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	<title>suicidio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Autopsia di un dolore di Sarah Grisiglione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/autopsia-di-un-dolore-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2025 22:01:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Clelia Moscariello. In copertina: &#8220;Autopsia di un dolore&#8221; di Sarah Grisiglione, Algra editore, 2025  Autopsia del dolore è un&#8217;opera letteraria che oserei definire “disturbante” in quanto essa non può non scuotere e sconvolgere colui o colei che si approccia alla sua lettura. Il componimento narrativo possiede, al suo interno, la figura chiave di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Clelia Moscariello. In copertina: &#8220;Autopsia di un dolore&#8221; di Sarah Grisiglione, Algra editore, 2025 </strong></p>
<p><strong>Autopsia del dolore</strong> è un&#8217;opera letteraria che oserei definire “disturbante” in quanto essa non può non scuotere e sconvolgere colui o colei che si approccia alla sua lettura. Il componimento narrativo possiede, al suo interno, la figura chiave di Aurora, personaggio assai intricato, complesso e dalle tante sfaccettature. Aurora è una talentuosa e affascinante psicoterapeuta trentacinquenne, lei, con il suo fare ammaliante e aggraziato e la sua essenza, al tempo stesso estremamente sofisticata e raffinata eppure anche terribilmente e intimamente vulnerabile, non impiegherà molto a sedurre e intenerire chi legge la narrazione.</p>
<p>La vita di Aurora è stata, fin dal suo principio, giungendo ai tempi del racconto, attraversata e dilaniata da diversi e impegnativi dolori e lutti, a partire da quello vissuto a causa della morte di sua nonna materna, uccisa da un cancro, arrivando a quello, probabilmente ancora in via di elaborazione, del suicidio della sua amata ma anaffettiva madre, Clara.</p>
<p>Il fulcro della narrazione comincia a dipanarsi via via, in seguito alla sua ultima perdita, quella dolorosa almeno quanto le precedenti, del suo caro nonno, il famoso psichiatra, Giovanni, al quale sua nipote, Aurora, si era sempre sentita, senza ombra di dubbio, legata in modo molto profondo e indissolubile, quasi misterioso, il cui motivo verrà fuori in seguito.</p>
<p>Il nocciolo della questione per la psicologa Aurora emergerà e saprà svelarsi in modo progressivo sia a sé stessa, che al suo lettore ignaro, mediante l’utilizzo del duplice strumento del lavoro di terapista e della lettura del diario della sua figura materna. Ma sarà soprattutto il ritrovamento del diario della compianta Clara che permetterà alla giovane e promettente psicoterapeuta, Aurora, di sciogliere, a uno a uno, i nodi irrisolti che appartengono al suo trascorso personale ma anche al suo presente tormentato, e di venire così a conoscenza di una verità attinente al suo passato assai impegnativa e dura, ma comunque a lei necessaria.</p>
<p>Verità che verrà irrimediabilmente mostrata anche a chi legge la narrazione mediante lo stratagemma narrativo di diversi e molteplici flashback e ricordi. Aurora individuerà, infine, seppur con una comprensibile e considerevole fatica, il coraggio di provare e riuscire ad accogliere il proprio vissuto e di decidere di riunire le proprie energie per abbandonare il bagaglio dei propri traumi e dolori, in modo particolare, in base alle recenti rivelazioni impressionanti e scioccanti, nel corso di un percorso in andirivieni e talvolta in bilico tra le città di <strong>Milano e Catania</strong>, così come tra passato, presente e futuro.</p>
<p>Il lettore, incredulo e stupito, si troverà anche lui, ancora una volta, parimenti, a tifare, con tutte le sue forze, per il riscatto emotivo di una tanto fragile e delicata “creatura”, confidando nel suo affrancamento definitivo dalla prigione subdola della sofferenza interiore.</p>
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		<title>Rafał Wojaczek. Nota sul poeta che incantava le stagioni</title>
		<link>https://www.borderliber.it/poeta-ucciso-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Dec 2024 23:03:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
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		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Masciovecchio. Le foto di &#8220;Rafał Wojaczek&#8221; sono state fornite dall&#8217;autore dell&#8217;articolo La primavera è passata, l’estate è passata, e l’autunno, e l’inverno E il poeta non incanta più bestemmia. Alla fine, come sempre, sono sempre i poeti che vengono a trovarci e lo fanno sempre in modo inaspettato squarciando le tenebre del [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Masciovecchio. Le foto di &#8220;Rafał Wojaczek&#8221; sono state fornite dall&#8217;autore dell&#8217;articolo</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La primavera è passata, l’estate è passata, e l’autunno, e l’inverno</em><br />
<em>E il poeta non incanta più bestemmia.</em></p>
<p>Alla fine, come sempre, sono sempre i poeti che vengono a trovarci e lo fanno sempre in modo inaspettato squarciando le tenebre del nostro piccolo universo.</p>
<p>Dopo oltre 50 anni dalla loro stesura arrivano finalmente in Italia i versi di <strong>Rafał Wojaczek</strong>, grazie a <strong>Francesco De Luca</strong> che, rimasto ammaliato dalla forza dei versi del<strong> Rimbaud</strong> polacco, pubblica 66 poesie come libro d’esordio della neonata casa editrice romana <strong>Delufa Press: Rafał Wojaczek &#8211; Il poeta andava fucilato – Poesie Scelte 1964-1971.</strong></p>
<p>Rafał Wojaczek, poeta e prosatore polacco, è annoverato nel gruppo dei poeti maledetti, nasce a <strong>Mikołów</strong> (in Slesia) il 6 dicembre 1945 e muore suicida a <strong>Wrocław</strong> (Breslavia) l’11 maggio 1971. L’esordio letterario avviene con la pubblicazione di sette (simbolo di completezza e di perfezione) poesie inedite su rivista <strong>Poezja</strong> (Poesia). Il debutto editoriale è del 1969 con la raccolta Sezon (La stagione), accolta con lusinghieri giudizi dalla critica.</p>
<p>Nel 1970 uscì la sua seconda raccolta <strong>Inna bajka</strong> (Una diversa favola). Postume uscirono <strong>Którego nie było</strong> (Colui che non c’era, 1972) e <strong>Nie skończona krucjata</strong> (La crociata non finita, 1972).</p>
<p><strong>Wojaczek</strong> era un provocatore nato, tentò più volte il suicidio. Gli fu diagnosticata la schizofrenia. Diagnosi che rappresentò un macigno per tutta la sua vita. Chiese lui stesso di trascorrere una settimana in clinica psichiatrica e lì conobbe l’infermiera che diventò sua moglie e gli diede una figlia, <strong>Dagmara</strong>. Il matrimonio durò appena un anno, concludendosi con l’inevitabile divorzio. L’ultimo tentativo di suicidio, l’11 maggio del 1971, ebbe successo, lo stesso poeta, sopra un biglietto, scrisse a mo’ di testamento, le dosi esatte e i nomi dei medicinali che avrebbe assunto per suicidarsi.</p>
<p>La sua poetica è una cruda esplorazione della disperazione esistenziale, del sesso, dell&#8217;amore e della condizione umana, sullo sfondo c’è la sua terra, la Polonia del dopoguerra, durante l’oscurantismo del regime sovietico. <strong>L’urlo di Wojaczek</strong> è un urlo disperato: “La sentenza su di me è stata già emessa.” (Poema).</p>
<p>Come spesso accade, il plauso della critica e una notevole attenzione avvenne, purtroppo, solo dopo la sua morte. Oggi <strong>Wojaczek</strong> è considerato una figura di primo piano della letteratura polacca del XX secolo e la sua opera continua a essere studiata e per la sua profondità e complessità.</p>
<p>Questo poeta così tragicamente inquieto, dalla vita così imprevedibile, morto ad appena ventisei anni non ancora compiuti, è stato uno dei fenomeni più controversi nella poesia polacca. E’ stato una sorta di cometa lasciando dietro di sé una vera e propria “leggenda”, soprattutto tra i giovani degli anni ’60.</p>
<p>Come in tutte le leggende è “controversa” la storia sulla sua modalità di scrittura, c’è chi afferma che scriveva sotto effetto dell’alcol e chi afferma che nell’atto “creativo” si chiudesse in casa scrivendo ininterrottamente, completamente sobrio limando di continuo i suoi versi. <em>(Siedo in un angolo/nella mia stanza/chiuso a chiave//Di tanto in tanto/per controllare/se sono vivo ancora/mi pungo con uno spillo/e m’inserisco un piccolo/trapano nel cranio …)</em></p>
<h3>Alcune poesie di Rafał Wojaczek presenti nella raccolta</h3>
<h4>Dice che le fa male l’amore</h4>
<p>Dice che le fa male l’amore<br />
questo fiore nero<br />
che cresce in una testa compressa</p>
<p>Un fiore che preme<br />
così da sforzare gli occhi</p>
<p>Lei guarda da cespuglio<br />
che in me si accende</p>
<p><em>22/23 IV 1966</em></p>
<p><strong>***</strong></p>
<h4>Chi è questo che mi appare allo specchio</h4>
<p>Chi è questo che mi appare allo specchio<br />
Non una donna né una persona<br />
Di nebbia, ma così crudelmente se stessa,<br />
Che il posto nell’almanacco finora è vuoto?</p>
<p>Chi è questo che dal mio bicchiere<br />
Bevendo non un ubriacone è, anche se<br />
Raccolto dalla polizia dal fango<br />
È preso come compagno di gilda?</p>
<p>Chi è questo che con la mia penna<br />
Scrive le mie poesie<br />
E nel mio letto prende mia moglie?</p>
<p>Chi è questo che è appena uscito</p>
<p><strong>***</strong></p>
<h4>Deve essere qualcuno</h4>
<p>Deve essere qualcuno, che non conosco, ma che si è impossessato<br />
Di me, della mia vita, della mia morte; di questo foglio</p>
<p><em>I testi sono tratti da: Rafał Wojaczek – Il poeta andava fucilato – Poesie scelte 1964-1971</em><br />
<em>Traduzione e cura di</em><br />
<em>Francesco De Luca e Bożena Topolska</em></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-11442 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/12/Poeta_Fucilato_Copertina.jpg?resize=597%2C806&#038;ssl=1" alt="Rafał Wojaczek, il poeta andava fucilato" width="597" height="806" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Andrea Mattioli: intervista su &#8220;L&#8217;altra metà della vita&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/mattioli-intervista-romanzo-mari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2024 23:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Estremo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista di Antonio Mari. In copertina una foto di Andrea Mattioli Andrea Mattioli, partiamo dalla più ovvia delle curiosità. Il titolo del suo romanzo, &#8220;L’altra metà della vita&#8221;, condensa da un lato le tematiche del testo (dall’amore/antagonismo tra i protagonisti alla distanza fisica e morale cui conduce l’esistenza), dall’altro riecheggia quello di un film del [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista di Antonio Mari. In copertina una foto di Andrea Mattioli</strong></p>
<p><strong>Andrea Mattioli, partiamo dalla più ovvia delle curiosità. Il titolo del suo romanzo, &#8220;L’altra metà della vita&#8221;, condensa da un lato le tematiche del testo (dall’amore/antagonismo tra i protagonisti alla distanza fisica e morale cui conduce l’esistenza), dall’altro riecheggia quello di un film del 2001, &#8220;L&#8217;altra metà dell&#8217;amore&#8221;, diretto da Léa Pool. Anche lì il rapporto strettissimo tra giovani dello stesso sesso si intrecciava con questioni delicate come il tema degli abusi e delle dipendenze. Da dove è venuta l’ispirazione?</strong></p>
<p>L&#8217;ispirazione nasce dall’idea filosofica di Kierkegaard, quella della mancanza di scelta. Mi è sempre piaciuta l’idea di raccontare una storia che ruotasse attorno alle scelte e alle loro conseguenze, sottolineando come, qualunque decisione tu prenda, ti mancherà sempre l’altra metà. È una sensazione di mancanza a cui non siamo educati e che quindi non riusciamo mai a metabolizzare del tutto. Alla base di tutto, però, c’è una scelta tragica, come nel mito di Edipo: una vita segnata da un destino avverso e inevitabile, di cui nessuno ha colpa.</p>
<p><strong>Quando è iniziata la sua storia? C’è un momento in cui ha deciso di dar corpo a caratteri così intensi, stagliati su uno sfondo che, non a caso, porta il nome di una città imprecisata, “T.”, a marcare il carattere universale e potenzialmente riproducibile – ritrovabile ovunque…</strong></p>
<p>La storia del romanzo è nata anni fa, prima ancora di affrontare il tema del suicidio nel mio libro: Lui. Ho sempre sentito il bisogno di trattare tematiche forti, raccontare le vite degli “ultimi”. Gli emarginati, quelli che lottano contro un destino avverso, sono ovunque intorno a noi, ma spesso non ce ne accorgiamo perché siamo troppo presi dalle nostre vite. Perché non li vediamo? Bullismo, tossicodipendenza e segreti sono solo parte del mondo nascosto dietro chi è stato escluso, condannato a una vita che non ha scelto. Raccontare queste storie è per me fondamentale, e dopo aver raccontato un suicidio, ho voluto dare voce a chi non ne ha.</p>
<p><strong>Codici, immagini, rimandi letterari e visivi: tutto si tiene in questo suo viaggio tra le pieghe dell’indicibile, di una realtà dolente eppure tanto attuale. Da dove nascono queste intuizioni? Motivi come quello della droga, della violenza, il “malamore” dell’adolescenza trovano qui una sorta di equilibrio di forma e significato…</strong></p>
<p>Domanda molto interessante, e ti ringrazio, Antonio. Come ho accennato in precedenza, ci sono molte persone senza voce intorno a noi. Ci siamo mai chiesti cosa si nasconda dietro a una tossicodipendenza, alla violenza o a tutte le forme di sofferenza? Ho sempre avuto la curiosità di comprendere queste dinamiche, di andare oltre le apparenze e i comportamenti superficiali. Forse il motivo per cui tutto trova un certo equilibrio è che il fondale melmoso da cui emergono questi comportamenti è sempre lo stesso: una parte di noi che chiede distruzione o attenzione.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-11009 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/10/Fronte-altre-meta-vita.jpg?resize=800%2C665&#038;ssl=1" alt="Andrea Mattioli, Libro, copertina L'altra metà della vita" width="800" height="665" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Per far parlare i sentimenti – dall’amicizia, alla rabbia al senso di colpa – Andrea Mattioli sceglie la forma del memoriale, che inevitabilmente porta con sé una visione parziale degli eventi, eppure permette una sorta di immersione nella visione di uno dei protagonisti. Come mai questo bisogno? È legato a una precisa scelta di campo?</strong></p>
<p>La sfida di questo romanzo, se possiamo chiamarla così, sta nel voler raccontare una storia in cui tutti i personaggi potrebbero essere protagonisti. La forma del memoriale è raccontata da Simone perché è l&#8217;unico che vive la storia dall&#8217;inizio alla fine e può quindi narrarla in modo autentico. La sua visione è quella di chi non comprende appieno gli avvenimenti e trova nel memoriale uno sfogo per i suoi sensi di colpa e le sue sofferenze. È un narratore che si confronta costantemente con l&#8217;insicurezza della stabilità. Simone non accetta le norme; vive la sua parte distruttiva in territori di guerra, senza mai fare pace con sé stesso e con le scelte che non riesce a fare. Il suo memoriale diventa così un recettore naturale della storia, anche grazie alla sua professione di giornalista, che gli permette di osservare e raccontare con una lente unica e personale.</p>
<p><strong>Mi piacerebbe sapere qualcosa in merito al suo percorso. Lei è musicista e DJ, oltre che scrittore. Come convivono queste forme d’arte e che peso hanno avuto nel suo agire narrativo?</strong></p>
<p>Il mio percorso artistico inizia da bambino. Amavo raccontare storie e scrivere, e i miei nonni mi hanno sempre fatto ascoltare una grande varietà di musica. Durante l’adolescenza, qualcosa è esploso dentro di me: scrivevo molto e trascorrevo le serate a studiare musica classica, fino all’ingresso in conservatorio. Allo stesso tempo, il lavoro del DJ mi dona l’opportunità di incontrare tantissime persone e storie. Mi piace raccontare il mondo attorno a me, nelle sue sfumature più provocatorie e scomode, proprio come siamo noi stessi dietro le apparenze: spesso scomodi, soprattutto per noi. Credo che ognuno di noi abbia un romanzo da raccontare; è importante farlo, anche per poter essere d’aiuto agli altri.</p>
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		<title>Sole e Acciaio. Yukio Mishima e il complesso dell&#8217;identità</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sole-acciaio-mishima-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 03:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Sole e Acciaio&#8221; di Yukio Mishima, Guanda, edizione 1982. Articolo già pubblicato su Zona di Disagio Facciamola breve, come fa Mishima nelle 94 pagine di &#8220;Sole e Acciaio&#8221;: le parole devono essere solide come il corpo, ma non come un corpo qualsiasi, bensì come quei fisici tonici, muscolosi, ben [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Sole e Acciaio&#8221; di Yukio Mishima, Guanda, edizione 1982. Articolo già pubblicato su <a href="https://zonadidisagio.wordpress.com/2024/03/19/il-tragico-mishima/?fbclid=IwAR2dt-6cXjezp4Vce_SsWsaBbAQ2i61FrylHtua2D_9fqfEnZAmehzH1Sjc">Zona di Disagio</a></h3>
<p>Facciamola breve, come fa Mishima nelle 94 pagine di <strong>&#8220;Sole e Acciaio&#8221;</strong>: le parole devono essere solide come il corpo, ma non come un corpo qualsiasi, bensì come quei fisici tonici, muscolosi, ben modellati dal duro allenamento. In questo modo anche l&#8217;anima si tempra e sceglierà i termini giusti per raccontare la realtà, facendo a meno dell&#8217;immaginazione.</p>
<p>Un corpo flaccido produrrà una letteratura sentimentale, invece uno modellato dal duro allenamento, dal sacrificio, sarà romantico; quindi saprà scrivere con impeto, forza, consapevolezza ed erotismo.</p>
<p>Ecco Mishima nella disperata ricerca della sua identità. Attraverso queste pagine, scritte tra il 1965 e il 1968, fa comparire già quel gesto suicida con cui griderà al Mondo la sua ribellione. Forse non ci crede neanche lui nella &#8220;favolosa&#8221; identità nipponica, di cui invece si vuole fare unico portavoce. &#8220;Sole e acciaio&#8221; sa di Futurismo e Decadentismo, di quelli che sconquassarono l&#8217;Europa tra XIX e il XX secolo, mentre il suo attaccamento al corpo, o meglio alla sua rivalutazione, è una costante invettiva contro Platone, così come fece Nietzsche.</p>
<p>Insomma, chi è Mishima? Forse una persona confusa? O solo un provocatore che si spinge oltre il romanzo? D&#8217;altronde lo dice proprio nelle prime righe di questo libro: non è più un ventenne e non saprebbe più scrivere lirismi poetici; ormai è cresciuto, si è formato, la guerra lo ha cambiato. Ricorda con riprovazione quei momenti in cui lui stava alla finestra a contemplare il cielo azzurro, riempiendo di irrealtà ogni cosa, mentre i soldati combattevano eroicamente.</p>
<p>Ci sono anche forti richiami alla tradizione giapponese, anzi c&#8217;è una forte necessità di attestare la provenienza da un passato glorioso che non ha nulla da invidiare agli altri; eppure si avvertono i dubbi inconsci di Mishima. Sono grandi come Titani proprio in quelle parti in cui la convinzione è dura come l&#8217;acciaio. Lì riconosciamo qualcosa di liquido che è tenuto insieme con artifizi da incantatore.</p>
<p>La mia ammirazione verso quest&#8217;opera è per lo sforzo che lo scrittore compie nel ricercare la sua identità, quell&#8217;io che coincide con l&#8217;io parlante, che ha saputo fare delle parole &#8220;un corpo educato che attraversa la realtà&#8221;. Via il sentimentalismo, il lirismo, la flaccida immaginazione che inganna con la fuga dal mondo. Le parole plasmano tutto, anche le bugie.</p>
<p>Grazie quindi a Mishima che ha provato a non corrompersi, ma alla fine, per non impazzire, si è dovuto ammazzare, perché addizionando le sue contraddizioni con quelle della società giapponese ne usciva fuori un&#8217;aporia; quindi, meglio morire con onore che vivere da sconfitti, lasciando a noi i dubbi. Giusto, Mishima?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La via delle comete: annotazioni su Marina Cvetaeva</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cvetaeva-poesia-rovi-porretti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 01:03:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In Copertina: &#8220;La via delle comete&#8221; di Marina Cvetaeva, InternoPoesia, 2023 Un passo dopo l&#8217;altro sulla fune della sua vita; con quella regalità allucinata (scriteriata?) degli esclusi, degli incompresi, dei fuggitivi da ogni steccato di serenità e quiete. Chimere che la loro famelicità di vertigini e voragini rifiuta categoricamente, bollandole [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Antonio Maria Porretti. In Copertina: &#8220;La via delle comete&#8221; di Marina Cvetaeva, InternoPoesia, 2023</strong></p>
<p>Un passo dopo l&#8217;altro sulla fune della sua vita; con quella regalità allucinata (scriteriata?) degli esclusi, degli incompresi, dei fuggitivi da ogni steccato di serenità e quiete. Chimere che la loro famelicità di vertigini e voragini rifiuta categoricamente, bollandole come eresia.</p>
<p>Per costoro, è l&#8217;anelito all&#8217;ustione che va preservato, a ogni costo. <strong>Marina Cvetaeva e la sua poesia appartengono in ogni grammo della loro sostanza a questa categoria di eterni randagi:</strong> aquile a due teste che la parola tramuta in <strong>Via Lattea</strong> per le arsure e gli sfrigolii di un&#8217;anima che si fa carne da bruciare nel verso, celebrando il battesimo di una perdita. Rinnovata e distillata da minuti e ore che conducono sempre verso qualche violazione di un codice condiviso e accettato; <strong>tranne da chi sceglie la condanna dell&#8217;esclusione.</strong></p>
<p>Una poesia, la sua, che si compone di scaglie eterogenee, talvolta più ispide e impervie, talvolta come respiri che disegnano spazi incommensurabili dello spirito. Come a tessere un sudario per qualche cielo. Senza posa, senza nessuna battuta d&#8217;arresto. Nemmeno nei momenti più tragici: <strong>e Cvetaeva ne conobbe molti.</strong></p>
<p>Dall&#8217;esperienza per lei dilaniante della <strong>Rivoluzione d&#8217;Ottobre</strong>, con il marito<strong> Sergej Efron,</strong> arruolato nell&#8217;esercito controrivoluzionario dell&#8217;<strong>Armata Bianca</strong>, prima di una sua conversione al <strong>Bolscevismo</strong>, fino agli anni di misero pellegrinaggio per l&#8217;Europa (Parigi, Berlino, Praga), fino all&#8217;arresto del marito e della figlia Ariadna nel 1937, dopo il loro rientro in <strong>Unione Sovietica</strong>, fino all&#8217;ordine emesso dal regime comunista di messa al confino nella <strong>Repubblica del Tartastan</strong>, dove si suiciderà il 31 agosto del 1941, spezzando quella fune su cui per anni era rimasta disperatamente in equilibrio.</p>
<p><em>Risuonano &#8211; cantano, impedendo l&#8217;oblio,]</em><br />
<em>nella mia anima la parola &#8220;quindici anni&#8221;.]</em><br />
<em>Oh, perché sono diventata grande?]</em><br />
<em>Non ho salvezza!</em></p>
<p><em>Ancora ieri verso le betulle verdi]</em><br />
<em>correvo, libera fin dal mattino.</em><br />
<em>Ancora ieri giocavo scapigliata,</em><br />
<em>ancora ieri!</em></p>
<p><em>Il rintocco primaverile di campanelli lontani]</em><br />
<em>mi diceva: &#8220;Corri e distenditi.&#8221;</em><br />
<em>e ogni strillo era consentito alla monella,]</em><br />
<em>e ogni passo.</em></p>
<p><em>Che c&#8217;è in futuro? Quale insuccesso?]</em><br />
<em>In tutto c&#8217;è l&#8217;inganno e, ah, su tutto il divieto!]</em><br />
<em>&#8211; Così dalla cara infanzia mi sono congelata, piangendo,]</em><br />
<em>a quindici anni.</em></p>
<p>Versi emblematici di un martirio deliberatamente accettato, <strong>prima di decretarne l&#8217;interruzione, facendone per sempre una &#8220;ragazza interrotta&#8221;</strong>, ma non corrotta. Un&#8217;archeologa di sentimenti che nessuna spietatezza della vita potrà mai deturpare e a cui solo la notte delle sue pupille poteva renderle la grandezza che oggi le viene tributata. <strong>L&#8217;avvenire e il divenire sarebbero stati, forse, troppo gelosi di lei.</strong></p>
<p><em>&#8221; [&#8230;]</em><br />
<em>Eccolo dei carichi sulla schiena</em><br />
<em>il flagello, dei sognatori la spada!</em><br />
<em>Come un violentatore butta a terra</em><br />
<em>la bellezza: coricati!</em></p>
<p><em>Non risponderà e si sorriderà &#8211; come una tomba &#8211; come un giacimento,</em><br />
<em>ma non mostrerà il volto</em><br />
<em>e non concederà l&#8217; anima&#8230;</em><br />
<em>[&#8230;]</em></p>
<p>Versi che potrebbero figurare come suo più giusto e coerente epitaffio.</p>
<p>Eccellente iniziativa quella di<strong> InternoPoesia</strong> nel pubblicare questo volume intitolato<strong> &#8220;La via delle comete&#8221;,</strong> per la curatela di Paolo Galvagni. Per chi ama <strong>Marina Cvetaeva</strong>; per chi nella Poesia trova (anche?) giustificazione del suo esistere.</p>
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