Punk’s not dead

Punk’s not dead

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Punk’s not dead” dei The Exploited, 1981

La storia è ciclica in qualsiasi momento. Inizia a ripresentarsi in un punto dello spazio-tempo. Così era e così è. Oggi come ieri c’è chi odia gli Stati Uniti, chi i musulmani, chi gli ebrei; c’è chi nega, chi si lascia sottomettere, chi sta zitto e chi vuole riscrivere il passato. Tutti hanno qualcosa da guadagnarci. Fa schifo, ma bisogna pur sopravvivere.

«Punk’s not dead» dei The Exploited fu pubblicato nel 1981, io venni al mondo un anno più tardi. Nell’inverno del 1982 la neve imbiancò la spiaggia, in estate l’Italia vinse i Mondiali. Avrei ascoltato quell’album sedici anni più tardi, un amico l’aveva messo su una cassetta Tdk da 45 minuti.

All’epoca tutti ce l’avevano con gli Stati Uniti per un motivo che ora mi sfugge. I The Exploited cantavano «Fuck the Usa». Questo brano non era in «Punk’s not dead», fu il mio amico a inserirla come una sorta di «Bonus track». A me piacque tantissimo e per circa un mese ho dovuto ascoltarla almeno una volta al giorno.

Così, dopo due anni di orgia heavy metal mi feci persuadere dal punk e decisi di portare una cresta alta 13 centimetri. Per me iniziò allora la Storia e tutte le cose che ci ruotavano intorno. Cominciai a interessarmi alle cose del mondo. Tant’è che dodici anni dopo quel 1998 mi sarei laureato in Scienze storiche. Oggi, la mia cresta è sparita, ma di essa qualcosa è rimasto nel mio attuale taglio di capelli.

«Punk’s not dead, I know». Il mio amico e io cantavamo a squarciagola questo ritornello a bordo della sua Sfera Piaggio. Giravamo rigorosamente senza casco, ché le nostre creste altrimenti si abbassavano.

Nel 1998 ancora c’erano le stagioni. A ottobre c’era un’arietta pungente che ti teneva allegro e ti manteneva dritti i capelli. I genitori sgridavano i figli e mio padre si incazzava quando indossavo jeans neri strappati e borchie. Un paio di volte mi ha preso a calci in culo, ma è servito a poco.

«Punk’s not dead, I know». Oggi non ho nostalgia di quei tempi, ma ricordarli mi suscita eccitazione. Quest’estate ho insegnato a mio nipote di dodici anni il significato della parola «punk». Non so se per lui la Storia sta iniziando, ma di sicuro bisogna cominciare a ragionarci su, perché il mondo si è accanito contro tutto ciò che sa di libertà.

Vedo quante ripetizioni ci sono ormai; quanta politica si spaccia per novità. Ma un uomo che si limita a una teoria rozza di crescita personale ha deciso di vivere a tappe. E chi le ha istituite queste tappe?

Oh sì, non sono così stupido da non sapere che sono utopiche le rivoluzione e le prove generali di anarchia. Dopo un po’, chi cerca di attuarle o si ammazza o si droga. C’è anche chi è diventato fascista, ma non lo sa perché è ancora rincoglionito da troppo femminismo corrotto.

Sapete che faccio? Quando la sera vado in giro in bici per rilassarmi dopo una giornata di lavoro, canto ancora quel ritornello. A volte me ne vengono in mente altri.

«Punk’s not dead, I know» è come dire che il tempo non passa, ma ritorna, solo che non vogliamo vederlo. Allora bisogna sognare e avere fame di vita per non farsi trascinare dalla Storia, soprattutto quella contemporanea.

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