Un eroe: la parabola amara di Farhadi tra etica e reputazione

Recensione di Gianni Vittorio. In copertina la locandina del film “Un eroe”
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2021, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, Un eroe segna il ritorno di Asghar Farhadi al cinema iraniano dopo la parentesi europea di Il cliente e Tutti lo sanno. Con questo film, il regista due volte premio Oscar conferma la sua maestria nel raccontare le zone grigie della morale attraverso storie quotidiane che assumono la forza di parabole universali.
Il protagonista è Rahim (Amir Jadidi), detenuto per insolvenza, che durante un breve permesso prova a convincere il suo creditore a ritirare la denuncia. Quando trova per caso una borsa con delle monete d’oro e decide di restituirla, i media lo trasformano in un simbolo di integrità. Ma la verità si rivela fragile: incongruenze, sospetti e maldicenze sgretolano la sua immagine pubblica.
La figura di Rahim è al tempo stesso tenera e inquietante: un uomo che non è mai pienamente padrone del proprio destino, costantemente in bilico tra il desiderio di apparire onesto, e la necessità di difendere la propria sopravvivenza. Non è un eroe tradizionale, né un impostore calcolatore: è un personaggio profondamente umano, segnato da ingenuità, debolezze e contraddizioni. Farhadi lo dipinge come un individuo incapace di dominare il flusso di eventi e giudizi che lo travolgono, un uomo comune che diventa, suo malgrado, specchio delle tensioni morali e sociali che lo circondano.
La sua parabola è tanto più potente perché mostra quanto sia labile il confine tra sincerità e opportunismo, tra generosità e calcolo, tra la ricerca di riscatto e la paura della vergogna. Farhadi mette ancora una volta al centro della narrazione l’ambiguità della verità, tema che attraversa tutta la sua filmografia. La vicenda personale si intreccia con il contesto sociale iraniano, dove la reputazione è moneta di scambio e i rapporti di potere passano attraverso media, istituzioni e opinione pubblica. Ma il discorso si allarga ben oltre i confini nazionali: nell’era della viralità, ogni gesto è esposto al tribunale dei social, ogni “eroe” è destinato a diventare, con la stessa rapidità, sospettato o impostore.
Dal punto di vista formale, il regista conferma il suo stile sobrio: regia invisibile, attenzione maniacale per i dialoghi, tensione narrativa che cresce senza bisogno di colpi di scena artificiosi. La direzione degli attori è puntuale: Amir Jadidi regge il peso del ruolo con una recitazione intensa ma priva di enfasi, mentre gli interpreti secondari contribuiscono a rendere credibile il mosaico sociale che circonda Rahim.
Accolto favorevolmente dalla critica internazionale, Un eroe è stato letto come un film che unisce la tradizione morale del cinema iraniano a una riflessione attualissima sulla crisi della verità nell’era della comunicazione di massa. Non a caso, è stato candidato dall’Iran agli Oscar 2022 per il miglior film internazionale. Farhadi firma così un’opera che non ha la tensione di un thriller né la rassicurazione di un dramma morale classico: al contrario, lascia lo spettatore in sospeso, costretto a confrontarsi con la domanda più scomoda di tutte: cosa avremmo fatto noi, al posto di Rahim.
