Al tempo delle lucciole: cosa cercare nel passato

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Al tempo delle lucciole” di Al.Ma, Venilia Editrice. Per acquistare il libro clicca qui
C’è stata una generazione, quella che ha vissuto la propria fanciullezza tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta del Novecento, che ha vissuto sulla propria pelle gli effetti del passaggio del boom economico.
Ancora oggi, quegli anni sono oggetto di studio, perché non si è ben compresa la natura dell’eredità lasciataci da quel periodo. Una cosa è certa: il fascino di quel momento resta lì come un mito senza tempo che viene sempre più rispolverato in questi primi decenni del nuovo Millennio. Chissà perché?
«Al tempo delle lucciole» è un libro figlio di questo «sentire» generale che non divide più le cose in «buone e cattive», ma le descrive per ciò che sono state. L’autore di questo memoriale è Alberto Manzi, che racconta di quelle estati nella campagna-periferica settentrionale in cui si trasferi la sua famiglia, proveniente dal profondo Sud.
Alberto è calabrese, anzi per essere precisi di origini tortoresi. Racconta di quei momenti trascorsi tra fossi e campi, a contatto con la natura, tra quelle compagnie allargate in cui non vi erano distinzioni di censo o di pensiero. Anche la mia generazione, nata agli inizi degli anni Ottanta, ricorderà estati simili in sella a una bicicletta, in riva al mare o a mangiare frutta raccolta dagli alberi che stavano lungo il fiume.
Come Alberto e i suoi amici, pure noi abbiamo vissuto la caccia alle rane, ai girini e alle lucertole. Come lui, anche noi possiamo ricordare le lucciole, ormai sparite da Tortora. C’è solo una differenza, sebbene sostanziale, tra la mia generazione e quella di Alberto Manzi: la sua ha avuto la possibilità di credere che quelle ore lente non sarebbero mai andate via; la mia invece le ha viste passare presto e ha vissuto tutto sentendo addosso il peso del «peccato di arretratezza».
Gli anni Ottanta del Novecento, infatti, hanno divorato velocemente il tempo, snaturandolo. Siamo stati investiti da un benessere che ha imposto la «necessità del surplus», che ci ha fatto vergognare dei dialetti, della campagna, di tutto ciò che richiedesse pazienza. Almeno, questo è quello che è successo dalle mie parti, in una Tortora che era ancora bucolica. Al nord tutto questo era successo già, con modalità uguali.
«Al tempo delle lucciole» si apre con la prefazione di Natale Luzzagni, che ci dà subito una chiave di lettura interessante: i fatti di cui narra Manzi appartengono a quell’epoca in cui si era da poco verificato l’attentato di Brescia, in piazza della Loggia. Era il 1974: gli anni di piombo dominavano, ma per quelle persone è come se tutto fosse avvenuto «lontanissimo».
Quei bambini che correvano spensierati per i fossi, che si rifugiavano in una capanna sull’albero, che parlavano a distanza con un telefono costruito con barattoli di latta e un filo di spago, che attendevano la vendemmia, neanche immaginavano cosa stesse accadendo. La loro vita correva secondo altri ritmi.
Tutto ciò oggi è impensabile. E la domanda sorge spontanea: «Era giusto così?». No, certo, perché tolto il romanticismo, resta il sacrificio di migliaia di meridionali che hanno abbandonato la loro terra. Ma ne è valsa la pena? Non c’è risposta e neppure Manzi pretende di darne una. «Al tempo delle lucciole» è un memoriale che porta addosso l’odore genuino della «microstoria», grazie alla quale possiamo delineare interessanti parallelismi tra Nord e Sud.
Ma lasciatemi chiudere con un aneddoto. Da quando Alberto e io ci siamo «riconosciuti concittadini», cioè nel 2015, ogni estate, quando lui viene a Tortora in villeggiatura, ci incontriamo nel Centro Storico per passare qualche serata insieme. Questo rito è un momento di condivisione di pensieri che corrono veloci, che mettono in risalto una comune appartenenza e quella visione che sa chiamare le cose «per nome e cognome».
Proprio queste caratteristiche rendono «Al tempo delle lucciole» un prezioso scrigno di ricordi comuni che salvaguardano davvero, a dispetto di troppi slogan inutili, un’identità di spirito che né si può chiudere in un confine né può essere condizionato da altro.
