Lavoratori poveri: un racconto calabrese

Lavoratori poveri: un racconto calabrese

“Lavoratori poveri: un racconto calabrese” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale

Hai ancora voglia di incazzarti, nonostante il tuo apparato circolatorio non te lo permetta? Sei un lavoratore, uno di quelli che dalla mattina alla sera si spacca la schiena con la pioggia e con il solleone. Non esiste per te la stagione senza acciacchi, ma hai la speranza che morirai avendo fatto il tuo dovere. «Tanto, altro non sai fare e per altro non sei nato», diceva sempre tuo padre.

Hai appreso da notizie di stampa che siedi anche tu tra i “lavoratori poveri” pur avendo un contratto regolare, pur vedendoti versati i contributi per la pensione. Cacchio, che fregatura! La tua condizione è frutto di un insano gioco tra le parti – parti che stanno al di sopra di te e che di te se ne fottono – per cui sei un burattino sul quale speculare. Pensa, ogni mattina ti svegli stressato e nervoso, questo produce più cortisolo del dovuto, visto che ormai dormi anche male. Se tutto va bene, tra qualche anno ti procurerai un infarto fulminante, se sei sfigato ti prenderà un ictus invalidante.

Di lavoratori poveri è piena l’Italia. È colpa di tutti i Governi, anche di quelli che saranno eletti in futuro. Questa nuova classe di frustrati è più sviluppata in Calabria. Ecco un altro dato che apprendi leggendo stramaledette notizie sui social. Mentre evacui il meglio di te, fermentato durante la notte, apprendi che sono aumentati gli interventi della Caritas e che anche i lavoratori normo-stipendiati vi hanno fatto ricorso.

Tu proprio non ti immagini a mangiare pasta lavata, scatolame assortito, oppure a vestirti con roba di scarto uscita da armadi impolverati. Tu lavori; puoi consumare in base ad alcuni indici; puoi spendere qualcosa in più rispetto a chi è disoccupato. Insomma, dovrebbe essere normale. Invece, se ti fai due calcoli – sempre stando seduto sul cesso – ti viene da piangere e senti che qualcosa vibra più del dovuto nel petto. Tiri le somme e ti rendi conto che rinunci a troppe cose in favore di poche altre. E perché? Alla fine tutte le mattine vai a fare il tuo dovere, non a rubare.

È un discorso ovvio, elementare. Se ci metti la filosofia di mezzo, quel po’ che sai del pensiero umano, comprendi che non sei neanche un “proletario“, visto che non hai prole, quindi figli, pertanto Capitale umano e affettivo su cui investire. Sei solo uno tra i tanti lavoratori poveri che dovrà tirare la cinghia finché morte non ci separerà dalla Terra. Al massimo potrai sposarti in tarda età e contribuire alla crescita di figli non tuoi.

Alla fine di tutto, ti ricordano pure che nella tua Calabria se nasci povero muori povero. In poche parole i dati evidenziano che il “riscatto sociale” non esiste, perché difficilmente riuscirai a studiare e a salire di livello. Al massimo andrai a morire di fame in un’altra regione. L’unica cosa che impari da subito è come ci si procura il pane. Figuriamoci, non è che il titolo di studio cambi qualcosa; tu conosci poveracci che vanno dalla quinta elementare alla laurea magistrale. Eppure, questo è normale. Magari con lo studio impari a leggere diversamente il Mondo, ma anche di questa consolazione te ne fai poco. Anzi, potrebbe succedere che ti ammali prima perché capisci troppo cose insieme.

Eccesso di sapere = morte anticipata. Magnifico! Sii fiero di ciò che ti circonda, sei anche tu uno tra i tanti “lavoratori poveri“. Santa Ignoranza sussurra alle tue orecchie la possibilità di imbracciare i fucili.

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