Le piace Proust?: Cesarini dalla parte di Françoise Sagan

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Le piace Proust?” di Isabella Cesarini, 96 Rue de-La-Fontaine Edizioni, 2025
Amava dire che la letteratura, come capitò a Proust, le aveva insegnato l’umiltà, ossia “osare pur sapendo di non sapere”. Si definì donna del vizio, perché l’alcol, il sesso e le auto sportive erano per lei brividi necessari. Quando scoprì che Céline era astemio ci rimase male, ma forse proprio quel particolare lo rendeva così speciale. Infine, poco prima di morire, nel 2004, disse che la Francia era stata verso di lei ingrata.
Questo ci racconta Isabella Cesarini, autrice di “Le piace Proust?”, libro che attingendo da documenti e altre fonti autorevoli ricompone la vita di Françoise Sagan, scrittrice e drammaturga francese che in molti hanno dimenticato. Balzò agli onori della cronaca per il suo best seller, Bonjour Tristesse, apparso nel 1954, tradotto e messo addirittura all’indice dal Vaticano.
Oggi, la sua figura, soprattutto in Francia, ricomincia a riecheggiare ma l’opera di Cesarini non è un saggio, bensì un romanzo dalle tinte proustiane che tramite il recupero delle memorie dell’autrice crea una sorta di biografia ricca di aneddoti. Una ricostruzione fedele, in cui viene tirata fuori l’anima della scrittrice francese. Il risultato è un libro suggestivo, che interroga il lettore su molteplici aspetti, ossia dallo stato dell’arte alla sua emancipazione, fino a giungere alla deriva spettacolarizzante di cui subiamo fascino e sintomi.
Proust rivive in queste pagine. Françoise lo cita sempre. È il suo faro. D’altronde, il suo “cognome d’arte” è un omaggio alla principessa Sagan, che appare nella Recherche. Una figura evanescente, che sparisce velocemente, ma che lascia una traccia indelebile. E lei, il cui vero cognome era Quoirez, si sentì così: fuori dal mondo dei grandi, lontana da coloro che sgomitavano per una briciola di potere, incurante verso ogni richiamo di vana immortalità.
“Le piace Proust?” è quindi un romanzo in cui rivive anche lui, lo scrittore francese schivo, silenzioso, appartato, che proprio nella solitudine edificò la sua immortalità. In lui però non c’era niente di calcolato, nessuna agenzia pubblicitaria alle spalle, nessun schema comportamentale imbastito per l’occorrenza. Erano altri tempi? Certamente, erano gli anni dell’arte per l’arte, del fare per tirare su il proprio bastione contro il mondo.
Sagan visse la mondanità, ma non era solo affamata di esperienza, anzi si sentì sempre nel mezzo di un apprendistato. Lei parla per l’appunto di “umiltà dello scrittore”, che è cosa diversa dalla modestia che stronca la fiamma. Saltare il fosso, sapendo di non sapere; attraversare il mondo rendendone testimonianza, consapevoli che sarà sempre e solo una parte della verità percepibile.
Forte di questo adagio che Platone mise in bocca al suo Socrate, ecco che ciascuno di noi diventa un “essente” che eccede e sbaglia con l’ingenuo proposito del comprendere. Ci riusciremo? “Le piace Proust?” assembla così la sua Sagan. Isabella Cesarini non fa passi azzardati, ma segue la logica delle emozioni.
Dopo anni di oblio, nonostante Bonjour Tristesse avesse venduto 30 milioni di copie, Sagan è stata ripubblicata in Francia nel 2019 e la sua fama ricomincia a risplendere. Lei difese sempre la sua opera dall’infame etichetta di “letteratura rosa”. In Italia venne apprezzata dal critico letterario Carlo Bo.
Ma al di là della biografia, va preso atto che il lavoro di Isabella Cesarini non è stato semplice. “Le piace Proust?” è un viaggio che permette non solo di conoscere una grande autrice a chi, come me, l’ha ignorata; ma dà anche la possibilità di confrontarsi con alcuni fenomeni storici di cui ancora si dibatte e che non hanno concluso di influenzare la nostra epoca.
