Le notti rosa

“Le notti rosa” è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
La caposala mi firma il pass rosa, quello che si dà a un parente stretto per permettergli di far visita al degente anche al di fuori degli orari consentiti e, al bisogno, di passare la notte accanto a lui. Nel mio caso accanto a lei, mia madre.
La donna, dal fisico possente, è gentile e comprensiva, d’altra parte le alleggerisco il lavoro, a lei come agli altri infermieri.
Un intervento complicato ma riuscito, così ci hanno detto.
La maggior parte del tempo dopo l’operazione, mamma rimane in dormiveglia, la fronte aggrottata forse per il dolore, forse per i pensieri. Ne abbiamo avuti di pensieri fino a qui. Adesso sembrano scorrere più lentamente, come le gocce trasparenti delle flebo che controllo scrupolosamente, per avvisare quando finiscono o quando mi sembrano darle fastidio.
Il peggio dovrebbe essere passato. Le accarezzo il viso, ho quasi timore a toccarla, e sistemandole i capelli le dico: «Ce l’abbiamo fatta».
Per l’intervento siamo venute qui soltanto io e lei. Un ospedale specializzato, in una città che non conoscevamo prima e che anche adesso rimane estranea, un nome sulla mappa; il centro un agglomerato rumoroso e tentacolare a pochi chilometri dalla struttura. Abbiamo preso una matrimoniale in un albergo due stelle, dove abbiamo dormito la notte prima del ricovero, lottando con i cuscini troppo bassi, il materasso mezzo sfondato, il bagno minuscolo. Abbiamo lottato con le nostre paure più che altro.
«Torneremo a casa più leggere» ci sussurriamo, abbracciandoci forte, come non abbiamo fatto mai. Non ce lo diciamo, ma temiamo entrambe che possa essere l’ultima volta.
Il primo giorno, dopo l’operazione, resto tutto il tempo inchiodata al suo letto.
La compagna di stanza, una giovane donna, è lì da molto prima di noi e cerca di rincuorarmi, mi tiene compagnia, mi parla della vita in corsia, come fosse una serie tv turca. Conosce tutti e gli inciuci sono il suo passatempo preferito; mi appassiono anche io e sono sollevata di non dover per forza parlare di malattie, lo sa, è così anche per lei, nonostante non sia nella posizione di prendersi una vacanza da se stessa. Accenna brevemente alla sua situazione, ma poi cambia argomento e ci regaliamo sorrisi di cui abbiamo entrambe bisogno. Si chiama Isola, «Che nome particolare» le dico.
Scherza: «Qui siamo tutti un po’ isole in mezzo al mare in tempesta, no? O un piccolo arcipelago, ora che ci siete tu e la mamma» accenna una specie di occhiolino, ma i suoi occhi sono perennemente socchiusi.
Le ore si moltiplicano, la stanchezza si concentra tutta nelle gambe, come se avessi camminato per chilometri, anche se sono incollata alla sedia dalla mattina. Mi alzo solo per andare in bagno e per fare scorta di caffeina al bar del piano di sotto.
«Vai tranquilla», mi dice un’infermiera del turno pomeridiano, «mangia qualcosa, fai due passi. C’è un bel giardino qui fuori, prendi una boccata d’aria. Vedi, la mamma è tranquilla, dormirà per un bel po’».
Do un’occhiata a mia madre, solo un sollevarsi impercettibile delle lenzuola allontana da me il grumo pesante della morte temuta per troppo tempo.
Esco, incrociando medici, infermieri, visitatori, degenti avvolti nelle loro vestaglie, qualcuno che si trascina l’asta della flebo o una gamba ingessata. Sono frastornata, le voci mi rimbombano nella testa, che inizia a farmi male. Mangio una brioche seduta al tavolino del bar, mando giù i bocconi a fatica, giù anche una pasticca per placare il dolore alle tempie. Chiamo mio fratello e qualche parente per tranquillizzarli.
In giardino il sole mi toglie il respiro, quasi avessi dimenticato che è ancora giorno. Mi nascondo dal viavai, faccio il giro del padiglione, sul retro è tutto più silenzioso. Frugo nella borsa sperando di avere ancora il pacchetto di sigarette, ho un disperato bisogno di fumare, ho messo in pausa persino la mia dipendenza in questa giornata che sembra eterna.
Quando rientro in camera, mamma è ancora nel suo mondo lontanissimo, al sicuro.
Il tramonto è un cielo infuocato che dipinge di rosso le tende immacolate. Ceniamo, io e Isola, portano un pasto anche per me, sono tutti estremamente premurosi. Mamma accenna dei piccoli movimenti, apre gli occhi, li richiude. L’infermiera le cambia la flebo, le prende la temperatura, segna i suoi parametri sulla cartella: «È tutto ok, è in gamba questa bella signora» mi rassicura.
Poi il cielo si spegne, come anche i neon del corridoio. Il bianco cede il posto al violetto delle luci notturne, un bagliore fioco che dovrebbe accompagnare il sonno dei malati, ma non il mio. Non restavo sveglia tutta la notte dalla maturità, prima dell’esame, che credevo fosse una prova al di là delle mie forze, che credevo fosse il peggio che mi potesse capitare.
Con gli auricolari spremuti nelle orecchie, guardo sul cellulare un episodio di Breaking Bad, ma faccio fatica a tenere gli occhi aperti e la sedia mi sembra sempre più dura, ho la schiena a pezzi. Mi alzo, mi avvicino a mia madre. Non sento il suo odore, adesso sa di disinfettante, sa di ospedale. Le sfioro la fronte con un bacio, come faceva lei quando ero bambina e mi metteva a letto.
Forse sta sognando, me lo auguro.
Esco dalla stanza, non si sente nemmeno un fruscio lungo il corridoio. Lo percorro tutto fino alle scale e do un’occhiata giù. Adesso l’ospedale è deserto, quasi spettrale. Scendo, con circospezione, come se dovessi davvero incontrare un fantasma o chissà cosa. Arrivo sana e salva nell’atrio principale al pian terreno, mi dirigo verso l’uscita, ma la grande porta a vetri è chiusa. Mi assale come una specie di claustrofobia.
Mi guardo intorno, intravedo una seconda uscita e una luce, delle ombre. C’è una guardia giurata, nella sua postazione. Mi avvicino, saluto con imbarazzo, lui non mi sembra neanche sorpreso.
«Pass rosa?» mi chiede e io farfuglio di sì e che avrei bisogno di uscire, solo qualche minuto: «So che non dovrei, ma se potessi fumare almeno una sigaretta, la notte è lunga…»
Come tutti, anche lui è disponibilissimo. Preme un pulsante, sento il rumore di apertura del portoncino e l’aria, finalmente.
Viene fuori anche lui, ci stringiamo entrambi a noi stessi perché la notte ha portato con sé un accenno di inverno.
Gli offro una sigaretta, educatamente la rifiuta. Restiamo qualche attimo in silenzio, mi lascio invadere dal sollievo dei primi tiri, che sono profondi, ristoratori.
Gli racconto di mia madre, dell’intervento complicatissimo, delle nostre speranze da questo momento in poi. Mi sfogo come se non aspettassi altro. Lui si limita ad ascoltarmi, accenna sorrisi rassicuranti, le parole che non dice mi scaldano, mentre il fumo disegna davanti a noi spirali dense che si confondono con il vapore tiepido dei nostri respiri.
Rientriamo: «Mi ha fatto bene questa cosa,» gli dico «ne avevo bisogno».
Il giorno irrompe sulle mie palpebre pesanti. Aspetto di parlare con i medici per poi precipitarmi in albergo per una doccia veloce e per cambiarmi, i vestiti mi si sono incollati addosso come la stanchezza.
Faccio tutto di corsa, con un’energia quasi parossistica, di cui non mi credevo capace. Dopo poco più di un’ora sono nuovamente di fianco a lei. È sveglia e cosciente, mi sorride con gli occhi non appena mi vede. Faccio fatica a non commuovermi. Isola mi saluta con gioia, mi dice che si sono già presentate. Con un filo di voce mamma mi chiede come sto. E io la butto sul ridere: «Come vuoi che stia? Mezza rotta, tutta la notte sulla sedia, mica come te!»
Finalmente possiamo di nuovo scherzare. Una specie di smorfia traduce un suo sorriso, di più non riesce a fare, ma va bene così, va benissimo così. Le stringo la mano, ha la pelle ingiallita, tenera. Le passo il burro cacao sulle labbra screpolate e le dico che è andato tutto bene, che ce ne andremo davvero leggere, presto, come mi hanno assicurato i medici. Resto con lei fino al primo pomeriggio, finché cedo. Gli oggetti mi si sfocano davanti e la mia stessa voce sembra galleggiare nell’aria. Devo riposare, dormire almeno un po’.
«Ti lascio solo un paio d’ore, ok? Se non dormo, inizio ad avere le allucinazioni, mami». Mi risponde con un cenno della mano, come a dire di stare tranquilla.
La lascio alle cure delle attentissime infermiere. Uscendo, guardo verso il gabbiotto delle guardie giurate, lui non c’è, quasi speravo di poterlo salutare e ringraziare di nuovo.
Ho voglia di rivederlo. Devo rivederlo.
Dormo un sonno pesante, senza sogni, senza movimenti. Sento i muscoli distendersi, il corpo diventare un tutt’uno con quel letto che ci era sembrato scomodissimo solo due notti prima.
La sveglia mi riporta alla realtà, fuori qualche nuvola grigia si è mangiato il sole del mattino, mi rivesto e mi precipito in ospedale.
Sono bastate poche ore per ridarle un po’ di colore, le guance di mamma hanno una lieve sfumatura di rosa, gli occhi sono più vigili, riesce a parlare senza più affanno.
Le racconto del suo intervento, delle telefonate, di mio fratello che non vede l’ora di poterla sentire. Lo videochiamiamo e lui si mette a piangere come un bambino, lo prendiamo in giro; i suoi bimbi le mandano i baci con le manine, «Fai ciao alla nonna», la voce fuori campo di mia cognata.
Troppe emozioni la stancano, prendo io il telefono, saluto tutti. E mamma si riaddormenta, mi sembra che scotti, chiamo l’infermiera, «Un po’ di febbre, ma ci sta, lasciamola riposare» mi rassicura.
Resto lì a guardarla. Sottovoce, io e Isola riprendiamo a spettegolare, le sue storie si arricchiscono di nuovi particolari, i suoi occhi però sono sempre più spenti, fanno a pugni con il suo entusiasmo o almeno con qualcosa che lei spaccia per allegria.
«Riposati anche tu,» le dico «io vado a prendere il mio terzo caffè, oggi non voglio esagerare!»
Le ore scorrono lente. Flebo da cambiare, infermieri che si danno il cambio, qualcuno che si lamenta nella camera vicino alla nostra; e poi l’orario delle visite, il vocio che si infittisce, rumore di carrelli, il profumo della minestra, mamma che apre gli occhi, «Sei ancora qui?», poi li richiude.
E infine di nuovo i neon che si spengono, la notte che incombe.
Aspetto quel momento, la mia sigaretta notturna e fugace con lui.
Come la sera prima, sorrido, lui preme subito il pulsante. E siamo fuori, l’umidità condensata in piccole gocce che sembrano pioggia ci fa rabbrividire. Gli racconto della mia giornata, di come stia reggendo con sole due ore di sonno addosso. Gli parlo dei progressi repentini di mia madre. Gli spiego perché non c’è anche mio padre, che l’ho perso quando ero piccolissima, che mia madre ci ha tirati su da sola. Ancora una volta mi ascolta, mi culla con la sua presenza riservata, aggiunge piccoli cenni del capo che sono come virgole al mio groviglio di parole.
«Volevo chiederti scusa,» gli faccio proprio mentre spengo la sigaretta «non ho fatto altro che parlare di me. Di solito non sono così, mi credi, vero? Sarai stanco anche tu, con il tuo lavoro, le mie chiacchiere…»
Mentre mi apre il portoncino, per farmi rientrare, mi mette una mano sulla spalla: «Ci facciamo compagnia e non sono più tanto stanco. Ti racconterò un’altra volta, torna da tua madre adesso».
Al mattino presto faccio un salto dalla caposala, per rinnovare il pass. «Non ce n’è motivo» mi bacchetta, severa ma con garbo, «Tua madre non ha più bisogno che la vegli giorno e notte e faresti bene a riposare anche tu, guarda che occhiaie hai! Ci vediamo oggi pomeriggio alle sei, qui ci pensiamo noi. E stanotte dormi nel tuo letto, niente più eccezioni». Mi spedisce in albergo, senza darmi la possibilità di controbattere.
Dovrei essere sollevata e in realtà lo sono, per mamma. Ma mi sento un groppo in gola. Mi manca lui, mi mancherà, perché per due notti e per pochi minuti mi è sembrato di stare bene, di poter essere felice, persino di riuscire ad amare.
Percorro la strada verso l’albergo con questi pensieri assurdi in testa.
Riesco ad assopirmi un po’e persino a sognare. E sogno lui.
Poi faccio le solite telefonate, mangio qualcosa anche se non ho fame, fumo mille sigarette che hanno un gusto diverso da quelle delle notti scorse, e mi precipito in ospedale, abbiamo solo un’ora per stare insieme con mamma. La trovo seduta, è più rilassata, mi aggiorna su quanto le hanno detto i medici.
Le chiedo di Isola, perché non è in camera: «Si è alzata? O è andata a fare qualche esame?», mia madre rimane un attimo perplessa e mi chiede: «Di chi stai parlando?»
Indico il letto sotto la finestra: «Isola!» ripeto. Ma lei si porta una mano alla testa, con una smorfia di dolore, chiedendomi di aiutarla a stendersi.
«Quanta luce in questa stanza» bisbiglia quasi infastidita. Chiude gli occhi, affondando la testa nel cuscino. Si addormenta e la piccola ruga tra gli occhi si scioglie.
Poi arriva un infermiere che mi chiede di andare.
È la prima notte che sono sola. Esco per prendere le sigarette al distributore automatico, per strada non c’è quasi nessuno, se non un gruppetto di ragazzi con le birre in mano, davanti alla saracinesca mezzo abbassata di un bar vicino al mio albergo.
Faccio due passi, ho bisogno di muovermi dopo due giorni di immobilità forzata. Cerco le stelle tra le nuvole fitte che pesano sulla città. Prendo la strada per l’ospedale. Arrivo davanti all’ingresso, spio all’interno, lo cerco. La guardia giurata di turno si affaccia per chiedermi di cosa abbia bisogno, non è lui.
Con un leggero imbarazzo mi presento, gli spiego che ho la mamma ricoverata: «Cercavo un suo collega, era qui ieri e anche la notte prima. È stato così gentile con me da farmi uscire a fumare una sigaretta. Avevo il pass rosa, ero qui dall’alba, ne avevo davvero bisogno. Volevo ringraziarlo».
Si alza, mi viene incontro e mi fa: «Credo che si sbagli, signorina. Ieri c’ero io qui e anche la notte prima».
«Non è possibile, le dico che ieri ero qui con lui: un ragazzo sulla trentina, non troppo alto, occhi chiari, capelli castani, con la barba. Un tipo di poche parole ma veramente a modo».
Si spazientisce e quasi mi incalza: «Se è uno scherzo, è di pessimo gusto. Gabriele…», fa una lunga pausa: «Sta parlando di lui, no? Non mi faccia perdere tempo, devo fare il mio giro».
Mentre mi chiude il portone in faccia, lo sento borbottare: «Che stronza questa!»
Me ne vado confusa e anche indispettita.
Quando arrivo in camera, mi siedo sul letto e inizio a ripensare a lui, a noi. Prendo il cellulare e digito su Google: Gabriele, con il nome dell’ospedale.
Gabriele Moroni, giovane guardia giurata, si toglie la vita.
Non riusciva a darsi pace per la prematura scomparsa della moglie Isola, deceduta pochi mesi fa nello stesso ospedale dove il ragazzo prestava servizio.
