Black out

Black out

“Black out” è un racconto di Apolae. In copertina una fotografia di Sum+itsee, tratta da Pexels per uso gratuito

Vista la situazione, io e Papito ci alziamo tardi e facciamo un giro al circolo sportivo, che tanto Luz di domenica lavora e al bimbo qualcosa dovrò pur trovargli da fare, lontano da Nintendo e Disney purché all’aria aperta, magari tapas e berretti contro il sole a illuminare quest’esperienza insieme, il nuovo ricordo di cui avremmo parlato un giorno davanti a una Ribera pastosa, seduti come lo siamo ora ma con la schiena curva verso il passato: quell’ennesima mattina trascorsa senza mamma, un’assurda partita a calcetto tra ciechi.

L’entrata degli atleti pare una marcia nel fango alla moviola, perché appena entrati le luci saltano e rimangono accesi solo i faretti del gruppo elettrogeno. Sulle gradinate applaudiamo interdetti, i presenti accennano calorosi un coretto e sorridono anche se non potranno essere guardati dai giocatori in coda, usciti dal buio degli spogliatoi col capitano cauto avanti e gli altri quattro a seguire, mano sulla spalla del compagno, le due file di ali sbiadite ai lati del direttore di gara. Mio figlio aggrotta la fronte e chiede perché non ci sia luce, io faccio spallucce, Boh non saprei amore, mentre il fischietto d’avvio sblocca lo stallo iniziale in prudente movimento. Un massiccio attaccante spinge la palla avanti, piano.

Si vede poco e qualcuno in prima fila azzarda a rischiarare la penombra coi cellulari. L’allenatore avversario grida comandi da dietro la porta e due figure si accentrano per murare il tentativo, finendo per scontrarsi. Carambola della palla oltre la linea e rimessa laterale, anzi no, perché il muretto di cartelloni pubblicitari mantiene la sfera in gioco e si continua, col pubblico che incita con calore una serpentina sulla fascia. Noi sentiamo i tocchetti degli scarpini sulla palla più che vedere la zampata di punta che il portiere smanaccia all’incrocio dei pali.

Gli atleti ascoltano il pubblico per capire come reagire, colli drizzati, la folla è partecipe ma contrastante e allora fermi un momento come statue, le energie concentrate nelle orecchie per setacciare le voci e isolare i suoni utili, decifrare il mondo che dai telefonini ci sta scrivendo che il black-out non è limitato al palazzetto ma sono al buio anche i nostri partner, parenti e amici. Vamos da una tipa tra gli spalti, qualcuno già in videochiamata coi cari per vedere se è tutto a posto senza però scaricare la batteria, che non si sa mai quanto durerà. A Teo metto in mano una merendina che avevo nello zaino, tipo quelle che mangiavo io alla sua età ma formato shrinkflation. Scrivo una cosa a Luz, sperando risponda presto.

La partita prosegue con un certo sforzo, sebbene il quadro paia serio che ospedali e aeroporti sono già quasi al collasso. Tra le due tifoserie c’è chi si è seduto vicino per scambiare commenti, come il moro e la brunetta seduti davanti a noi, adesso a scambiarsi i profili Instagram, Aqui, domani chissà il numero di telefono se la cosa diventa seria, o forse potrebbero tentare la sveltina nei cessi approfittando della confusione. Noto che Papito sta iniziando a spaventarsi e torno con lo sguardo sul rettangolo di gioco, dove l’arbitro ha appena fischiato una punizione e scuote la palla, come un sonaglio che scioglie l’oscurità dei giocatori. Li porta vicino a sé, tocca loro le spalle e posiziona ognuno dove necessario, prima appaiati e quindi in un terzetto raccolto, sufficiente a deviare il tiro verso fondocampo.

Un assistente a bordocampo sottolinea l’azione con una torcia di fortuna e la partita prosegue stoica, mancherebbe giusto un gol a distrarci e aspettiamo pochi minuti prima di ammirarlo in una percussione con rimpallo fortunoso. Qualcuno si accorge della rete e sparge la voce, esultiamo tutti, alcuni in piedi, io credo di lacrimare e rido con Papito urlando GOL insieme al centinaio di presenti, molti abbracciati, la coppia si bacia, fuori un paio di macchine sbattono perché i semafori sono fuori-uso ma polizia e pompieri sono tutti impegnati presso altri incidenti qui a Girona, e lo stesso sta accadendo in tutta la penisola.

Qualcuno dall’interfono intanto ci invita a rimanere seduti e zitti, non consumare le batterie, evitare movimenti non necessari. Non è il telecronista, questo è certo. Si bisbigliano ipotesi azzardate. Osservo mio figlio raggiante alla luce della torcia del cellulare e lo accarezzo mentre sono proprio nel pallone. Attonito. Come sballonzolato fuoricampo dopo un rinvio incerto, chiedendomi perché Luz non risponde mai su Whatsapp. Cosa cazzo starà mai succedendo in tutta la Spagna.

Perché c’è gente che ha sbroccato e sfonda il portone invece di tenersi calmi. Allora prendo Teo, gli dico di abbassare la testa, e ci spostiamo sugli spalti superiori in attesa dei soccorsi. Sarebbero arrivati di lì a tre ore, annunciati da un incrocio di fasci di torcia. Luz, però, non l’avremmo più rivista.


Chi è Apolae?

Si fa chiamare Apolae per scrivere liberamente. Suoi racconti compaiono online su varie riviste. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia, la letteratura e la musica. Si impegna per coniugarle, ma non sa se riuscirà.

 

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