Odette: un’anteprima del romanzo di Salvatore Conaci

Odette: un’anteprima del romanzo di Salvatore Conaci

Il nuovo romanzo dello scrittore calabrese Salvatore Conaci sarà in libreria il 15 ottobre 2026. Pubblichiamo il comunicato stampa inviatoci dalla casa editrice Vintura Edizioni e un breve estratto di “Odette”

Vintura Edizioni annuncia l’uscita di “Odette“, il nuovo romanzo di Salvatore Conaci, disponibile a partire dal 15 ottobre 2026.

Nella notte di una piena devastante, nel dicembre del 1997, una giovane donna scompare nel nulla. Ventidue anni dopo, uno scrittore decide di riportare alla luce una vicenda che molti avrebbero preferito dimenticare. È da questa premessa che prende forma “Odette”, un romanzo che intreccia mistero, memoria, passioni e segreti familiari in una storia destinata a lasciare il segno.

Ambientato a Delémont, “Odette” conduce il lettore lungo un percorso in cui il passato continua a riaffiorare, mettendo in discussione verità apparentemente consolidate. Al centro della narrazione vi sono il potere dei ricordi, il peso delle scelte e la capacità delle storie di sopravvivere al tempo.

Ogni comunità custodisce una storia che preferirebbe non raccontare. “Odette” nasce proprio da questa idea: che il passato non scompaia mai davvero e che la verità sia spesso più complessa delle versioni che ci tramandiamo.

Con uno stile avvolgente e una struttura che fonde romanzo psicologico, saga familiare e mistero contemporaneo, Salvatore Conaci costruisce una vicenda capace di parlare tanto agli amanti della suspense quanto ai lettori interessati ai grandi temi umani.

Prossimamente verranno annunciati incontri, presentazioni e iniziative dedicate al lancio di “Odette”.

Un estratto di “Odette” di Salvatore Conaci

Venerdì, 1 novembre 2019
Oberentfelden, Svizzera

Arriva sempre, uno scampolo di tregua. A volte precede una tempesta; altre la segue. In ogni caso è illusorio, spesso ingannevole.

Céline lava i piatti, il corpo in cucina e la mente altrove coi pensieri. L’acqua calda sulle mani, nel silenzio della sera, è un piacere che aveva scordato e che sta imparando a riscoprire. La lavastoviglie è rotta da qualche giorno, un’altra delle troppe cose della sua vita che hanno finito per rompersi nell’ultimo mese.

Sta ipnotizzando se stessa, Céline, col movimento circolare della mano. Sempre il medesimo giro, sulla medesima porcellana ormai splendente. La fede è sempre all’anulare, anche sotto l’acqua, anche se Markus non c’è e non è contemplato che torni. Quell’anello resta lì, ha deciso Céline, perché sfilarlo in questo momento significherebbe arrendersi, dare tutto per finito, per definitivo. E ora una resa è fuori discussione.

C’è la quiete, a casa. Quella subdola quiete perfetta che cala come la nebbia, poco a poco, che si percepisce solo quando è troppo tardi, quando non è rimasto più nulla da vedere.

Mia dorme da Flavia, una compagna di liceo. Ha quindici anni, Mia, e in quanto quindicenne è scissa e squarciata tra il rabbioso desiderio di libertà assoluta e l’atavico terrore di ottenerla. Sta a Céline mediare instancabilmente. Anche se nell’ultimo mese ha dovuto sopportare prove sempre più serie. Anche se senza Markus è tutto più corretto ma più difficile. Difficile almeno quanto è giusto che lui, adesso, sia lontano da loro. Che sia lontano da casa, da Mia, da lei e dal bambino.

Il bambino. Céline rinsavisce all’improvviso, mette a tacere il rubinetto e fa scorrere il vetro della stretta finestra che, appena oltre il lavandino, dà sul giardino, sul retro della casa.
«Levine? Levine, sono le sette, non ti sembra ora di rientrare? E devi tenere le luci accese quando giochi in giardino di sera. Quante volte te l’ho detto?»
«Per favore, mami, solo altri cinque minuti!» implora Levine, che appare all’improvviso sul prato e corre ad accendere qualche lampioncino.
Céline sospira. «Solo cinque minuti. E resta dov’è illuminato, dove posso vederti!» dice, prima di lasciarsi incantare dall’ultimo piatto sporco.
«Sì, mami, scopro come si chiama la volpe al di là della siepe e rientro!» risponde lui, poi le sorride con dolcezza e gratitudine e torna a giocare.

Levine. Un bambino dolcissimo. Il figlio che ogni genitore vorrebbe avere. Ha otto anni e, mentre i suoi coetanei sono rapiti dai videogiochi, lui non chiede altro che il permesso di rimanere fino a tardi in giardino nel fine settimana. Non si accontenta di passare il tempo: ama la libertà di inventare giochi di fantasia, di trasformare il grande giardino sul retro della casa in campi di epiche battaglie o in stadi di calcio riboccanti di agonismo o, come capita sempre più spesso negli ultimi tempi, in luoghi fiabeschi in cui animali sagaci ed evasivi gli parlano da mondi sconosciuti, da dietro la siepe che separa il giardino da tutto ciò che non è casa.

È gracile, Levine. Delicato nel fisico e nei modi. Céline si commuove spesso per la dolcezza senza pari di un bambino secondogenito che le statistiche davano per potenziale bufera di casa e che invece ha stravolto le previsioni con la sua rivoluzione gentile. Non dev’essere gestito, Levine: tranquillo lui, tranquilli i suoi selezionati amichetti, che vede regolarmente il sabato e la domenica.

Non ha mai creato problemi né dato pensieri, a differenza di Mia, bella e testarda come Markus. Chiede poco, dà molto in cambio. Per questo ottiene spesso ciò che vuole. Per questo Céline non batte ciglio quando il bambino chiede cinque minuti di gioco in più. Passa molto del suo tempo in giardino, senza capricci, senza storie, e ha chiesto una manciata di giri di orologio per chiudere la sua avventura creativa. Un gioco che, per la psicologa della scuola, potrebbe essere una reazione alle turbolenze familiari vissute nell’ultimo periodo. È stato ingenuo, Levine: ha detto alle maestre della volpe parlante che gli fa visita in giardino nel tardo pomeriggio, negli ultimi tempi.

Quelli che state vivendo a casa sono cambiamenti troppo repentini e radicali per gli adulti, e quindi tanto incomprensibili e destabilizzanti, per un bambino, da spingerlo a creare una realtà fantastica appena fuori dalle mura domestiche, sulla quale poter esercitare una parvenza di controllo, ha detto la dottoressa, interpellata dalle docenti. Céline, invece, conosce profondamente suo figlio. Sa che il gioco della volpe parlante è una novità, ma sa anche che le modalità con cui Levine lo svolge sono le solite, quelle di sempre, quelle degli altri giochi da giardino. Una novità certamente dovuta ai cambiamenti vissuti a casa, ma nulla di clinicamente rilevante o che richiedesse addirittura un intervento della psicologa. Per Céline, quello di una volpe parlante che fa visita a un bambino è un gioco romantico e struggente, addirittura letterario: l’intelligente rielaborazione di uno dei libri preferiti di Levine. Un gioco geniale, perché ben strutturato nel tempo. Bastano cinque minuti per chiuderlo. Questo pensa Céline.

Cinque minuti. Perché no? Sono solo cinque minuti. Cinque minuti e basta, però, pensa Céline. Da quando bada da sola ai suoi figli, avverte una responsabilità maggiore, più opprimente. Le sue paure si sono ingigantite e moltiplicate, soprattutto quelle illogiche, del tutto prive di motivazioni reali.

Il giardino è grande, comodo e curato, si dice. Non ci sono giochi pericolosi, e l’illuminazione non sarà totale, ma permette una buona visione dei primi metri intorno alla casa. Soprattutto, Levine non si spinge mai oltre il consentito: sa che non deve giocare dove la luce non arriva. Oberentfelden, poi, è un paese tranquillo e sicuro. La sera diventa un centro dormiente e placido, e l’emozione più forte che possa capitare nelle ore notturne è di ritrovarsi casualmente una martora in giardino. Céline lo sa.

Sì, va bene tutto, ma i cinque minuti devono restare cinque e basta. In fondo, il quartiere è poco illuminato, e ultimamente le sirene della polizia si sentono più spesso di quelle delle ambulanze. Il giardino, inoltre, si affaccia su una desolata stradina di campagna. Non il massimo della serenità. No, decisamente. Soprattutto in un periodo in cui ogni cosa, al bivio tra il bene e il male, prende immancabilmente la via peggiore.

La scuote da suoi pensieri il rombo di un motore insolitamente fragoroso. Il flusso dei pensieri si interrompe, e anche quello dell’acqua. Céline guarda il lavandino e vede l’ultimo piatto, quello strofinato e sciacquato più a lungo. Quello che spesso, ultimamente, paga col suo smalto il conto delle preoccupazioni di una madre provata. Un solo piatto, splendente, che subito mette giù col cuore in gola. Si volta verso la sveglia del salotto. Sono le diciannove. Le diciannove più cinque minuti.

«Levine?» chiama subito dopo dalla finestrella della cucina. «Levine, i cinque minuti sono passati!»

Post correlati