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	<title>Pregiudizio Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Tao te ching: al di fuori del pregiudizio e della sapienza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tao-te-ching-sapienza-frontera-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2025 23:01:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Tao te ching: al di fuori del pregiudizio e della sapienza&#8221; è un articolo di Domenico Frontera. In copertina una foto tratta dal web Nel Tao-te-ching, opera attribuita dalla tradizione cinese a Lao tzu (VI sec. a.C.), ma probabilmente elaborata e scritta intorno al III secolo a.C., viene messo in discussione il tradizionale concetto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Tao te ching: al di fuori del pregiudizio e della sapienza&#8221; è un articolo di Domenico Frontera. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Nel <strong>Tao-te-ching</strong>, opera attribuita dalla tradizione cinese a Lao tzu (VI sec. a.C.), ma probabilmente elaborata e scritta intorno al III secolo a.C., viene messo in discussione il tradizionale concetto di <strong>&#8220;Sapienza.&#8221; </strong></p>
<p>Per questo piccolo libro, composto da 81 brevi capitoli dal piglio lirico e frammentato, il sapere è inteso come una indebita aggiunta al carattere nudo e privo di senso dell&#8217;esistenza. Questa è una chiara e diretta critica al confucianesimo del tempo, che invece sottolinea la validità della conoscenza astratta e discriminante.</p>
<p>Per i taoisti, <strong>&#8220;il flusso della vita&#8221;</strong> è spontaneo ed innocente, non ha in sé una razionalità, e non può quindi essere valutato e contaminato da un <strong>&#8220;com-prendere&#8221;</strong> che, in quanto umano, resta sempre incerto, se non addirittura illusorio.</p>
<p>Nel pensiero occidentale sarà soprattutto <strong>Nietzsche</strong> ad enfatizzare questa innocenza del divenire che non significa un abbandono della ratio ma la consapevolezza della presenza di una metarazionalità a cui tutto ontologicamete appartiene e che costituisce il limite e il fondamento stesso dell&#8217;uomo.</p>
<p>Per <strong>il Tao-te-ching</strong>, dunque, il saggio ha il cuore delle persone semplici in quanto non coltiva alcun pregiudizio o preconcetto.</p>
<p>Egli regredisce addirittura alla condizione del lattante: come un bimbo (il nome <strong>Lao tzu</strong> significa &#8220;Il vecchio bambino&#8221;) è profondamente stupito e meravigliato da ogni evento naturale. Non siamo difronte alla famosa <strong>&#8220;Dotta ignoranza&#8221;</strong> elaborata da <strong>Niccolò Cusano</strong> o al <strong>&#8220;Non sapere&#8221;</strong> socratico, perché per il taoismo già questo è un atto di ragione, ma davanti ad una vera e propria <strong>&#8220;epochè&#8221;</strong>, sospensione di ogni giudizio, che avviene in modo naturale e spontaneo così come la Via, <strong>il Tao</strong>, si manifesta nella natura.</p>
<p>Per il <strong>Tao-te-ching</strong> occorre, dunque, uniformarsi al &#8220;Vuoto delle cose&#8221; affinché ogni fenomeno possa apparire e riapparire, ogni volta, nella sua massima carica evocativa. Il saggio contempla e tocca il mondo quasi non ne sapesse nulla ed è questo un atteggiamento che rinuncia ad ogni velleità conoscitiva, accanto all&#8217;intento di capire il fondamento delle cose.</p>
<p>L&#8217;ideale etico del taoista implica, quindi, la <strong>&#8220;vuotezza&#8221;</strong>, una mente sgombra dai dogmi e da ogni accenno ad un pensiero fondato sul principio di non contraddizione: &#8220;Espanditi sino all&#8217;estremità del vuoto e attieniti all&#8217;importanza della quiete&#8221;. <em>(Tao-te ching, cap. 16)</em></p>
<p>Il <strong>Tao-te-ching</strong> non è un libro che espone una dottrina da studiare e mandare a memoria, ma rappresenta invece un tipo particolare di scrittura che persegue soprattutto una finalità terapeutica. L&#8217;opera si svolge, al pari delle parabole evangeliche e i racconti sufi, come un cliché: si vuole che il lettore, fruendone, modifichi i propri assunti e la sua <strong>&#8220;visione del mondo&#8221;</strong>; qualcosa di molto simile alla moderna psicologia cognitivo comportamentale.</p>
<p>Il libro costituisce, quindi, un invito a ragionare diversamente rispetto al pensiero dominante, ma non si tratta di proporre nuovi concetti <strong>(è questo il senso ultimo del &#8220;Vuoto&#8221; e del Tao)</strong> bensì di sgomberare la mente da quelli che già vi si trovano e appaiono disfunzionali, disarmonici, all&#8217;esistenza.</p>
<p>In questa etica della &#8220;Non significanza&#8221; esiste, quindi, un altro modo di interpretare le cose che è differente da quello &#8220;violento&#8221; e incline al &#8220;voler fare&#8221; e al &#8220;voler sapere.&#8221;</p>
<p>Nel cap. 67 del <strong>Tao-te-ching</strong> vengono presentati quelli che sono considerati i &#8220;tre tesori&#8221; del taoismo, l&#8217;atteggiamento a cui ogni uomo dovrebbe aspirare:<br />
la &#8220;Gentilezza&#8221; (Tz&#8217;u), la &#8220;Parsimonia&#8221; (Chien) e il &#8220;Non osare essere il primo nel mondo&#8221; (Pu-k&#8217;an).</p>
<p>La <strong>&#8220;gentilezza&#8221;</strong> consiste in una disposizione verso la compassione e la disponibilità nei confronti di tutte le creature, perché tutte sono espressione della Via, del Tao. Si tratta però di un parametro etico ben diverso dalla solidarietà o dall&#8217;altruismo così come generalmente è inteso.</p>
<p>Qui si suggerisce di non entrare in conflitto con gli altri lasciando essere ciascuno così come è nella sua sfera d&#8217;azione o nel suo mondo. Si cerca, in definitiva, di andare incontro all&#8217;altro rispettandone le esigenze e le peculiarità, senza pretendere di imporgli schemi o valori.</p>
<p>La gentilezza non è una particolare e pietistica forma di carità; non si tratta di accostarsi al prossimo facendolo sentire in debito o in colpa per l&#8217;aiuto o la comprensione ricevuta. Il saggio taoista non soccorre nel senso tradizionale, egli è consapevole che ciascuno di noi è in grado di aiutarsi da solo, occorre solo creare le condizioni per far emergere queste potenzialità senza provocare nell&#8217;altro nessuna forma di dipendenza. Attraverso questa &#8220;gentilezza&#8221; si può osare ogni cosa in quanto non si coltiva alcun pregiudizio verso nessuno e non si ingaggiano lotte per dominare o imporre verità.</p>
<p>La <strong>&#8220;parsimonia&#8221;</strong> implica il ritirarsi in sé, senza concedersi al mondo: è un atteggiamento che insiste sul senso di autonomia dell&#8217;individuo. Chiunque coltivi questa qualità non ricerca la compagnia degli altri per trarne favori, né si sforza di far loro alcuna concessione perché solo colui che è completamente immerso nella propria individualità, incurante di offrire alcunché agli altri, sarà il vero donatore disinteressato e capace di grandi elargizioni.</p>
<p>Si supera cioè il concetto di ipocrisia e di un Sé fondato sul giudizio degli altri; la parsimonia non è quindi una fuga dalla realtà ma un immergersi in maniera profonda nel &#8220;Tutto,&#8221; nel &#8220;Cielo,&#8221; nella spontaneità etica e cosmologica del Tao che si dona ad ogni creatura senza un particolare fine.</p>
<p>Il <strong>&#8220;Non essere primo nel mondo&#8221;</strong> significa che il Taoista non si fa avanti, né agogna mai ad una posizione di rilievo. Secondo il principio del <strong>&#8220;Non agire&#8221;</strong>, del cosiddetto &#8220;Sforzo inverso&#8221;, tipico di questa corrente di pensiero, solo chi non desidera di essere primo può realmente conseguire e compiere le azioni più eroiche e appagare le proprie aspirazioni.</p>
<p>&#8220;Io posseggo tre tesori che mantengo e conservo. Il primo si chiama gentilezza; il secondo si chiama parsimonia; il terzo si chiama: non osare essere il primo nel mondo. Essendo gentile, posso essere coraggioso, essendo moderato, posso essere liberale; non osando essere il primo nel mondo, posso diventare padrone di tutti gli strumenti. Attualmente si disprezza la gentilezza per essere coraggiosi; si disprezza la moderazione per essere liberali; si disprezza di essere gli ultimi per essere i primi. È la morte! Difatti, colui che combatte per mezzo della gentilezza trionfa; colui che si difende per mezzo di essa è salvo. Colui che il Cielo vuol salvare, il Cielo lo protegge per mezzo della gentilezza.&#8221; <em>(&#8220;Tao-te-ching,&#8221; cap. 67)</em></p>
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		<title>Un brav’uomo è difficile da trovare di Flannery O’Connor</title>
		<link>https://www.borderliber.it/oconnor-minimum-fax-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2024 23:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Giusi Sciortino. In copertina: “Un brav’uomo è difficile da trovare” di Flannery O’Connor, traduzione di  Gaja Cenciarelli, Minimum Fax, 2021 “Un brav’uomo è difficile da trovare” (Minimum Fax, 2021) è una raccolta di racconti di Flannery O’Connor pubblicata nel 1955 che combina umorismo nero, senso del grottesco e una profonda introspezione su grazia, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Giusi Sciortino. In copertina: “Un brav’uomo è difficile da trovare” di Flannery O’Connor, traduzione di  Gaja Cenciarelli, Minimum Fax, 2021</strong></p>
<p><strong>“Un brav’uomo è difficile da trovare”</strong> (Minimum Fax, 2021) è una raccolta di racconti di <strong>Flannery O’Connor</strong> pubblicata nel 1955 che combina umorismo nero, senso del grottesco e una profonda introspezione su grazia, ferocia, moralità/immoralità e fede per esplorare la complessità della condizione umana.</p>
<p>L’universo letterario di O’Connor cattura l’essenza idiosincratica del<strong> Sud rurale</strong> attraverso le situazioni drammatiche che personaggi complessi si trovano ad affrontare vivendo sulla propria pelle un senso del tragico stemperato da un’ironia tagliente. I racconti spesso culminano in finali sorprendenti e, a volte, brutali che costringono il lettore a riflettere sulle proprie convinzioni e pregiudizi e a confrontarsi con le oscure realtà della natura umana, sulla possibilità o, viceversa, impossibilità della redenzione, checché ne dicano gli insegnamenti più confortanti della religione.</p>
<p>Uno dei punti di forza di <strong>“Un brav’uomo è difficile da trovare”</strong> è la capacità di <strong>O’Connor</strong> di ritrarre personaggi imperfetti e profondamente umani, ciascuno alle prese con le proprie lotte morali e spirituali, che riescono a scardinare cliché, preconcetti e ipocrisie. Si tratta di storie intrise di simbolismo religioso e questioni esistenziali che offrono una lettura tanto provocatoria quanto avvincente.</p>
<p><strong>Non ci sono tempi totalmente sacri:</strong> la natura umana è complessa, talvolta duplice, e bene e male si fondono, persino in quella fase dell’esistenza umana così idealizzata come l’infanzia, vuoi nella bambina che scopre la propria cattiveria, vuoi nell’ingenuità del ragazzino che non è mai stato in città e non ha ancora visto persone di colore.</p>
<p>Nel racconto d’apertura, che dà il titolo alla raccolta, i tentativi della nonna di appellarsi alla presunta bontà del <strong>Balordo</strong> (un criminale appena evaso dal carcere) rimangono inascoltati, e i suoi accenni alla carità cristiana suonano paradossali; il Balordo, pur non negando l’esistenza di <strong>Gesù</strong>, non ammette redenzione nei suoi comportamenti, rivelando emblematicamente <strong>«non c’è nessun piacere all’infuori della crudeltà»</strong> per poi cambiare idea dicendo <strong>«nella vita non esiste il piacere»</strong>. Ammissione di colpa o ineluttabilità dell’imperfezione umana? I racconti di O’Connor sono impreziositi da suggestive descrizioni sia urbane che naturalistiche, come il fiume, elemento naturale prima ancora che simbolo sacro.</p>
<p>La religione però non pare salvare, nemmeno nel battesimo del ragazzo affascinato dall’idea di essere “lavato” dal peccato, che diviene invece incolpevole vittima sacrificale. Per colmo d’ironia, il bambino è omonimo dell’oscuro e singolare predicatore che lo battezza. In <strong>“La vita che salvi potrebbe essere la tua”</strong>, il brav’uomo difficile da trovare del racconto iniziale si ripropone in chiave sentimentale: il vagabondo <strong>Shiftlet</strong>, dopo aver dichiarato di avere <strong>«un’intelligenza morale»</strong>, si contraddice ingannando la ragazza che sposa in cambio di un’auto. Shiftlet enuncia diverse verità apodittiche, perlomeno per lui, come ad esempio che il vero male del mondo è il menefreghismo della gente, come il suo, per esempio.</p>
<p>I personaggi di O’Connor, pur conoscendo la morale, la traviano, la ignorano deliberatamente per scelta consapevole o natura malvagia. I ribaltamenti in questo narrare sono continui, dolorosi e allo stesso tempo amaramente ironici e beffardi, ma non si tratta di cinismo, piuttosto di pietas per le bassezze umane che vengono perpetrate in barba a morale, educazione e religione.</p>
<p>In un mondo dove l’ingiustizia è all’ordine del giorno, spesso l’unica possibilità di salvezza consiste nel lottare con le unghie e con i denti pur di preservare un minimo di dignità, in ossequio alla regola generale <strong>“mors tua vita mea”.</strong> Una lettura importante e una scrittrice fondamentale della letteratura americana.</p>
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		<title>Storie di persone ordinarie: la profondità della quotidianità</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ordinario-longo-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 02:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Storie di persone ordinarie&#8221; di Antonella Longo, Bookabook, 2023</strong></p>
<p>È provocatorio il titolo dell&#8217;esordio letterario di <strong>Antonella Longo</strong>; lei che ha vissuto gran parte della gioventù a <strong>Tortora</strong>, per poi trasferirsi a <strong>Udine</strong>, città nella quale insegna e vive con la sua famiglia, ha potuto notare che a ogni latitudine alberga un&#8217;idea diversa di <strong>ordinarietà</strong>, così come ha compreso che dietro il costante e placido respiro della quotidianità si affastellano le contraddizioni dell&#8217;umanità.</p>
<p><strong>Guai a fare finta che tutto sia &#8220;ordinario&#8221;</strong>, perché ogni persona cela contrasti che non si risolvono né con i pregiudizi né con interminabili elenchi che delineano modelli comportamentali. Ogni giorno, un attento osservatore incappa nell&#8217;imprevedibilità delle proprie e delle altrui azioni. <strong>Longo fa questo, prima di tutto scruta i suoi personaggi, poi ne tratteggia i contorni.</strong></p>
<p>La strada, la scuola, la famiglia, la piccola comunità e la massa cittadina sono gli ambienti in cui l&#8217;individuo si esprime quotidianamente, assumendo atteggiamenti diversi, <strong>relazionandosi con sé stesso e con gli altri in maniera diseguale</strong>. Alla scrittrice tortorese piace dare una forma a quel cumulo di emozioni che velocemente compaiono, quasi fossero <strong>fuochi fatui</strong> che stupiscono, spaventano e poi spariscono.</p>
<p>Raccontare l&#8217;ordinarietà vuol dire scandagliare l&#8217;umanità, ma anche <strong>sovvertire quell&#8217;interpretazione malsana</strong>, se non paradossale, che abbiamo del concetto di &#8220;normalità&#8221;. <strong>Cos&#8217;è normale?</strong> Nessuno sa dirlo, eppure questo termine viene ripetuto così tante volte da aver reso <strong>&#8220;la ricerca della normalità&#8221;</strong> un guazzabuglio utile solo agli psicanalisti.</p>
<p><strong>Ognuno è normale per sé, pertanto l&#8217;altro è a immagine e somiglianza delle nostre aspettative</strong>. I protagonisti dei brevi racconti di Antonella Longo sono persone ordinarie i cui disagi sono annullati dai pregiudizi di chi li osserva. L&#8217;altro è un individuo costantemente <strong>&#8220;sorvegliato e punito&#8221;</strong> dal nostro sguardo, su di lui riversiamo ciò che <strong>&#8220;non siamo&#8221;</strong> o ciò che <strong>&#8220;non ammettiamo di essere&#8221;</strong>.</p>
<p>La bravura di <strong>Antonella Longo</strong> è stata proprio questa: <strong>delineare in poche pagine dei personaggi-vittime, ricoperti di ordinarietà dagli occhi di una società che osserva senza mai intervenire e che ha messo al bando la fiducia.</strong> Anzi, la socialità è il negozio nel quale le emozioni si consumano, si svendono, si barattano o, peggio ancora, si scartano, in nome di una scelta qualitativamente migliore.</p>
<p>Alla fine della lettura di <strong> &#8220;Storie di persone ordinarie&#8221; </strong>ci porremo questa domanda: <strong>l&#8217;ordinarietà è solo un comodo diversivo per mettere in fila ciò che necessiterebbe di un&#8217;acuta riflessione?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Malavuci. Antonella Perrotta e il vento della &#8220;zizzania&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Aug 2022 02:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. In copertina: &#8220;Malavuci&#8221; di Antonella Perrotta, Ferrari Edizioni, 2022 La malavuci è una zizzania che come il vento non si sa da dove viene e dove andrà a finire. Lo sanno bene i protagonisti di questa storia. Loro vivono a San Zefiro, piccolo borgo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per </strong><strong><a href="http://www.gliamantideilibri.it/malavuci-antonella-perrotta/">Gli amanti dei libri</a>. In copertina: &#8220;Malavuci&#8221; di Antonella Perrotta, Ferrari Edizioni, 2022</strong></p>
<p>La <em>malavuci </em>è una zizzania che come il vento non si sa da dove viene e dove andrà a finire. Lo sanno bene i protagonisti di questa storia. Loro vivono a San Zefiro, piccolo borgo calabrese immaginato e creato ad hoc dall’autrice. È il 1919 e dopo la guerra arriva la <em>Spagnola </em>che ammazza senza ritegno, che si manda via con gli scongiuri, che chissà quale <em>magara </em>ha invocato.</p>
<p>Ma nel borgo non c’è solo una strega da catturare, ma anche <em>&#8216;na femminella </em>altro di cui ridere e su cui riversare le proprie frustrazioni. D’altronde, il paesello è così: è abitato da tanti disgraziati con problemi risolvibili e irrisolvibili, quasi tutti sono poveri e analfabeti e al destino si sottomettono, del poco si accontentano, ma ognuno di loro deve trovare un passatempo per sentirsi vivo.</p>
<p>Antonella Perrotta scrive una storia in cui l’ironia apre le danze, ma a chiuderle è il dramma. Pregiudizio e ipocrisia agitano questa società contadina, ma a rendere immutabili le cose è quel senso di impotenza con cui ogni abitante deve fare i conti. C’è un muro contro cui si va a sbattere allegramente; non esiste rimedio, non c’è redenzione, così è e così rimarrà. Chi incappa nella <em>malavuci </em>può solo sperare che il tempo la zittisca o che un vento più forte porti via con sé le brezze più leggere.</p>
<p>Avvertiamo in queste pagine quell’umore negativo del senso di comunità, in cui ogni individuo è legato all’altro nel bene e nel male. La disgrazia, la colpa, il peccato, tutto ciò che pesa sulle spalle di un individuo può investire gli altri in un modo o nell’altro; per questo motivo la <em>malavuci </em>è come un <em>grillo parlante </em>che avverte del pericolo, dell’avvicinarsi della malasorte.</p>
<p>È invisibile questo male di vivere che avvolge il borgo di San Zefiro, non veste mai lo stesso abito. Ammalia, spaventa, violenta e spesso si diffonde attraverso il chiacchiericcio. Lo si combatte con ogni artifizio, ma spesso vince lui, perché il<em> male di vivere</em> è la prova che il mondo mai cambierà: <em>c’è chi ha troppo e chi ha pochissimo; c’è chi deve sopravvivere e chi può vivere senza troppi problemi</em>.</p>
<p>Ma ai contadini e agli emarginati piace sdrammatizzare. Perciò questa non è solo una storia da leggere, ma anche da canticchiare; tant’è che il narratore è un <em>contastorie</em>, che guardando da lontano questo paesello sospeso nel tempo, scopre che qui c’è qualcosa che è tipico del carattere umano: <em>la paura per la diversità, per tutto ciò che è estraneo alla &#8220;normalità&#8221;</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/malavuci-antonella-perrotta-e-il-vento-della-zizzania/">Malavuci. Antonella Perrotta e il vento della &#8220;zizzania&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>L&#8217;arazzo algerino. Antonio Pagliuso e il &#8220;pregiudizio sommario&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 02:10:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri Tra la verità e la bugia può insidiarsi qualcosa che va al di là di ogni ricerca o conferma dell’una o dell’altra, ossia il pregiudizio. Antonio Pagliuso si muove in questo campo, che può tanto restringere l’orizzonte quanto allargarlo a dismisura. E così, tentennando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per <a href="http://www.gliamantideilibri.it/larazzo-algerino-antonio-pagliuso/">Gli amanti dei libri</a></strong></em></p>
<p>Tra la verità e la bugia può insidiarsi qualcosa che va al di là di ogni ricerca o conferma dell’una o dell’altra, ossia il pregiudizio. Antonio Pagliuso si muove in questo campo, che può tanto restringere l’orizzonte quanto allargarlo a dismisura. E così, tentennando da una parte e dall’altra, senza troppi artifizi letterari, visto che il <em>fatto in sé</em> è sempre incolore e privo d’ogni giudizio formulato aprioristicamente, ci inoltriamo in questo romanzo che non pretende di essere un “giallo”, ma un’allegoria sull’ambiguità della ragione umana.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-4393 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/08/9788892791916_0_536_0_75.jpg?resize=399%2C399&#038;ssl=1" alt="" width="399" height="399" srcset="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/08/9788892791916_0_536_0_75.jpg?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/08/9788892791916_0_536_0_75.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" data-recalc-dims="1" />Il Sud Italia e la sua vita di provincia racchiusi in un paese immaginario: Longadonna. I Lemoine, famiglia di origini francesi da tempo stanziatasi in questo luogo avulso dal resto del mondo. Un commissario turbato, ma anche frustrato, quale Ettore Meli, chiamato a indagare sulla morte della giovanissima Polina, primogenita dei Lemoine, e ragazza su cui sono riposte tante aspettative. Disposti gli elementi principali sulla scacchiera, ecco che pian piano il filo del discorso si dipana sempre di più, perché è proprio questo il gioco che fa Pagliuso, una sorta di viaggio a ritroso per consegnarci tra le mani <em>un gomitolo ben avvolto</em>, in cui il solo indizio in nostro possesso è quel pregiudizio che muove il mondo di Longadonna, così come l’indagine di Meli, in un’unica direzione, verso un finale già pensato e scritto dal destino, abbracciando il più visibile degli errori celato da verità inoppugnabile.</p>
<p>Lo dice stesso l’autore calabrese che uno dei suoi scrittori preferiti è Leonardo Sciascia e, leggendo queste pagine, possiamo dire che è in quella capacità del “maestro siciliano” di mettere in rilievo la contraddizione che sta nella giustizia umana, basata sulla ragione e, nonostante le riforme e l’emancipazione dei concetti, sugli arcaici principi fondativi della legge del taglione, che Pagliuso anima i suoi personaggi. Al di là dell’omicidio di Polina, è la società di Longadonna che ha già emanato il verdetto; è l’opinione comune che trova forza nel pregiudizio e che ha già deciso chi sono i buoni e i cattivi, i puri e gli impuri. Nessuno si salva, neanche un colpo di scena libera da ciò che è stato cucito addosso dalle generazioni passate. Ogni personaggio è fenomeno della sua coazione a ripetere, anche se quell’impulso inconscio non esiste, ma è un ipotetico retaggio elevato dagli altri a essenza dell’individuo.</p>
<p>Pertanto, più che un “giallo”, <em>L’arazzo algerino </em>è un romanzo che indaga sulla potenza del pregiudizio che tutto corrompe, rendendo vana ogni possibilità di redenzione.</p>
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