“Vorrei avere” di Giovanna Zoboli

“Vorrei avere” di Giovanna Zoboli

Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: “Vorrei avere” di Giovanna Zoboli (autrice) e Simona Mulazzani (illustratrice); prima edizione 2010, Topipittori, Milano; ristampa nel 2025 a cura di RCS MediaGroup, Milano

Topipittori è una meravigliosa casa editrice che pubblica libri illustrati per bambini e per ragazzi. Esiste dal 2004 ed è stata fondata a Milano da Paolo Canton e Giovanna Zoboli. Quest’ultima, sul sito della casa editrice, ci racconta in un lungo documento la vera storia dei Topittori, e l’occasione è buona per l’editrice per parlare dell’attività della scrittura a tutto tondo.

A me è sempre rimasto buffo il termine “Topipittori”, perché mi fa simpaticamente pensare a dei topini disegnatori, che illustrano le storie, nel senso proprio etimologico del verbo, “danno lustro” alle stesse.

Da qualche tempo in edicola, grazie alla collaborazione di alcuni quotidiani, è possibile acquistare una serie di volumetti di questa casa editrice. Non li sto collezionando tutti ovviamente, ma un giorno, passando nella mia edicola di fiducia, i miei occhi sono caduti sul titolo “Vorrei avere…”

E niente, ho ceduto: ragion per cui so di dover stare alla larga non solo dalle librerie, ma anche dalle edicole che possono offrire occasioni allettanti per il cuore, ma meno per il portamonete. Ma questa è un’altra storia da approfondire forse altrove, ad esempio da un buon analista, seppure devo confessare di sentirmi sempre di ottimo umore non appena acquisto un libro, in quanto penso di aver dato il mio contributo alla diffusione della cultura.

Vorrei raccontarvi invece, per quanto è possibile, questo albo dal titolo molto desiderante ed attraente. Il testo è di Giovanna Zoboli, mentre le illustrazioni di Simona Mulazzani. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2010, poi nel 2017, e ora ristampato dal gruppo editoriale Rcs nel gennaio 2025, ha ricevuto nel 2013 la Silver Medal assegnata dall’Associazione Illustratori di New York per le sue illustrazioni. Faccio notare che l’albo fu pubblicato nel 2012 in edizione americana dalla casa editrice Eerdmans con il titolo “I Wish I Had”.

Si tratta di un canto lirico, di un sogno, di una preghiera, di un desiderio: ad intonarlo è un io, forse un bambino, ma forse anche un adulto, chissà… che desidera contemporaneamente, e istantaneamente, pagina dopo pagina, essere tante cose: l’avere qui è anche un essere. Nella prima pagina vorrebbe avere “gli occhi del merlo per ogni erba che cresce nel campo”, nell’ultima “le orecchie immense dell’elefante per intendere quel che dice il cielo”.

Agli estremi dunque, i due sensi forse più significativi: ma in mezzo c’ è un mondo non solo di percezioni sensoriali, ma anche di sentimenti mediante cui è possibile conoscere il mondo. E ogni animale ne ha uno diverso, che si tratti dell’amico a quattro zampe per eccellenza la cui voce narrante vorrebbe avere “la malinconia… se è inverno e fuori nevica”, o della più ricercata pantera il cui “colore” è adatto “per confondersi nel buio”.

Il mondo però lo si sperimenta anche tramite la paura: e allora si vorrebbe avere “il cuore veloce del topo quando scappa e scappa” da un gatto che lo sta raggiungendo; oppure tramite la “fame allegra che punge l’orso nel frutteto”, e che spinge a cercare il cibo nella ricca natura, oppure tramite una corsa e allora l’ideale sarebbe avere “la felicità di gambe tutte ossa per una corsa di lepre”.

Come si nota dalle frasi riportate, si tratta di espressioni ricercate che traducono metaforicamente desideri immaginati e raffinati, per quanto semplici e delicati; al contempo ogni animale viene associato ad un senso, o ad un’attività, o ad un sentimento, attraverso analogie non solo fantastiche, ma anche creative ed intelligenti; l’esigenza di ideare tali nessi stimola l’autrice del testo ad una ricerca linguistica giocosa e innovativa, e l’illustratrice ad una ricerca iconica, grafica e cromatica unica, che a parole non saprei restituire; eppure è simpatico il cane malinconico che guarda la neve, con il muso sopra le zampette e gli occhi ‘ciondolanti’ dal sonno; buffo l’orsetto che mangia una dopo l’altra la frutta rossa e invitante caduta copiosamente dagli alberi, sinuosa la lepre che corre tra i fiori, quasi come un pesce in acqua, tenero l’elefante con le sue orecchie giganti.

L’immagine e la scena meglio riuscite sono però, secondo me, quelle che rappresentano “la foresta dei pensieri del cervo quando ascolta il bosco”: un’unità panica tra il cervo e gli alberi, attraverso un medium costituito dalle corna e dai rami, che si aggrovigliano confondendosi, sì da non distinguersi più. Del resto, nella favoletta di Esopo e Fedro, il cervo non restava impigliato con le corna tra i rami?

Mutatis mutandis, non è questa un’immersione, un bagno nella foresta, così come oggi va tanto di moda fare, soprattutto nella cultura giapponese, ma anche ormai in quella occidentale? Nella vita caotica che viviamo, forse niente è meglio che perderci ed entrare in un bosco per respirarne a pieno polmoni il suo rigenerante ed umido silenzio.

Non un’immersione alla Dante, dunque, ma alla Baudelaire come si legge nell’immortale Corrispondenze, che riporto nella traduzione di Giovanni Raboni:

Corrispondenze

È un tempio la Natura, dove a volte parole
escono confuse da pilastri viventii,
e che l’uomo attraversa tra foreste di simboli
che gli lanciano occhiate familiari.
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e oscura,
vasta come le tenebre o la luce
i profumi i colori e i suono si rispondono.
Profumi freschi come la carne d’un bambino,
dolci come l’oboe e verdi come i prati,
– e altri d’una corrotta, trionfante ricchezza
con tutta l’espansione delle cose infinite:
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino,
che cantano i trasporti della mente e dei sensi.

Tutte queste interconnessioni dimostrano e confermano quanto la Zoboli abbia scritto nel documento inizialmente citato, un manifesto programmatico della casa editrice, una concezione della letteratura per ragazzi come letteratura tout-court con le sue grandi tematiche e il suo stile di tutto rispetto.

A tutto ciò l’albo come genere aggiunge il suo tratto specifico, consistente nella necessaria coesistenza di parole e immagini. E così la vista attentiva del merlo trova il suo “correlativo oggettivo” in ogni filo d’erba disegnato su carta, e la raddoppiata paura del topo che “scappa e scappa” si rispecchia nei due topini rappresentati quando sono ancora comodi a banchettare e già pronti a fuggire a causa il felino che incombe.

E qui torna utile Dante, che mai ha scritto qualcosa di superfluo, ma ha sempre usato parole essenziali, come quando, per esempio, nel primo Canto dell’Inferno convivono per un attimo l’illusione di ‘campare’ dalla selva in modo rapido e indolore e la disillusa paura di dover invece rivedere il proprio itinerario di viaggio: tanto costava fondare la stirpe romana, aveva già scritto del resto il suo maestro Virgilio nell’incipit dell’Eneide.

Buone letture con i Topipittori e buone gite immersive nelle edicole, presidio di libertà delle nostre città o punti di socializzazione dei nostri piccoli borghi.

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