nulla, te ne sei andato incazzato con te stesso. Niente coscienza di classe, niente vita da terrorista; solo un sogno: «che tutto si risolva discutendo».
La rivoluzione in fondo è una magra consolazione: finisce in fretta e con i soliti furbastri al potere.
