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	<title>Russia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Non mi sono mai fidato degli yankee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 14:41:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non mi sono mai fidato degli yankee&#8221; è un articolo di Martino Ciano. L&#8217;immagine di copertina è stata creata con l&#8217;intelligenza artificiale Non mi sono mai fidato degli yankee, perché guardano con sospetto chi paga in contanti, mentre amano chi ha tanti debiti. E i loro debiti diventano anche i tuoi, solo che tu li [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Non mi sono mai fidato degli yankee&#8221; è un articolo di Martino Ciano. L&#8217;immagine di copertina è stata creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p dir="ltr">Non mi sono mai fidato degli yankee, perché guardano con sospetto chi paga in contanti, mentre amano chi ha tanti debiti. E i loro debiti diventano anche i tuoi, solo che tu li devi risarcire con gli interessi, per anni e anni; e ti devi sottomettere a loro, per decenni e decenni, senza battere ciglio. Devi applaudire a ogni loro porcata, devi accettare che la storia la scrivano loro. Poi, quando non gli servi più, ti scaricano e ti abbandonano povero e malconcio.</p>
<p dir="ltr">Non mi sono mai fidato degli yankee, perché sono sanguisughe. La loro libertà d’espressione è libertà di fare affari su qualsiasi cosa. Non hanno scrupoli e si accaniscono contro chi dice “no”. Sono così convinti di essere speciali e intoccabili che hanno fatto commercio anche sul loro egocentrismo. Fumetti, film e videogiochi in cui ci sono yankee supereroi, tant’è che cresci con l’idea che tu, in confronto a loro, sei uno che neanche merita di vivere.</p>
<p dir="ltr">Se penso a quelli come me, nati negli anni Ottanta del Novecento, figli dell’ultima stagione del Piano Marshall e della Guerra Fredda, sento ancora il brivido dell’inganno. Felici e scattanti come i personaggi della Marvel, ci brillavano gli occhi di fronte a ogni cosa “Usa e getta”. Stelle e strisce su qualsiasi oggetto che se ne stava lì, in vetrina, come gli ammennicoli in un discorso tra ubriachi. Fottuti nel cervello e nell’anima, credevamo di essere nati nella parte fortunata del mondo. Poi, caduto l’Impero del Male, ci siamo ritrovati pieni di cicatrici e abbiamo capito che, per anni e anni, eravamo stati flagellati.</p>
<p dir="ltr">Ma mica volevamo andare con la Russia, ché a est si stava peggio. Quelli avevano le macchine che sembravano trattori e poi c’era qualcosa di inconscio, come un chiodo conficcato in fondo al cervello, che non ci faceva fidare di loro. Parlavano strano, scrivevano con lettere incomprensibili, mentre noi ci sentivamo a casa solo quando ascoltavamo la cadenza “americana”. E anche quando a scuola imparavamo l’inglese, noi pensavamo che fosse americano. Perché parlare americano era più figo del suono rigido dell&#8217;inglese.</p>
<p dir="ltr">Non mi sono mai fidato degli yankee, perché non mi hanno liberato, ma mi hanno venduto la liberazione. Sono venuti a fare il lavoro sporco, governando con supremazia come se si fossero aggiudicati un appalto. Oggi che ci scaricano, che ci abbandonano senza farsene accorgere — anche se ce lo dicono chiaramente — vengono ancora acclamati, considerati alleati.</p>
<p dir="ltr">Vero, quindi, che ci hanno fatto il lavaggio del cervello, lasciandoci tra i neuroni vistose scie chimiche.</p>
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		<title>Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-sergente-nella-neve-rigoni-stern-ponzi-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 22:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Conflitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Il sergente nella neve&#8221; di Mario Rigoni Stern, prima edizione del 1965 Non è il primo libro di guerra-prigionia-deportazione che leggo perché ritengo che la letteratura di guerra sia imprescindibile, per quanto questa non sia prettamente considerabile come un passatempo. Ma è importante che le nuove generazioni sappiano cosa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Marco Ponzi. In copertina: &#8220;Il sergente nella neve&#8221; di Mario Rigoni Stern, prima edizione del 1965</strong></p>
<p>Non è il primo libro di guerra-prigionia-deportazione che leggo perché ritengo che la letteratura di guerra sia imprescindibile, per quanto questa non sia prettamente considerabile come un passatempo. Ma è importante che le nuove generazioni sappiano cosa potrebbero perdere in caso di conflitto, dato che negli ultimi anni, almeno in Europa, siamo stati tutti abituati a una vita piuttosto comoda che ci ha fatto considerare la guerra come una cosa lontana, che non ci riguarda. E anche nelle guerre in corso, stiamo alla finestra facendo finta che ci interessi porre fine a esse.</p>
<p>Prima di questo libro, avevo letto Fenoglio, Eric Maria Remarque, Primo Levi, Carlo Levi, Solženicyn, Curzio Malaparte e tanti altri; il tema non è nuovo ma riesce in un certo senso a esserlo sempre, in quanto, nella maggior parte dei casi, chi scrive questo genere di libri parla per esperienza diretta facendosi testimone del suo tempo. Molto spesso la narrazione è in prima persona, come a voler ribadire il fatto che si tratti di un racconto reale, vero, incontestabile e proveniente da una voce alla quale si possano fare domande. È una narrazione che prevede un dibattito che seguirà.</p>
<p>Non si possono quindi fare grandi paragoni tra i libri dei diversi autori “di guerra” perché le vicende vissute in prima persona sono quelle di gente sopravvissuta a degli orrori e ogni “visione” è valida quanto le altre, né tantomeno biasimabile. In comune, però, questi autori hanno l’impotenza rispetto al desiderio di fuggire o di trovarsi altrove e l’urgenza di raccontare la storia di una sopravvivenza.</p>
<p>Quel che cambia, in questi racconti, è lo stile e, a volte, la focalizzazione su determinati punti. Cambia, ogni tanto, l’atmosfera che l’autore riesce a restituire e il barlume di speranza, più o meno forte, che traspare dalla narrazione. In altri casi c’è rassegnazione, quasi incredulità per tutto ciò che sta accadendo ed è questo che fa conoscere meglio la sensibilità di chi scrive.</p>
<p>Nel caso de <strong>“Il sergente nella neve”</strong> di <strong>Mario Rigoni Stern</strong>, quel che percepisco è la freddezza, il distacco dell’autore che vuole rimanere lucido durante la ritirata dalla campagna di Russia, che si sa, è stata una ecatombe. Non vi è spazio per la compassione verso i suoi compagni morti e nemmeno il tempo per sognare il ritorno. Lui è pragmatico mentre sono gli altri personaggi che sognano, ma non lui.</p>
<p>Egli non pare provare grande empatia, forse scegliendo consapevolmente di ignorare l’orrore per non finirne schiacciato, per non doversi, un domani, porsi domande scomode sul proprio operato. È come se si volesse creare un alibi, come se volesse essere una persona informata dei fatti senza troppo coinvolgimento dato che, chi lo sa, l’autore potrebbe essere stato cosciente di non essere stato dalla parte giusta della storia. Anche le descrizioni dei morti trovati nella neve, i drammi delle ferite e tutto quanto comporti l’essere a al fronte, è raccontato quasi come se l’autore non fosse stato lì.</p>
<p>In “<strong>Il sergente nella neve”, </strong>Rigoni Stern non emette giudizi su chi lo ha mandato in guerra, certo, nomina Mussolini, i tedeschi, gli ungheresi ma non si sbilancia mai, nemmeno quando si sente a rischio della vita, ma fa paragoni tra il modo di combattere degli italiani e dei tedeschi, suoi alleati. È come se ci dicesse che il soldato italiano non sia perfettamente convinto di essere nel giusto e, per questo, le sue azioni non sono mai spietate, a differenza del tedesco che, per indole, è sicuro del fatto suo o forse meglio addestrato.</p>
<p>Rigoni Stern non riesce nemmeno a descrivere gli orrori, a differenza del suo “collega” tedesco Eric Maria Remarque che, invece, non lesinò nulla della sua esperienza nel celeberrimo <a href="https://www.borderliber.it/remarque-fronte-recensione/"><strong>“Niente di nuovo sul fronte occidentale”</strong></a>. Questo parallelo è interessante se si considera che, mentre Remarque offriva uno spaccato della guerra in cui i problemi etici emergevano prepotentemente, a dispetto della supposta superiorità e convinzione dell’azione, Rigoni invece pare essere rimasto coinvolto contro la propria volontà rendendosi consapevole che l’esito sarà tragico, pur non dichiarandolo, e incapace di fare ragionamenti.</p>
<p>Solo nelle ultime pagine di “<strong>Il sergente nella neve”</strong> , Rigoni descrive la fatica, il dolore e le privazioni del suo stato. Descrive meno quello altrui, come se fosse l’unico a combattere e a patire. Ovviamente, questa modalità potrebbe essere conseguente allo spirito di conservazione ma è curioso notare le differenze tra Remarque e Rigoni, differenze che esaltano anche la poetica dei due autori; l’uno, Rigoni, si limita a una specie di cronaca, l’altro scava nell’animo dell’uomo alla ricerca di un senso delle proprie e altrui azioni.</p>
<p>La mia impressione è che Rigoni si sia accontentato di raccontare dei fatti, come se fosse un documentario senza concessioni alla libera interpretazione.<br />
Egli sembrerebbe voler dire al lettore, inviando un monito silenzioso valevole sempre: tanto sono guerre lontane, non ci riguardano… fino a quando non ci si ritrova a marciare con la neve al ginocchio per centinaia di chilometri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori</title>
		<link>https://www.borderliber.it/chiudo-la-porta-e-urlo-nori-barettini-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 22:01:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Barettini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Chiudo la porta e urlo&#8221; di Alessio Barettini, Mondadori, 2024 Chiudo la porta e urlo, Paolo Nori, Mondadori, è un romanzo autofinzionale che oscilla fra la vita privata, le memorie dell&#8217;autore e la vita di Raffaello Baldini, poeta di Sant&#8217;Arcangelo di Romagna, figura importante per la cura della lingua [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Chiudo la porta e urlo&#8221; di Alessio Barettini, Mondadori, 2024</strong></p>
<p><strong>Chiudo la porta e urlo</strong>, <strong>Paolo Nori,</strong> <strong>Mondadori</strong>, è un romanzo <em>autofinzionale</em> che oscilla fra la vita privata, le memorie dell&#8217;autore e la vita di Raffaello Baldini, poeta di Sant&#8217;Arcangelo di Romagna, figura importante per la cura della lingua dialettale e come intellettuale romagnolo.</p>
<p>La casa dove Nori costruisce <strong>Chiudo la porta e urlo</strong> sembra essere senza tende, perché non soltanto l&#8217;autore non si cura in alcun modo di dissimulare il processo <em>autofinzionale</em> dentro una qualunque strategia letteraria che possa risultare di infingimento, che possa far sospettare almeno momentaneamente i lettori, ma non c&#8217;è proprio dubbio, leggendo e incontrando Nori alle prese con la sua famiglia, che le cose stiano così.</p>
<p>Togliatti e la Battaglia, questi i soprannomi rispettivamente di moglie e figlia dell&#8217;autore, anche nella realtà, cosa che sola basterebbe a fare della letteratura di <strong>Paolo Nori</strong> una via di mezzo perfetta fra serietà e rigore da una parte, e ironia spiazzante dall&#8217;altra. E se appunto così non fosse, basterebbe la voce narrante a completarne l&#8217;opera. Voce presentissima, peraltro, e frequente come se essa pretendesse più spazio, come se volesse toglierlo all&#8217;autore stesso, con un buffo risultato di saltelli continui da una parte all&#8217;altra delle cose:</p>
<p><em>Adesso, non lo dico per giustificarmi, ma è stato un periodo che avevo smesso di andare a scuola perché, intorno ai diciassette anni, avevo scoperto le droghe leggere e avevo trovato la mia vocazione. Io, da grande, dico, volevo essere un drogato. È durata due anni, poi mi sono accorto che non era una carriera adatta a me e ho cambiato strada. (p.6)</em></p>
<p>Uso frequente di virgole, di anacoluti, di riflessioni a voce alta che ricordano lo stile di Meneghello, anche se l&#8217;autore parmense li usa con intenzioni diverse, simili all&#8217;idea cinematografica di abbattere la quarta parete, simili all&#8217;idea che leggere <strong>Paolo Nori</strong> sia come bere una birra al pub con lui che ti sta raccontando i fatti suoi. Peraltro la narrazione stessa procede come quando si parla ad alta voce, si va avanti nel discorso, si lascia qualcosa indietro, lo si riprende e poi si va ancora avanti, e così, ancora, Nori conduce il gioco.</p>
<p>L&#8217;autore ci racconta di diversi momenti della sua vita, scrive un patchwork che contiene fra le altre cose l&#8217;inizio della sua scrittura, la sua vicinanza con Dostoevskij, con Achmatova, con Chlebnikov, e con Baldini, che Nori esplora citando spesso stralci di suoi lavori o anche intere poesie e che dichiara essere stato il «più grande poeta italiano del Novecento.»</p>
<p>In <strong>Chiudo la porta e urlo, </strong>Nori racconta molto di sé, si prende continuamente in giro, e si ferma spesso a ricordare due momenti chiave della sua vita in cui ha rischiato seriamente di morire, episodi peraltro da lui stesso raccontati in un podcast dal titolo <strong>Due volte che sono morto</strong>. Ma con una forma atavica di riservatezza, ogni volta che Nori ha la sensazione di rubare troppo la scena, ecco che torna a parlare di Baldini, strano l&#8217;incontro letterario fra i suoi russi e questo poeta romagnolo così ricco di ironia, signorile e spietato, popolare e nobile, questo poeta in fondo misterioso che Nori cerca di sbrogliare:</p>
<p><em>Le poesie di Baldini, mi sembra succeda il contrario. Io non son mai stato nel viale della Fossa, ma mi sembra di vederlo, il viale della Fossa, e l&#8217;ultima panchina, e gli uccelli per aria, e loro che si guardano in silenzio e lui che, piano piano, sull&#8217;erba, torna indietro. (p.36)</em></p>
<p>Infatti la scrittura di Nori è sempre sospesa, sempre incredula, ha il coraggio di stupirsi, e di scrivere di questo coraggio, a costo di apparire ridicolo, arrogante, eccessivo o chissà che altro. La via della verità passa attraverso lo stupore, sembra urlarci, e se i nostri occhi sono troppo stanchi o troppo distratti o troppo poco pronti, bisogna sapere che bisogna andarselo a cercare per forza, lo stupore, bisogna volerlo.</p>
<p>Facendo un paragone partendo dall&#8217;idea di <strong>Mandel&#8217;štam</strong> che definisce la Commedia di Dante una forma cristallografica, si potrebbe vedere <strong>Chiudo la porta e urlo</strong> come un oggetto domestico umile, impolverato, colorato, ma ben disposto su un ripiano ben visibile in una parte di una camera illuminato dalla luce solare che arriva dalla finestra.</p>
<p>In questo spirito popolare, ciarliero, divertito ma non privo di riferimenti culturali frequenti, prosegue la scrittura, oscillando fra vita di Nori, privata e letteraria, vita di Baldini, riferimenti alla letteratura russa e ad altri elementi non lontani dal mondo di Baldini: per esempio uno spazio non secondario ce l&#8217;hanno lo scrittore Daniele Benati, amico di Baldini e dello stesso Nori, Antonio Pennacchi, Nino Pedretti.</p>
<p>Sembrerebbe sciatteria, questa scrittura che ride di sé stessa come fanno gli sciocchi che non sanno di esserlo (i coglioni presenti sin dall&#8217;inizio del libro), ma appare presto chiaro come l&#8217;idea di scrittura per Nori sia una ricerca verso la nobiltà del gesto stesso della scrittura. Questa voce dimessa, quotidiana, Nori è bene attento, a tratti, a farcela vedere da diverse angolature, ci lascia entrare nel suo laboratorio artigianale per mostrarci come la scrittura si crei da sé. Ci mostra la sua idea di traduzione, essendo lui stesso traduttore dal russo, ci mostra le implicazioni di certe scelte letterarie, non esita a condannare l&#8217;eccesso di purezza, preferendo sempre questa semplice trasposizione ragionata di una scrittura che assomiglia all&#8217;oralità.</p>
<p><em>Ci son dei momenti, questo romanzo, che resto dei quindici giorni senza scrivere niente. Son sempre lì, a quella cosa che diceva Šklovskij: sono così occupato dalla vita che mi dimentico di viverla. (p.87)</em></p>
<p>E poi, c&#8217;è la figura di suo padre, chiamato in causa per il suo lavoro di costruttore di case, per paragonare la durata delle case alla durata dei suoi libri. Fino a quando verranno letti? Si chiede, consapevole che se passerà un secolo quelle case saranno ancora su, ancora abitabili. E i suoi libri? In altre parole questo libro si estende in uno spazio orizzontale: la Russia e la Romagna sono due terre estese e ugualmente infinite, ma a ben guardare, avviene lo stesso, di proposito, anche in verticale: la nascita del suo interesse letterario, i russi e i poeti romagnoli, appunto, il padre, l&#8217;idea stessa di scrittura, il tutto sembra possibile che si incastri anche se appare distante, anche se non c&#8217;è paragone apparente che regga, anche se in realtà il paragone è ovunque, resiste a dispetto di ogni apparenza.</p>
<p>L&#8217;ultima parte del libro è quasi totalmente rivolta su Baldini, di cui l&#8217;autore riporta diverse poesie come anche diverse testimonianze di persone che lo hanno conosciuto, e ne esplora parti della vita, su tutte il ruolo fondamentale della moglie Lina.</p>
<p><em>Se dovessi scrivere una biografia di Baldini, e fossi capace di farlo, credo che parlerei molto di sua moglie Lina che, chissà se è vero, ma, come forse ho già detto, io mi immagino sia quella di “In due”, quella che, quando vai al cinema, «poi Fine, si accendono le luci, è come svegliarsi, ti alzi, e basta un niente, che le tieni il cappotto, che se l&#8217;infila, che la stringi, non molto, solo sentirla.» (p.143)</em></p>
<p>Il romanzo si chiude con lo svelamento delle intenzioni: Nori voleva sentire e farci sentire una familiarità (possibile) con Baldini, e per lui usa la parola “originale”, nella sua accezione più etimologicamente precisa a dispetto del suo abuso linguistico e letterario.</p>
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		<title>Il violinista Igor Brodskij: storia di un&#8217;estasi tragicomica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2025 22:01:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il violinista Igor Brodskij&#8221; di Romano Augusto Fiocchi, Qed Edizioni, 2025 Mi piacciono quei romanzi in cui si mischiano i concetti, si creano similitudini tra generi, si amalgamano realtà e favola, si dà voce alla fantasia e si smascherano le ipocrisie del mondo. Ecco, &#8220;Il violinista Igor Brodskij&#8221; è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il violinista Igor Brodskij&#8221; di Romano Augusto Fiocchi, Qed Edizioni, 2025</strong></p>
<p>Mi piacciono quei romanzi in cui si mischiano i concetti, si creano similitudini tra generi, si amalgamano realtà e favola, si dà voce alla fantasia e si smascherano le ipocrisie del mondo. Ecco,<strong> &#8220;Il violinista Igor Brodskij&#8221;</strong> è tutto questo e nella sua brevità è capace di andare oltre le etichette.</p>
<p>Un violinista russo incanta tutti suonando per le strade, tra le macerie, nelle bettole. Imbraccia il suo strumento invisibile, forse di vetro, e lascia che le note parlino al suo posto. Chi lo ha ascoltato, dice che il suono che produce ha un&#8217;essenza divina. Ne fa esperienza anche un agente discografico che però lo perde velocemente di vista. Per ritrovarlo fa di tutto, come ingaggiare un investigatore privato che, simile a un segugio, lo cercherà in capo al mondo.</p>
<p>Questa la storia che tiene insieme un romanzo ironico che pone in primo piano quel <strong>connubio malato tra arte e business</strong>. È un gioco fantasioso quello che <strong>Romano Augusto Fiocchi</strong> imbastisce, tant&#8217;è che dietro la trama c&#8217;è una vera e propria denuncia verso quella &#8220;fabbrica culturale&#8221; che quasi mai favorisce la sensibilità, a patto che non diventi materia su cui speculare.</p>
<p><strong>Il violinista Igor Brodskij</strong> invece si comporta come lo scrivano <strong>Bartleby</strong>, quello che diceva sempre &#8220;no&#8221; a qualsiasi richiesta o confronto. Ogni volta che qualcuno prova a rivolgergli la parola, qualsiasi sia la sua lingua, <strong>Brodskij</strong> taglia corto e risponde con un <strong>&#8220;non capisco, non parlo la tua lingua&#8221;</strong>. Lui sa esprimersi solo con la musica, eppure è capace lo stesso di farsi comprendere.</p>
<p>E seguendo questa partita con il destino, lui che viene dalle terre dell&#8217;est, che sono tanto ampie da apparire senza orizzonti, incarna quel vento di malinconia che tutti gli uomini sentono sospirare in loro. Il suo violino sa<strong> parlare a ciascuno e sa unire senza distinzioni.</strong> Nessuno resta indifferente al cospetto delle sue note.</p>
<p>Come un <strong>Messia</strong>, il violinista Igor Brodskij non va per teatri, ma tra vicoli, quartieri degradati, piazze di periferia ed esseri umani alla deriva. Dove passa lascia il suo profumo. L&#8217;investigatore infatti annusa la sua presenza, quell&#8217;odore unico che solo <strong>Igor</strong> emana.</p>
<p>Ma il violinista non è un angelo caduto dal cielo, ma un essere umano che si è formato in un posto che occlude l&#8217;anima, la voglia di vivere, la speranza. La sua salvezza è stata la musica, che gli ha dato forza e capacità di discernimento. La sua sofferenza si è fatta dolce melodia. Lui la dona al mondo non con foga dionisiaca ma con ammaliante eros, oltrepassando la carne, sedendosi nel mezzo di quel luogo comune agli uomini: <strong>l&#8217;anima</strong>.</p>
<p>Eppure, il violinista <strong>Igor Brodskij</strong> non è un uomo di pace, né un evangelizzatore né un profeta, tantomeno un essere divino. Egli è un uomo sfuggente, un eretico che non si ferma davanti alle cose del mondo, un solitario che appare e sparisce. Lui è &#8220;<strong>un atto</strong>&#8220;, perché è importante ciò che crea e non ciò che &#8220;<strong>pensa di poter creare</strong>&#8220;. Potremmo identificarlo come un uomo di buona volontà, invece non possiamo dire neanche questo di lui perché tale definizione lo chiuderebbe in una &#8220;gabbia etica&#8221;.</p>
<p>Fiocchi ci regala una favola ironica, in cui non mancano l&#8217;umorismo e la tragedia. Lo stile sa riunire il meglio di quel postmodernismo che azzarda &#8220;decontestualizzando&#8221;. Il lettore si prepari quindi a un viaggio pieno di colpi di scena e di &#8220;<strong>doppi sensi</strong>&#8221; arguti, ma soprattutto si abbandoni a questa prosa creativa che stuzzica la voglia di evadere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/il-violinista-igor-brodskij-storia-di-unestasi-tragicomica/">Il violinista Igor Brodskij: storia di un&#8217;estasi tragicomica</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Ci siamo rincoglioniti?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ci-siamo-rincoglioniti-articolo-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 23:01:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano &#8220;Ci siamo rincoglioniti&#8221;. Lo dicono gli intellettuali mainstream di destra e di sinistra. Non sappiamo fare più la guerra, ma in compenso abbiamo imparato a preparare i cocktail. Non sappiamo più zappare la terra, ma abbiamo studiato tecniche innovative di pressione dei touchscreen. Maledetta sia la pace! Siano messi al bando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Articolo di Martino Ciano</h4>
<p>&#8220;Ci siamo rincoglioniti&#8221;. <strong>Lo dicono gli intellettuali mainstream</strong> di destra e di sinistra. Non sappiamo fare più la guerra, ma in compenso abbiamo imparato a preparare i <strong>cocktail</strong>. Non sappiamo più zappare la terra, ma abbiamo studiato tecniche innovative di pressione dei <strong>touchscreen</strong>.</p>
<p>Maledetta sia la pace! Siano messi al bando il benessere e gli esperti di marketing. &#8220;<strong>Ci siamo rincoglioniti</strong>&#8221; nel nostro narcisismo e nella nostra dipendenza dai social. Lo hanno capito quegli intellettuali, che si sono rincoglioniti anche loro a furia di reinventarsi nel sistema secondo il metodo <strong>una mano lava l&#8217;altra ed entrambe escono pulite</strong>. &#8220;Invochiamo la pace perché non ce ne frega nulla di chi muore. Vogliamo solo che le bollette di gas e luce diminuiscano e che ognuno faccia di necessità virtù&#8221;, così riportano alcuni. Chissà dove hanno captato queste parole.</p>
<p>Signori e signore dal pensiero debole ci danno le bacchettate. Maledicono gli anni <strong>Settanta e Ottanta del Novecento</strong>, quei periodi di &#8220;utopia e sangue&#8221; in cui incominciarono a circolare quelle idee di finta &#8220;democrazia e di opportunità per tutti&#8221;. Tanti ormai iniziano a odiare la pubblica istruzione, il sistema sanitario nazionale, il welfare. D&#8217;altronde, l&#8217;occupazione è sempre in aumento, soprattutto grazie a quei &#8220;morti di fame&#8221; che hanno contratti di lavoro di poche ore e buste paghe da animali dello zoo.</p>
<p>&#8220;<strong>Vi siete rincoglioniti</strong>, ma andate in libreria e comprate i nostri libri così imparate a capire le cose&#8221;, è questo il messaggio che ci viene inculcato da ciascuno dei profeti della guerra e della pace in polvere da sparo. Torniamo all&#8217;economia di guerra che incrementa l&#8217;occupazione, ristabiliamo il confine dello scudo atomico. &#8220;Dovremo pur difenderci dall&#8217;invasore, cazzo&#8221;.</p>
<p>E chi lo mette in dubbio! A distanza di decenni l&#8217;Europa si è resa conto di essere tra due imperi che non hanno mai smesso di comportarsi da imperialisti. Per anni e anni l&#8217;Europa si è preoccupata di stilare le regole sull&#8217;estetica della frutta e della verdura, dimenticando che quelli lì ci spiano, ci sabotano e ci rubano i dati.</p>
<p>È vero, <strong>ci siamo rincoglionit</strong>i, anche grazie a voi e alle vostre analisi stilate sotto suggerimento degli eventi, dei cambi di casacca, del potere che tradisce le masse, che schiavizza il pensiero, che chiude le porte a chi davvero ha un&#8217;idea diversa del mondo. Dite pure che &#8220;<strong>ci siamo rincoglioniti</strong>&#8221; per mezzo degli affari sporchi internazionali che l&#8217;Europa ha perseguito con gli Stati Uniti d&#8217;America e con i sionisti. Fate &#8220;mea culpa&#8221; gridando che un tempo gli zar erano vostri e di conseguenza nostri amici.</p>
<p>È vero, <strong>ci siamo rincoglioniti</strong> e anche di brutto, tant&#8217;è che nessuno sa davvero cosa stia succedendo. Giriamo come banderuole aspettando una ricetta salvifica o la voce di un messia. Il motto è diventato &#8220;meglio un selfie sorridente oggi, che delle connessioni ultraveloci, domani, non v&#8217;è certezza&#8221;.</p>
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