Geremia

“Geremia” è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
Tutto è iniziato con Geremia. Geremia era il mio caro amico e il più talentuoso di noi due: aveva la scintilla dello scrittore, lui. Era novembre quando mi chiamò, e mi disse che il suo romanzo aveva trovato una casa editrice importante; lo volevano, e volevano che ne scrivesse subito un altro. Fui felice per lui. Aveva lavorato al romanzo per dieci anni scrivendo più di settecento pagine. Nessuno lo aveva letto però. Perché se c’era un pregio che ci accumunava, era la mancanza di fiducia.
Geremia era la scrittura. Anche un bugiardino, una ricetta, se scritti da lui, diventavano racconti straordinari. Non sono mai stato geloso del suo talento: scrivere era per me un modo di atteggiarmi, di riempire le mie giornate inconcludenti.
Quella volta, al telefono, mi chiese di accompagnarlo in montagna, avremmo viaggiato con la sua macchina. Risposi che prima di gennaio non avrei potuto: avevo dei racconti da consegnare. Mentivo. Questo facevo con lui, fingevo di essere uno scrittore vero. Uno scrittore del suo livello. Comunque, accettai. Voleva raggiungere un luogo di attrazione, disse, di cui aveva letto da qualche parte.
Non sapeva o, forse, non volle dirmi altro, ma la sua eccitazione, anche durante il tragitto, mi agitava e mi incuriosiva. Da quando aveva saputo dell’esistenza di quel posto non era più riuscito a darsi pace. Adesso ho due raccomandazioni per te: hai trovato la mia lettera in questa baracca, e adesso bruciala insieme alla casa. Per farlo, usa questi stessi fogli; troverai una scatola di fiammiferi sotto il lavello, attaccati con dello scotch. Potrei appiccare io stesso le fiamme, stracciare la lettera, tornare indietro, ma nessuno saprebbe la verità su di lui, e lui mi troverebbe, in ogni caso. Ma se è la curiosità a mangiarti, come io credo, allora rimarrai.
Il giorno della partenza, Geremia ha così insistito per mettersi alla guida; diceva che chiacchierare e guidare lo rilassava. Lasciata l’autostrada, siamo entrati nella frazione del paese, lo stesso che hai attraversato tu, probabilmente, e che ti ha portato all’entrata del bosco. Il navigatore ci ha detto di guidare nel viale alberato e di proseguire fino al passaggio a livello.
Lì il panorama si è trasformato. Eravamo circondati da alberi di oleandri, campi a vista d’occhio di noccioleti. Dopo qualche chilometro è iniziata la montagna. La salita era molto ripida e ogni curva era peggio della precedente. Tuttavia Geremia non era preoccupato. Parlava: era come se non avvertisse il minimo pericolo. Un animale improvviso, perfino una foglia da un albero, avrebbero potuto farci sbandare e precipitare. Ma non c’erano cristiani o animali vivi.
Arrivati nel parcheggio Geremia ha spento la macchina, la Volkswagen blu, sotto uno dei tre alberi. Così ricordo. Cerco di ripercorrere per filo e per segno tutto il nostro tragitto perché è assolutamente necessario che tu sappia cosa non fare. Siamo entrati nel bosco, con gli zaini in spalla. Abbiamo visto le aree pic-nic, alcune famiglie, dei bracieri e un piccolo chiosco. Sentivamo bambini giocare, odore di carbonelle accese e di carne arrostita.
Più il bosco si infittiva e più la luce si spegneva sopra di noi. Dopo dieci minuti di camminata mi sono accorto che qualcosa mancava. Erano le voci, le voci dei bambini si erano mutate; gli unici suoni erano il cinguettare acuto di qualche uccello e i rami spezzati sotto i nostri piedi.
Faceva freddo, un freddo umido. Geremia camminava davanti a me, con il navigatore attivo. Ci ha portati all’inizio di un sentiero fatto di erba piana, come se, prima di noi, migliaia di piedi l’avessero calpestata. Geremia, a quel punto, ha detto che era certo fosse la direzione giusta. E lo era.
Arrivati in un cerchio di piante di felci ci siamo accorti che i cellulari non avevano linea. Così abbiamo fatto qualche altro metro, e ci siamo imbattuti nella costruzione. Sembrava uno di quei bagni pubblici, un prefabbricato, di quelli nei cantieri. Un parallelepipedo di legno verde, una porta, senza finestre. A mezzo metro da me vedevo la condensa uscire dalla bocca di Geremia, che ha detto: «Ti ho trovata».
Mi sono avvicinato alla struttura. Ho chiesto a Geremia cosa dovessimo fare lì. Lui mi ha risposto che avevamo davanti la storia del suo nuovo romanzo. Poi lo ha detto: «La prima è in Giappone: è la cabina del vento». Gli ho chiesto a cosa servisse. Geremia ha risposto senza guardarmi, fisso sulla porta della cabina.
«Serve a parlare con i morti.»
«Originale come storia, tanto di cappello, amico mio!», ho detto.
Geremia ha girato solo la testa. «Ti sto dicendo la verità. Chiunque lo desideri, può entrare lì dentro, prendere la cornetta e parlare con i morti.» Senza aspettare una mia replica, ha aperto la porta ed è entrato. «Guarda tu stesso.»
Mi sono sporto. C’erano una mensola di legno e un telefono, un comunissimo telefono a gettoni, con la rotella dei numeri e la cornetta. Lungo il perimetro della cabina, non c’erano fili.
«Non è straordinario?»
Lo era. Ho pensato che Geremia stesse scherzando. Tuttavia Geremia era uno che non si prendeva mai gioco degli altri. Così mi ha detto di aspettarlo fuori. Ormai eravamo lì, e se Geremia voleva togliersi questo sfizio, che male c’era? Dall’esterno non sentivo suoni o voci provenire dalla cabina. Per un attimo ho pensato di bussare, mettere fine a quella pagliacciata. Chi ero io per farlo? Era il suo romanzo, non il mio.
Ho camminato nell’erba alta. Si sentivano dei motori di auto o altro in lontananza. La solitudine di quello spiazzo rendeva tutto molto pesante. Il cielo era bianco latte, avevo di nuovo freddo e più camminavo nell’erba umida più i piedi si gelavano. Come mai nessuno ci aveva raggiunti? Sono tornato indietro dopo una ventina di minuti. Geremia era uscito. Era pallido e stanco, come se avesse ore di sonno arretrate. Ho raccolto lo zaino e gli chiesto, tanto per dargli soddisfazione, com’era andata.
«Abbiamo parlato.»
Non accennava a schiodarsi dalla zolla di terra su cui era piantato.
«Ah, davvero? In macchina mi racconterai tutto.»
«Ho parlato con Laura.»
Gli ho riso in faccia. E ancora oggi me ne pento. Non avrei dovuto prendermi gioco di lei. Geremia aveva solo sua sorella al mondo, morta cinque anni fa.
«Devo riprendermi un attimo.»
Gli ho detto: «Torniamo all’area pic-nic».
Dopo pochi minuti ci siamo accorti di aver sbagliato percorso, perché siamo arrivati vicino a questa baita; era quasi ora di pranzo. La porta era aperta. Ho visto subito un foglio sul tavolo: Qui i vostri cari si sentono al sicuro. Abbiate cura di questo luogo: è stato costruito per chi desidera stare con loro. Troverete cibo e acqua potabile e coperte pulite. Geremia si è chiuso nel bagno. Io mi sono guardato intorno: un tavolino con due sedie, un bollitore dell’acqua, decine di pacchetti monodose di biscotti al miele, una ciotola con della frutta matura e un paio di forchette.
Anche io sono andato in bagno. Quando sono uscito ho trovato Geremia accasciato su una sedia, con le braccia penzoloni. Sembrava molto magro, aveva l’aria di un profugo. Si è massaggiato le orbite con i palmi e poi ha detto che voleva dirmi cosa era successo lì dentro. In quel momento ho avuto una strana paura, tuttavia mi sono seduto anche io e l’ho ascoltato in completo silenzio.
Una volta nella cabina, ha preso la cornetta ed ha aspettato, finché dall’altro lato ha sentito un crepitio. Il crepitio si è intensificato, assordante, poi è cessato del tutto, ed è allora che è arrivata la voce. La voce di Laura. Una voce raffreddata, tappata. Laura che lo chiama per nome. Lui che risponde e lei che gli racconta il vuoto dove vive lei e dove vivono gli altri come lei. Volevo ridere, ero nervoso, ma se mi fosse scappato anche solo una smorfia, Geremia non mi avrebbe perdonato. Con lui ho vissuto la migliore amicizia che si possa avere, e mai avrei sospettato, neanche nell’immaginario più lugubre, di arrivare a quello. Anche quando lui è tornato, e qualcosa noi abbiamo iniziato a capirlo subito, quando Geremia ha manifestato i primi segni di cedimento, anche allora, ha provato a rimanere vigile.
Dietro la casa c’è un grande masso grigio vicino a uno più piccolo ricoperto di muschio. Bisogna mettersi di spalle ai due massi e camminare contando fino a dieci, in direzione nord. Troverai una collinetta di terra. A circa un metro, sotto il cumulo, dovrebbe esserci Geremia. Dico dovrebbe, perché forse gli animali hanno nel frattempo scavato fino ai suoi resti. In tal caso troverai una fossa vuota. Ma sappi che, nel momento in cui scrivo, Geremia è ancora lì, vestito dei suoi abiti, con la fotografia di Laura sul petto. Sono giorni che non tocco cibo. Giorni che non piove, che non si vede un animale. Come se la vita si fosse spostata da qui. Per lungo tempo ho creduto di essere morto anche io. Che questa casa, questo rifugio, dove ci siamo nascosti, sono state delle allucinazioni.
Poi è successo. In casa è entrato il gelo di cento corpi morti. Lo sentivamo vicino a noi, sfiorarci la pelle della faccia e dei vestiti. Geremia era stranamente tranquillo. Ho pensato che mi avesse organizzato uno scherzo: Amico mio, ti ho giocato un tiro con la storia della cabina! Ma ha iniziato a parlare a voce alta, a fare domande, come se ci fosse una terza persona. Aspettava, guardando il soffitto, e poi rispondeva. Geremia non si sarebbe mai sognato di scherzare sulla morte o su Laura, che ha detto essere qui, e ha aggiunto che a lui dispiaceva, oh sì, terribilmente gli dispiaceva di non averlo potuto evitare.
«Non riesco più a seguirti, Geremia.»
«Amico mio, siamo qui per lei.»
«Sei fuori di testa.»
Geremia rideva e urlava, urlava e piangeva. Geremia parlava, prima nell’angolo tra la porta e il muro, poi al soffitto, poi nel bagno e infine rannicchiato a terra in posizione fetale. Ha preso dal portafogli la foto di Laura e l’ha tenuta in mano, per tutto il tempo. Ha detto che se ne fotteva del romanzo, lui voleva parlare con lei, e che se proprio ci tenevo potevo usarla io questa storia, così sarei diventato famoso.
Non ci ho visto più.
Gli ho messo le mani al collo. Gli urlavo, sputando, in faccia e intanto stringevo con tutta la forza le mani intorno al collo, forte, più forte, fino a spremermi le vene. Lui ha smesso di ridere, non ha opposto resistenza. Ecco che la porta si è aperta. Una folata di vento, come due braccia, ci separano e io finisco a terra. Geremia di fronte a me, sudato e violaceo. «Moriremo.»
«Muori tu, allora!» Mi sono alzato, ho raccolto lo zaino da terra e ho provato a uscire ma devo essere inciampato in una lastra del pavimento perché sono caduto di nuovo, sbattendo la testa. Seppure stordito ho messo a fuoco Geremia e ho visto che aveva una forchetta in mano. «Che fai?» Lui mi ha sorriso, come quando lo riaccompagnavo a casa ubriaco e lo mettevo a letto vestito.
Il tempo di chiudere gli occhi e di riaprirli, qualcosa mi ha colpito la faccia e i vestiti. Geremia si è accasciato sulle ginocchia nel proprio sangue, fiotti scuri che gli uscivano dal petto, dove si conficcava la forchetta. Sono rimasto a guardarlo anche quando è finito tutto. È arrivato il tramonto e noi eravamo ancora lì. Lui in un ovale di sangue.
A un certo punto mi sono alzato e ho preso l’asciugamano che avevo messo nello zaino. Ho coperto la faccia di Geremia. Mi sono inginocchiato vicino al suo corpo. Ho aspettato che facesse buio. Poi l’ho trascinato per i piedi, sul retro, dove ti ho detto dei due massi e ho iniziato a scavare con le mani, con Geremia vicino. Vedevo la punta delle scarpe, e non riuscivo a guardare il collo e tutto il resto. Quando ho finito di scavare ho preso le sue caviglie e l’ho trascinato dentro la buca. La sua mano sinistra stringeva qualcosa. Era la foto di Laura. Istintivamente l’ho sfilata e l’ho appoggiata sul suo petto.
È arrivata l’alba. Mi sono lavato. Pensavo a Geremia: il mio amico perché non reggeva più la morte di Laura. Sono andato via. Nessuno mi ha visto. Appena ho visto la macchina di Geremia mi sono ricordato delle chiavi. Dovevo tornare indietro.
Ho corso fino alla baita. Sono andato sul retro e ho scavato con le mani. La vista di Geremia mi ha paralizzato, ma dovevo avere quelle chiavi. Le chiavi erano in una delle tasche. Ho coperto la fossa, ma quando mi sono alzato dal terreno, ho sentito un alito gelido. Non è niente, mi sono detto, ti stai impressionando. Qualcuno ha soffiato il mio nome. Un’allucinazione! La stanchezza o la paura, per forza. Ma quella voce insisteva: Paolo, Paolo!, più vicina, come nel cervello.
«Geremia!»
L’ho supplicato di lasciarmi vivere, che non avevo colpe, che volevo solo tornare nel mio appartamento, alla mia vita insignificante.
«La terra è fredda, amico.»
L’ho implorato di smettere, ma lui ha insistito: «Siamo amici e gli amici non si abbandonano così.»
Sono riuscito a muovermi, a correre dentro la baita; ho bloccato la porta con le sedie, sperando servisse a qualcosa. Così per ore, e giorni.
Finché ti ho visto.
Camminavi nel bosco. Eri solo. Nel pericolo. Allora ho capito. Ti ho seguito fino alla cabina del vento, dove tu sei entrato. Ho lasciato lo zaino e i cellulari in bella vista, mentre eri dentro, e tu hai seguito le tracce, fino a qui. Nel frattempo ti ho scritto questa lettera, da bravo scrittore, quale sono.
E adesso voglio che tu abbia la mia seconda raccomandazione: lascia che Laura e Geremia facciano.
Io devo scrivere il mio romanzo.
