Spiagge libere: racconto di una conquista

“Spiagge libere: racconto di una conquista” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine modificata con l’intelligenza artificiale
«Ci sono spiagge libere, ma così libere, su cui puoi fare quello che vuoi. Come se fossero di tua proprietà». Esordisce così la mia amica di Tortora. Ci mancherebbe, ogni estate è sempre la stessa storia, ma è comunque un bel rito da raccontare.
Soprattutto ad agosto accade questo: vai in un pezzo di spiaggia libera e noti che i frequentatori abituali l’hanno strutturata come un vero e proprio lido. Ciascuno di loro, con o senza famiglia, si appropria di una parte e lì lascia ombrellone, sdraio, lettini e altri gadget.
«Chi prima arriva meglio alloggia», ogni avventore ha preso possesso del proprio pezzetto secondo questa antica legge, di stampo tribale, che potrebbe essere persino all’origine della proprietà privata.
Fatto sta che, l’amica mia tortorese, proprio in nome della proprietà comune della spiaggia, occupa il posticino che riesce a trovare, con tutto l’occorrente, giusto il tempo della sua permanenza. Poi, davanti allo stupore di molti, si carica le sue cose sulle spalle e libera lo spazio nel quale è stata.
Una donna, mossa a pietà da quello spreco di energie, le ha detto: «Signorì, lasciate le cose qui. Qua ci conosciamo tutti, nessuno tocca niente». Ma lei, così osservante del galateo civico, le ha spiegato che non funziona in questo modo, per svariati motivi. Ma la signora, dopo uno sbadiglio, le ha riso in faccia e ha detto: «Fate come volete.».
E queste sono, da sempre, le spiagge libere di Tortora. Luoghi di conquista in cui certi villeggianti costruiscono il loro regno e il proprio governo. Sono luoghi così ben strutturati che mancano solo del bagnino e del parcheggiatore. Ci fu un anno in cui un tizio organizzò pure un servizio bar. Non so se sia una leggenda, ma ci costruirono intorno diverse storielle.
L’amica mia mi ha poi detto che lei va al mare in diversi momenti del giorno. Al mattino presto e nel tardo pomeriggio porta la sua bambina piccola, nelle ore di punta torna da sola per fare un bagno in tranquillità. Tranquillità: che bella parola! E siccome le ore di punta coincidono con quelle del pranzo, ecco che si aggiungono in svariati punti tavolini e ripiani su cui si posano le vivande. Tutta roba che va consumata velocemente, perché fa caldo e certe pietanze possono andare a male.
E via, si ingurgita e si tracanna, si rutta e si fa baldoria. E l’amica mia tortorese, che ha fatto studi classici ed è dotata di grande fantasia, paragona tutto alla “Cena di Trimalcione” descritta da Petronio nel suo “Satyricon“. E che felicità su queste spiagge libere di Tortora: vedere con i propri occhi la decadenza degli imperi antichi e moderni. È vero che dal mare provengono tutte le civiltà, pure quelle barbare.
C’è da dire però che tanti, per pranzare, salgono a casa ma lasciano le loro cose sulla spiaggia, tant’è che vedi questo spettacolo di sedie, lettini e ombrelloni aperti che testimoniano orgasmi di vita anarchica e succinta.
In ultimo, l’amica mia è l’unica autoctona che frequenta il luogo in cui osserva tale rigurgito di vita. Intorno a lei ci sono solo accenti di altre regioni. Nonostante ciò, da persona intelligente e fiduciosa nel movimento progressivo di emancipazione, non invoca la “remigrazione“, ma solo che qualcuno faccia rispettare le regole.
Regole che, da sempre, da quando sia io che lei abbiamo memoria, nessuno ha mai fatto rispettare a Tortora. Soprattutto ad agosto.
