Polpa di Flor Canosa

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Polpa” di Flor Canosa, Neo edizioni, 2025
È il nostro mondo quello che ci racconta Flor Canosa. Non c’è nulla di distopico nel suo romanzo, tradotto da Gianni Barone. Forse la vera distopia sta nel fatto che amiamo nascondere la realtà per sentirci migliori, per evitare un confronto diretto con ciò che siamo diventati. Nonostante tutto, trattiamo quest’opera come descrizione di uno dei tanti futuri peggiori possibili.
“Polpa” parla di un mondo in cui il dolore, persino provarlo, è un reato. Gli uomini sono come anestetizzati e quindi privati del loro corpo. Il controllo del corpo, come ricorda Foucault, è il traguardo più ambito del potere, attraverso cui si compie il completo dominio dell’individuo. Ebbene, non possiamo negare che questa meta sia stata raggiunta.
All’interno di un sistema chiuso e perfettamente regolato da un’unica volontà sorgono però le peggiori perversioni. “Polpa” è infatti la descrizione di una compensazione: la naturale ricerca del dolore attraverso la violenza, la sottomissione e l’autolesionismo.
La scrittrice argentina usa una lingua priva di edulcoranti. Le sue parole sono limpide e crudeli. I protagonisti della storia sono votati al dolore, da cui traggono piacere. Per loro, soffrire o causare sofferenza è un atto di fede. La sessualità, in quanto contatto tra corpi, è dolore, quindi gioia che pochi possono però gustare nelle sue varianti perverse.
In ogni distopia che si rispetti, però, chi è nella stanza dei bottoni sa bene che un sistema rigido non è durevole ed è solo un tentativo di ordinare qualcosa di indomabile per sua natura. “Polpa” rispetta questo canone, mostrando pagina dopo pagina il tallone d’Achille di ogni governo fondato sulla privazione di un pezzo di umanità: l’imprevedibilità che governa ogni specie.
L’uomo è perlopiù istinto, solo talvolta è ragione. Ed è forse questo il tema che sorregge “Polpa”: l’esaltazione di qualcosa di indomabile, di un residuo inconscio che non può essere sottratto a nessuna persona. In un mondo che ormai pensiamo di poter dominare e regolare secondo un think positive frustrante, il dolore e la violenza sono i veri disturbatori.
Nascondere tutto ciò vuol dire lasciare che i nostri demoni diventino manifestazioni di libertà di pensiero e di azione. In maniera sottile, “Polpa” ci lascia proprio questo messaggio: la nostra crudeltà può diventare l’essenza del nostro libero arbitrio.
