Il pittore e la sua notte

Il pittore e la sua notte

“Il pittore e la sua notte” è un racconto di Giuseppe Bella, In copertina un quadro di Lucio Fontana

Una sera di marzo un pittore, rientrando dal suo studio, fu colpito dall’idea che qualcuno lo aspettasse in casa. Una fantasia, nient’altro: e se ne sbarazzò con un sorriso amaro, scrollando le spalle. Viveva da solo e non frequentava più nessuno, ormai da anni. Attraversava le strade con i passi circospetti di un randagio. Il cielo livido era solcato dalle nottole. Ne seguiva con lo sguardo i volteggi, grevi e lenti, così diversi dalla tagliente grazia delle rondini; e tornavano ad assalirlo improvvisi quanto labili spaventi.

Nella luce declinante i mostri di pietra, dai culmini dei portali, dalle mensole dei balconi, gli lanciavano sguardi affranti, tuttavia alcuni ghignavano maligni, altri storcevano le bocche in un tentativo di urlo, ma le parole non riuscivano a staccarsi dalla pietra e una maschera grottesca fissava i loro volti in una smorfia di sgomento. Sulle basole i passi del pittore si facevano più svelti. Quando imboccò il vicolo su cui si affacciava la sua abitazione, nell’intero quartiere andò via la corrente. Spinse il cancello che immetteva nel giardino rischiarato dalla luna; vi spiccava il rosso ostinato delle rose.

Passandole accanto, il pittore udì la palma scuotere la chioma, con un fruscio oscuro e mormorante. Entrò in casa e sedette vicino a una finestra. I battenti della porta erano rimasti accostati, le alte imposte aperte sul giardino lasciavano filtrare dentro una luce tanto pallida da sembrare mortuaria. Pensava che la sua fantasia di poco prima, che qualcuno in casa aspettasse con calore il suo ritorno, era stata una debolezza cui non bisognava più cedere in futuro. Aveva abbandonato la testa su una spalla e si era appisolato. A un tratto giunse da fuori un rumore, come di un peso che qualcuno trascinasse sul terriccio del giardino; ma a momenti sembrava dovuto al continuo ruzzolare di un corpo che battesse con il ventre sul terreno. Erano tonfi molli, in una successione irregolare. Si sentiva, sempre più vicino, un gemito affannoso.

Ci fu una pausa di silenzio seguita da un raspare frenetico sul legno della porta, la quale si aprì lentamente e scivolò dentro una creatura indefinibile, che nell’oscurità poteva scambiarsi per un cucciolo smarrito, dal corpo tracagnotto. “Chi sei?” gli chiese il pittore, con palese incongruenza. La bestia, com’era naturale, non fu in grado di rispondergli, ma si mosse zampettando nell’ombra, faticosamente, verso un punto della stanza dove il raggio lunare formava una pozza luminosa. Mostrava un ventre smisurato e gonfio che nello sforzo della marcia dondolava da una parte e dall’altra, strusciando sul pavimento quando la bestia non poteva più per il gran peso mantenere il dorso dritto; quasi vi si percepivano sguazzare gli intestini. La bestia emise un uggiolio e si accucciò ai bordi della macchia di chiarore.

Aveva lasciato dietro di sé una scia verde, come una bava luccicante. Il pittore con occhio esperto riconobbe in quella traccia l’impronta di un colore acrilico, e nello stesso istante indovinò nelle forme di quel cane il profilo di una creatura immaginaria, nata, un giorno, dai sogni del suo pennello. Come se avesse udito il suo pensiero, il cane o quello che insomma fosse cacciò un altro uggiolio, più lungo del precedente, e modulando la voce su un tono divertito disse: “Sono io, sì, sono proprio io”. Per terra, attorno al suo corpo acciambellato, si allargava un alone verdognolo. Il pittore, meravigliato, si staccò da dove sedeva e fece alcuni giri intorno all’insolita apparizione, che adesso se ne stava in silenzio, la testa affondata tra le zampe, l’addome palpitante.

Sembrava dormire. Mostrava un corpo dall’opulenza sgraziata in forte contrasto con la delicata leggerezza di quattro ali verdi formate non da piume ma da tenere membrane e le cui punte nel riposo si raccoglievano sotto l’attaccatura delle zampe anteriori. Queste ultime in verità non erano esattamente zampe bensì braccia umane nerborute e tozze, e le mani avevano artigli colorati di un rosso fiammante. Dalle terga si allungava una coda equina. La cosa emise un profondo sospiro; pareva esausta; si era forse trascinata per strada a lungo perdendo così parte di quel verde che le scorreva in corpo come una linfa. Il pittore scrutò commosso l’ospite. Si dispose a sorvegliarne il sonno, per il tempo che occorreva perché recuperasse le sue forze. Gli venne un’idea improvvisa. Gli avrebbe infuso nuova energia usando il colore di cui in casa teneva delle scorte.

Spalmò l’acrilico sull’intero corpo della bestia. Questa, quasi all’istante, manifestò come un sussulto, e aprì sul viso del pittore uno sguardo ravvivato. I suoi occhi ammiccavano manifestando un’espressione vagamente beffarda. Il pittore se ne risentì, e già si era pentito del proprio gesto allorché la bestia si rizzò di scatto sulle zampe, gli voltò le spalle e fustigandosi le natiche con la coda parve immergersi in qualche riflessione molto profonda. Alla fine si girò di nuovo verso il pittore e gli disse, con aria di compiaciuta civetteria: “Io sono un angelo”. Il pittore non riuscì a trattenere uno scoppio di riso, che all’angelo parve irriverente, offendendosi a sua volta. “Scusami” disse il pittore, “non intendevo deridere il tuo aspetto. Non sei certo il primo angelo difettoso che mi compare davanti. Devi sapere che angeli simili a te ne ho perfino dipinti. Ma, e te ne chiedo di nuovo perdono, ridevo al pensiero di averti scambiato per un cane”.

L’angelo sembrò rabbonirsi; rispose, con una strana tonalità di voce, ringhiosa ma gentile: “Mi fa piacere il tuo sorriso: temevo che la mia figura ti avrebbe spaventato. Somiglio a un cane? Pazienza. Questa è la forma di cui oggi, lì in alto, mi hanno rivestito. Per quanto sia ridicolo, l’aspetto di cane è dovuto al compito che mi tocca. Devo accompagnarti. Non sono io a stabilire come e quando, sono come un commesso. Vi prendo, poco importa se acconsentite o resistete, e vi porto via”. E si mosse verso l’uscita con quella sua andatura sgraziata che non lasciava certo supporre una capacità di volo.

Si arrestò sul filo della soglia, voltò indietro la testa e sorridendo, con la voce che assumeva un tono umano, come se un grumo sonoro, ringhioso e ferino, iniziasse a risolversi, disse al pittore: “Seguimi”. Uscirono nel giardino. Si era frattanto levato un forte vento. Il giardino era tutto uno scompiglio di foglie e arbusti. Al pittore parve che il cespuglio di rose invocasse il suo aiuto. Si allontanò dall’angelo e strinse in un abbraccio le piccole rose incurante delle loro spine. Si udì a un tratto, confusa al crepitio delle frasche e ai sibili del vento, come una nota acuta e cristallina, subito soffocata dal mutevole coro dei lamenti.

Il pittore volse intorno lo sguardo e vide l’angelo. Risplendeva nella notte con quel suo colore verde fluorescente. Aveva aperte le quattro ali e rideva sonoramente. Proferiva anche delle parole, di cui si riusciva a intendere soltanto il tono, sottile e immaturo. Il tono di voce di una bambina. Il pittore associò mentalmente questa voce alla figura di una piccola visitatrice che, da qualche giorno, appariva negli angoli del suo studio più trascurati, e lo guardava fisso negli occhi, mentre con l’indice si tormentava l’unghia del pollice, nella inflessibile e silenziosa attesa dei fantasmi. Egli a questo punto fu certo che quella bizzarra parodia di un angelo, che gli stava sospeso in aria di fronte, di quella bambina era la semplice metamorfosi. Avvertì un dolore acuto tra spalla e sterno.

Il vento cessò d’incanto. Udì nuovamente la voce dell’angelo il quale, nel tono di una benevola ironia, gli sussurrava: “Non essere nervoso, calmati. Il momento più brutto lo abbiamo già alle spalle”. Il pittore, in effetti, si sentiva leggero. Ma non volendosi dare per vinto, rispose in questi termini al cane angelico: “Mi sei apparso senza alcun preavviso. Certamente la notte ti ha condotto a me come un parto dei miei sogni più strampalati. Sei così ridicolo! Dove vuoi che si vada? Non mi sorprenderebbe che la nostra destinazione fosse un circo equestre”. L’angelo rifletté brevemente e poi disse: “Non volete mai capire, voi mortali. Ma del resto siete da comprendere; la partenza è così rapida e tanto fulmineo è il viaggio che la meta, all’istante, ecco – è già raggiunta”.

Il pittore, con un sussulto, si guardò intorno. La grande palma si muoveva: una complicata diramazione di radici ne assicuravano i passi, vibrando frenetiche, simili alle zampe di un ragno. In poco tempo fu vicino a loro due. Agitò la chioma in direzione del pittore, e con una voce che sembrava emessa dalle sue stesse foglie, composta di fremiti e fruscii, gli disse: “Benvenuto”. Nello stesso momento l’angelo cominciò a battere le sue ali producendo un ronzio come quello di un calabrone, e ingiunse al pittore: “Saltami in groppa”.

Senza sforzo alcuno egli balzò in aria e si posò sul dorso del cane, che schizzò rapido in volo, diretto all’alta cima della palma: questa, per accoglierli, aveva diradato le lamelle e alcune le aveva incurvate a formare una culla. Il pittore, nello stesso istante che si distendeva in quel giaciglio, fu preso da un sonno invincibile. Poi ogni pensiero scomparve dalla sua mente; e cullato da quel grembo arboreo egli sprofondò nella quiete della sua ultima notte.

Post correlati