Una particella di catarro di Landolfi

Una particella di catarro di Landolfi

“Una particella di catarro di Landolfi” è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una foto generata con l’intelligenza artificiale

«Sta bene secondo te?» chiede Lia.
«Sì, a volte sono conciati anche peggio» risponde Franco mentre rolla una sigaretta.
«Quindi è normale? Non dovremmo chiamare nessuno?».
«Chiamare? chi? Ti ci abituerai. Il bello arriva tra poco».
Per qualche minuto l’unico rumore nella stanza è il ruggito costante del videoproiettore, che emana un fascio conico su un enorme telo grigio consunto, alle spalle dei due che poco fa conversavano.

La stanza odora di muffa ed è disadorna: quattro sedie di alluminio giallastre, forse un tempo bianche, sono poste al centro della stanza (per l’occasione ne è stata portata una quinta, anche se solitamente non viene concessa) e un armadietto a muro color ardesia. Sulla parete destra è appeso un enorme poster di Mark Twain in bianco e nero, dall’altro lato è appeso un quadretto con una poesia in corsivo di Borges, a fianco a una finestrella semiaperta. C’è anche un piccolo banchetto, bucherellato e pieno di scritte, vicino al telo con un portatile sopra.

Le volute di fumo si alzano verso l’alto e rimangono intrappolate nel fascio di luce lattiginoso. Lia si strofina il gomito destro con la mano e osserva lo spettacolo in silenzio. Michele e Giovanni entrano. Uno in abiti formali, l’altro in abbigliamento casual sportivo. Arrestano il passo, entrambi direzionano lo sguardo per qualche istante verso il fondo della stanza, senza fermare la conversazione, poi riprendono lentamente il passo.
«Dieci anni esatti che aspettavo uscisse» dice Michele, senza distogliere lo sguardo dall’uomo in fondo alla stanza. «Io sono fermo alla seconda stagione, devo recuperare,» dice Giovanni «il proiettore c’è, si potrebbe rimediare ora» aggiungendo una risatina.
Mentre Franco sblocca lo schermo del portatile, il capo entra, sbattendo la porta.
«Dai,» dice battendo le mani «sbrighiamoci che ho sempre meno tempo per queste sciocchezze». Si tasta nervosamente le tasche dei pantaloni e poi estrae gli occhiali da lettura. Strizzando gli occhi cerca con lo sguardo in fondo alla sala, nella penombra, come un professore che dopo aver fatto l’appello cerca uno studente di cui non ricorda il volto.
Si gira di scatto verso Lia e chiede «è lui?» Lia annuisce. «Ma è vivo?» cambiando interlocutore e chiedendo a Franco. Quest’ultimo risponde con un’espressione facciale interpretabile come ‘’benone’’.

I quattro si accomodano mentre il capo rimane in piedi a braccia conserte, dietro di loro. Inizia a leggere a voce alta con tono solenne.
Alla quarta riga, a metà di una descrizione, il capo diminuisce il tono di voce fino a spegnersi del tutto.
«Devo ingrandire il carattere?» chiede Franco dopo qualche istante di silenzio.
«No, ma che carattere! Ma io mi rifiuto categoricamente di leggere anche solo una parola in più,» dice il capo sfilandosi gli occhiali «ma siamo pazzi, questa è robaccia». Giovanni dà una gomitata a Michele e gli fa l’occhiolino. Franco osserva attentamente lo Zippo che tiene nella mano sinistra: uno da collezione, zigrinato e raffigurante un corvo dall’aspetto tetro che poggia le zampe su una lapide crepata.
Il capo dilata le narici espirando rumorosamente e increspando le labbra. Si volta e avanza verso l’uomo legato nella penombra. Accende una sigaretta e sbuffa una nuvoletta verso l’alto. L’uomo di fronte a lui è legato con del nastro adesivo telato, per la parte superiore del corpo, e con delle vecchie cinghie per tapparelle, per mani e caviglie. Il volto è sanguinolento, dei rivoli gli sono colati sui pantaloni di velluto beige formando due nasi di clown.
«Vediamo se così riesco a stimolare un po’ il tuo sistema nervoso centrale» dice il capo. Si china con le ginocchia e tenendo stretta la sigaretta tra indice e pollice la preme energicamente contro la fronte dell’uomo legato. Lia emette un suono acuto, portandosi una mano alla bocca; Michele e Giovanni si scambiano commenti e Franco è passato a giocherellare girando la rotella d’accensione.
«Molto bene. Ora, voglio farti una semplice domanda,» riattacca il capo «perché hai usato termini come “obiurgazioni” o ‘’adimare’’?»
Dalla bocca del suo interlocutore escono sono piagnucolii prolungati. Il capo accende un’altra sigaretta e la osserva con aria meditabonda, come se cercasse di trarne delle verità oscure da quella combustione.
Attende qualche secondo. Non ricevendo risposta, si volta e si dirige verso l’armadietto a muro con passo risoluto. Borbotta qualcosa, mentre inserisce una combinazione. Apre l’armadietto e dopo aver infilato qualcosa nella tasca posteriore, torna nella stessa posizione in cui era prima. Si china ed esibisce un ampio sorriso: il genere di sorriso che si fa quando si guarda un neonato.
«Allora?» chiede il capo.
«Pensavo suonasse bene» risponde con un filo di voce l’altro continuando a fissare il pavimento segnato da chiazze di sangue.
Il capo guarda il soffitto poi si mette una mano davanti alla bocca e cede ad una risatina soffocata, che presto si tramuta in uno scoppio incontrollabile.
«Ragazzi, avete sentito? Suonava bene,» dice girandosi verso gli altri, concludendo la frase con un tono più acuto. Un risolino sforzato esce dalla bocca di Michele, mentre gli altri tre osservano incuriositi la scena.

Il capo smette di ridere e punta qualcosa verso la testa dell’uomo legato. «lo sai cosa suona bene?» chiede «Il rumore del tuo cervello che si sfracella e imbratta la parete, quello suona bene!» Urla, a pochi millimetri dal viso dell’interlocutore.
Gli occhi tumefatti dell’uomo legato improvvisamente schizzano fuori, come due piccole creature tonde e spaventate a morte che escono dalla tana.
«Sai dove ho letto l’ultima volta quei termini?» sbraita il capo «in un’opera di Landolfi».
Il capo preme la canna dell’arma contro la fronte imperlata di sudore dell’uomo legato, esattamente dove c’è il foro della bruciatura generata pochi minuti prima.
«Tu non te lo puoi permettere di usare parole desuete o arcaismi a casaccio, non sei Landolfi! Non vali una particella del catarro di Landolfi» La sua voce stentorea echeggia in tutta la stanza.
«Sei solo un povero scrittore insicuro, che scrive per fare colpo; per vedere il suo nome scritto da qualche parte; per lasciare una traccia e per paura di scivolare troppo velocemente nell’inevitabile tunnel dell’oblio». Si passa una mano sulla testa calva e poi scaraventa il mozzicone con un con un energico colpo di medio. Il pavimento è una costellazione di mozziconi, pacchetti di sigarette accartocciate e resti di fazzoletti appallottolati.
Giovanni guarda l’orologio e lo mostra a Michele, che fa una smorfia e poi indica il proiettore guardando gli altri tre. Franco tira fuori dalla tasca un piccolo telecomando, osserva per qualche secondo i tasti e infine premendone uno, dissolve il fascio luminoso.
Al capo squilla il telefono, lo estrae rapidamente dalla tasca e dà un’occhiata fugace allo schermo; abbassa l’arma, e ora parla sommessamente e in tono formale per qualche secondo.
Quando riattacca fa un gesto con l’anulare disegnando un cerchio invisibile in aria, rivolto ai quattro, che si alzano in sincrono dalle sedie, eccetto Lia.
«Michele, Gio», dice indicando un punto con l’arma ancora in mano «lì in centro».
«Lia, tu vieni con me che ne abbiamo altri due giù in reception». Lia annuisce in silenzio e avvampa in volto.
«Franco, accendi di nuovo il proiettore». Dice il capo mentre si srotola le maniche della camicia.

Nel frattempo, Michele e Giovanni si scambiano brevi battute su come portare l’uomo legato in centro alla stanza; Michele mugugna qualcosa a proposito della sua schiena malconcia e sul fatto che abbiamo chiuso con i lavori manuali anni prima.
«Quindi, Lia con me. Franco rimani qua, e voi e due fatemi avere le recensioni che vi ho chiesto entro un paio d’ore». Dice il capo abbottonandosi i polsini.
Il capo si avvicina all’uomo legato, si china producendo degli scricchiolii causati dalla cavitazione. Si strofina i pantaloni con i palmi della mano e poi sussurra all’uomo legato: «ti lascio legato ancora un po’», dice continuando a guardare davanti a sé. «Voglio darti la possibilità di riflettere su ciò che hai scritto».
L’uomo annuisce meccanicamente, ha la bocca dischiusa ed emette deboli rantoli. La bruciatura sulla fronte ha assunto una tonalità più scura e l’occhio destro è gonfio e ha il colore di un fiordaliso nerastro.
«Scrivi per far parlare la parte di te che ama,» esclama il capo, alzandosi e dando due pacche sulle spalle allo scrittore «invece di quella che vuole solo essere amata, diceva un tale». Il capo, prima di allontanarsi, alza il braccio leggermente, abbastanza da formare un invisibile angolo a 40° gradi. Improvvisamente esplode un colpo, il proiettile si conficca nella gamba dello scrittore. Un grido lacerante pervade la stanza e si scaglia contro le pareti; il materiale fonoassorbente imprigiona le poderose onde sonore emanate dall’uomo legato, che ora dibatte, come può, piedi e mani languidamente.
Lia fa un balzo in avanti, prova febbrilmente a slegare l’uomo agonizzante.
«Non possiamo lasciarlo qui così», dice Lia, rivolgendosi ai presenti «ha bisogno di soccorso». Fa qualche passo indietro, prende il telefono e compone un numero. Il capo con gesti pacati le sfila il telefono dalle mani. Riaggancia. Con la stessa pacatezza lo posa sul pavimento, apre la mano destra, mostrando il palmo a Lia. Lo schermo luminoso viene freddato, producendo forme caleidoscopiche sul rettangolo da 6″ pollici.
«La prassi è questa. Vedrai che tornerà a ringraziarci» dice con una nota di malinconia e rassegnazione il capo.

All’ingresso due uomini attendono, seduti nella sala asettica, ordinata e profumata di deodorante per ambienti al pino silvestre. La stanza è inondata di luce; i raggi fanno irruzione obliqui dall’enormi finestre.
«A me hanno scritto per una collaborazione» dice quello più giovane all’altro.
«Uguale. Spero arrivino presto,» risponde l’altro tenendo tra i denti la paletta del caffè «devo andare a prendere mia figlia a scuola alle 16».
Il capo entra sbattendo la porta con veemenza, seguito da Lia.
«Buongiorno,» dice il capo «vi faccio accomodare di là, per la parte burocratica».
«Ok» risponde il più vecchio dei due.
I due si incamminano verso la porta tagliafuoco che ha indicato poco prima il capo, che ha fatto il suo ingresso trafelato, madido di sudore e senza presentarsi. Entrambi guardano le verdeggianti piante ricadenti, appese a dei ganci, che precedono la porta verso la quale si stanno dirigendo.
«Che tipo strano,» pensava il più giovane «ha pure l’orlo della camicia sporca di sangue».
«Ci vediamo nell’altra stanza per conoscerci meglio» aggiunge il capo, abbozzando un ampio sorriso, mostrando i denti bianchissimi.

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