Voglio fare l’amore con te: poesie erotiche dell’antichità classica

Voglio fare l’amore con te: poesie erotiche dell’antichità classica

Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: “Voglio fare l’amore con te. Poesie erotiche dell’antichità classica” a cura di Nicola Gardini, Ponte Alle Grazie, Milano 2025

Basterebbero già la copertina – un fondo rosa antico con due gigli bianchi, accostati ma non attaccati, uniti da una delle loro ombre -, e il titolo – un lapidario Voglio fare l’amore con te – per invogliare chiunque alla lettura. Potrei aggiungere il formato tascabile, che lo rende una sorta di ἐγχειρῐ́δῐον (manualetto), o ancora la casa editrice – Ponte alle Grazie – sempre elegante e aggraziata (nomen omen); posso fermarmi svelando il nome del curatore: Nicola Gardini, professore, latinista, traduttore, poeta, artista a tutto tondo.

Ma voglio approfondire.

Quella che Gardini ci propone è, come recita il sottotitolo, Poesie erotiche dell’antichità classica, una selezione di quelle che per lui, a suo insindacabile giudizio, sono le poesie d’amore meglio riuscite della grecità e della latinità.

Resta fondamentale una nota lessicale e semantica, che non vuole assolutamente essere un sofisma, ma una chiave interpretativa fondamentale per accedere a questa lettura. Ed è l’autore stesso che ce lo fa capire dal titolo e dal sottotitolo: quando parlavano di Eros i Greci univano ad esso il verbo “fare l’amore”. Come si diceva nella lingua ellenica antica? Probabilmente in tanti modi, tanto era ricca e fertile, ad esempio συνηβᾶν. Tale forma verbale significa alla lettera “passare la giovinezza insieme con” e, spigolando qua e là tra altri testi presenti nel libello, capiremo il nesso esistente nella mentalità greca tra il fare l’amore e il rimanere giovani. Il verbo si trova all’interno di un frammento del poeta lirico Anacreonte che Gardini traduce come segue: “Voglio fare l’amore con te,/ perché hai grazia” (fr.402 Cambell). Probabilmente il primo verso del distico qui riportato è quello che ha ispirato il titolo della silloge ricostruita da Gardini. Nella citazione qui riprodotta in modo completo emerge la totale mancanza di volgarità nel desiderio erotico: l’io lirico, infatti, è selettivo in quanto l’oggetto del suo desiderio merita il desiderio stesso. Insomma non si va con tutti, ma con chi ci piace, ovviamente.

L’intento di Gardini, restituire la pienezza del senso dell’Eros greco, è evidente, direi studiato ed intenzionale, fin dalla prima poesia che egli traduce e che pone in apertura della sua raccolta: “Eros lascivo/io voglio cantare/, inghirlandato di fiori:/a lui sottostanno gli dèi, a lui si piegano gli uomini”. I versi sono sempre di Anacreonte (fr. 505 Campbell) e lascivo in greco è detto con l’aggettivo ἀβρός, forse legato al sostantivo che in greco significa giovinezza (ἥβη) e parente etimologicamente del συνηβᾶν di cui sopra. La giovinezza è grecamente intesa come l’età in cui si è nel pieno del proprio sviluppo, in fiore si dice, sia fisico che edonistico: in effetti anche l’elegiaco Mimnermo così si lamenta in un componimento, anch’esso selezionato da Gardini: “Che vita, che piacere senza l’aurea Afrodite?/Ch’io muoia, quando più non abbia a cuore/gli incontri clandestini,/i dolci doni,il letto,/i fiori della giovinezza cari agli uomini e alle donne…” (dal fr.1 Gerber). Afrodite infatti è la dea dell’amore e il nome in greco è Ἀφροδὶτη: si nota la somiglianza fonetica della prima parte del sostantivo, ᾿αφρός, con il già citato ἀβρός anche se il primo è un sostantivo e il secondo un aggettivo, anche se il primo esprime la schiuma dell’acqua da cui nacque Venere: questa schiuma è quella dello sperma che per natura è giovane e fecondante.

L’Eros, dunque, assomiglia ad un sentimento teso non solo ad essere un dono per l’altro, ma anche volto a conquistare un bene per se stessi, visto come piacere, sicuramente, ma anche come conservazione di se stessi, della giovinezza, della pienezza della vita: questo è il motivo per cui i Greci ammettevano anche l’amore omosessuale, tra un adulto e un giovane, sia al maschile che al femminile; a differenza del nostro modo di vedere, come spiega bene Gardini, i Greci non consideravano il genere della persona amata, ma pensavano a quest’ultima come oggetto del desiderio, a prescindere se fosse maschio o femmina.

Ciò, in un certo senso, slega l’amore dalla procreazione, elemento imprescindibile per la mentalità cristiana; certo per gli antichi era importante conservare se stessi anche attraverso la prole: pertanto esisteva un amore coniugale a ciò votato; ma esisteva anche uno spazio in cui gli effetti dell’accoppiamento, l’eccitazione, il mescolarsi delle salive valgono in modo intrinseco, nell’atto stesso del loro prodursi, con buona pace di Lucrezio che, mentre descrive la copulazione, ne ammette tutta la vacuità, in quanto destinata a finire: “…E infine,/quando, accoppiati, si godono il fiore/degli anni, e il corpo sente già il piacere/e Venere sta per inseminare/il campo della donna, avidamente/s’avvinghiano mischiando le salive/e ansimano mordendosi le bocche,/inutilmente, perché non potranno/strapparne niente, né compenetrarsi/e dissolvendosi scambiarsi i corpi./Sembra proprio che questo abbiano in mente,/che per questo combattano: con tanta/foia s’avvincono nelle strettoie di Venere, finché le membra, scosse/dal violento piacere, illanguidiscono” (da Sulla Natura, IV libro).

Non mancano certo dimensioni più “spirituali” o meglio elegiache dell’Amore, ad esempio quando Didone, ormai completamente innamorata di Enea, riesce a ricordarlo anche quando lui non è con lei: “Assente, l’assente sente e vede” (da Eneide IV libro). Riporto anche il latino perché suona meglio: “Illum absens absentem audit videtque”.

Anche questa capacità della regina è però del tutto speculare alla sua follia d’amore, al suo essere ormai completamente fatta di lui, come Virgilio ci mostra nel libro quarto. Non manca poi la pura gioia di un ritorno inatteso: “Ottenere qualcosa che desideravamo/fuor di speranza, questo sì dà gioia/Una gioia è per me, più cara assai dell’oro,/riaverti dopo tanto desiderio, /Lesbia. Tu che ritorni e più non ci speravo,/tu di nuovo mia!Oh giorno da segnarsi!/C’è un uomo più felice di me?Chi potrà dire/che esista vita più bella di questa?” (Catullo, Carmi 107).

Eppure si torna sempre lì… verso la dimensione erotica. Allora, in modo circolare, Gardini chiude la sua rassegna con il poeta libertino per eccellenza dell’antichità, che forse pagò con l’esilio la sua schiettezza, scambiata dal potere per oscenità. Sto parlando di Ovidio che ci descrive un incontro molto ravvicinato con una donna: “Appena, tolto il velo l’ebbi davanti agli occhi,/difetto non apparve in alcun punto./Che spalle contemplavo, che braccia, e toccavo!/I seni come mi stavano in mano!/ E sotto i? Il petto eccelso com’era liscio il ventre!/E il fianco che splendore! La coscia che sodezza!/Ma a che i dettagli? Solo meraviglie vedevo./ E dunque nuda me la strinsi addosso./Chi non conosce il resto? Stanchi poi riposammo. /Così tornate o pomeriggi, spesso!” (da Amori I 5).

Con l’augurio di buona lettura nonché di buon meritato Eros a tutti, chiudo qui la mia recensione scritta tra il giorno di Carnevale e quello del mercoledì delle ceneri, in una condizione quindi di confine (border) tra eccesso e castigo.

Devo però dire che, il lessico pepato dei Greci e dei Latini, ha arrecato anche a me un piacere che, sebbene non paragonabile a quello di ovidiana memoria, non è stato certamente solo platonico: tale è l’effetto della parola degli antichi, nel suo essere schietta e sincera ma anche attraente e penetrante per la sua ricchezza semantica.

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