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	<title>Lotta Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Amore favoloso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/amore-favola-qualcosa-favoloso-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2025 22:01:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Amore favoloso&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale Ti prese il dolore: il ricordo per non aver fatto pace con te stesso. L&#8217;amore ballava sulle note di un rimorso: saltava in lungo e in largo, tra le onde del mare, nel cielo stellato e in nessuna legge morale. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Amore favoloso&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina un&#8217;immagine creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p><strong>Ti prese il dolore:</strong> il ricordo per non aver fatto pace con te stesso. L&#8217;amore ballava sulle note di un rimorso: saltava in lungo e in largo, tra le onde del mare, nel cielo stellato e in nessuna legge morale. Poi vedevi che gli altri avevano dato un senso al loro minacciarsi di restare per sempre insieme: accapigliarsi, perdonarsi, sopportarsi, redimersi e sottomettersi a vicenda. E tu andavi alla ricerca di una convincente sottomissione: un vicolo cieco nel quale schernire la tua vivace fuga.</p>
<p>E chiamavi libertà quel tuo vagabondare con il cervello e con il cuore, il modo in cui annusavi la solitudine della terra, scoprire come muore una falena, <strong>cercare l&#8217;alfa e l&#8217;omega della sofferenza</strong> e una sessualità che ti rendeva psichiatra per una notte.</p>
<p>Nella diversità mortale che ti separava dal mondo, non ti sentivi un essere speciale, ma sbagliato, inadeguato al ruolo che la natura ti aveva assegnato. La regola sociale impone di comportarsi entro i limiti e le potenzialità della propria specie. <strong>Ergon e dynamis</strong>, atto sacrificale. L&#8217;erezione e la penetrazione, la procreazione e la sopportazione.</p>
<p>Mentre cavalcavi per le steppe del tuo paese e per le strade devitalizzate, hai visto due esemplari di essere umano, forse cuccioli, stretti nel cono d&#8217;ombra del tramonto. Il loro bacio era una nota stonata tra il fischio di un treno che sfrecciava e sul quale sarebbe stato dolce viaggiare e sotto il quale qualcuno cerca la serenità.</p>
<p>Il sole disperso tra le vette dei monti coperte dal tuo sorriso. <strong>Il ritorno alla vita:</strong> tu meravigliato, loro immobili e immersi nell&#8217;abitudine. Ecco la realtà a cui ti eri negato per concederti l&#8217;ultimo passaggio prima di deflagrare nell&#8217;amore favoloso, nel suo atto disumano: la privazione.</p>
<p>Hai chiesto a tua madre di spiegarti quale fosse la ragione dell&#8217;esistenza. «Trovare un senso prima di morire».<br />
E poi le chiedesti perché si nasce. «Perché il piacere va assaporato fino all&#8217;ultima goccia».<br />
Ti accarezzò il viso e si sciolse come cera davanti a te, nella dolcezza dell&#8217;unico amore contemplabile: <strong>la perfezione del nulla.</strong></p>
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		<title>Anatomia della battaglia: Sartori e il &#8220;Fascismo&#8221; perenne</title>
		<link>https://www.borderliber.it/anatomia-della-battaglia-sartori-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Mar 2025 22:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori, Terrarossa edizioni, 2025 Un romanzo complesso in cui albergano contraddizioni profonde, conflitti ancestrali, distruzioni di totem e di tabù. &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori è composto di frammenti che messi insieme formano una figura-specchio: quella del padre del protagonista in cui lui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Anatomia della battaglia&#8221; di Giacomo Sartori, Terrarossa edizioni, 2025</strong></p>
<p>Un romanzo complesso in cui albergano contraddizioni profonde, conflitti ancestrali, distruzioni di totem e di tabù. <strong>&#8220;Anatomia della battaglia&#8221;</strong> di <strong>Giacomo Sartori</strong> è composto di frammenti che messi insieme formano una figura-specchio: quella del padre del protagonista in cui lui si riflette, si combatte, si risolve.</p>
<p>Il gioco dell&#8217;autore ruota intorno ai rigurgiti fascisti del genitore, rimasto fervente credente dell&#8217;ideologia di <strong>Mussolini</strong> e delle <strong>Camicie Nere</strong>, ma allo stesso tempo capace di sopravvivere a modo suo nella società democratica nata dopo la fine della guerra. La sua fedeltà ai principi del <strong>Ventennio</strong> non sparisce, anzi guida coerentemente le sue azioni, tanto da suscitare sia ammirazione che riprovazione.</p>
<p><strong>Come reagisce il figlio?</strong> Sogna una carriera da scrittore, si lega ai terroristi rossi, rinnega con facilità le sue idee, combatte ponendo i propri ideali nel mezzo di quel conflitto irrisolvibile in cui convivono amore e odio, va in <strong>Africa</strong> per un progetto di sviluppo e cooperazione nel quale non crede e verso il quale non ha mai avuto interesse.</p>
<p>Sull&#8217;altro fronte c&#8217;è il padre che combatte con spirito eroico un tumore. Lui, così vitalista, sempre pronto a immaginarsi cadavere sul campo di battaglia, proprio non vuole arrendersi a <strong>una morte comune</strong>. La sua discesa negli inferi e il suo modo di affrontare la malattia aprono nel figlio una profonda crisi esistenziale, tanto da non lasciare spazio a dubbi: pure lui puzza di fascismo, anche se le strade intraprese sono diverse.</p>
<p>Intorno a questa confessione si sviluppa il testo. Uno stile riflessivo ma crudo, fatto di pochi orpelli, attraverso cui l&#8217;autore non fa sconti né a sé stesso né al resto della famiglia, <strong>ci spinge a tirare le somme con gli antichi modelli, i cattivi maestri e le ataviche strutture sociali.</strong> Niente di tutto ciò è sparito, anzi ancora oggi persiste sotto una coltre di indifferenza e di buonismo che scansa il problema.</p>
<p>Il fascismo dei padri e il consumismo abbracciato dai figli; l&#8217;imperturbabilità di chi ha vissuto la guerra o ne ha visto gli effetti contro le tante dimenticanze delle generazioni che da allora si sono susseguite e che hanno gettato tutto in quel buco chiamato &#8220;rimosso&#8221;. La totalità delle cose ci riappare di fronte grazie a un impianto narrativo che ipnotizza fin dalla prima pagina.</p>
<p><strong>La guerra civile è davvero finita?</strong> In sostanza &#8220;no&#8221; e Sartori ce lo fa vedere mettendoci davanti agli occhi questa famiglia sgangherata, piena di lacune e di traumi irrisolti, ma anche così coerente con ciò che è la vita di ciascuno di noi, ossia un cumolo di contraddizioni che rendono ognuno un utile idiota.</p>
<p>Come dirà <strong>Sartori</strong> nella postfazione, tra queste pagine c&#8217;è tanto materiale autobiografico ma pure molte cose che non lo sono, e anche se questa affermazione non fosse del tutto vera, potrei dire tranquillamente all&#8217;autore che non c&#8217;è bisogno di precisare, <strong>perché siamo tutti sulla stessa barca.</strong></p>
<p>&#8220;<strong>Anatomia della battaglia&#8221;</strong>, già pubblicato nel 2005, viene ripreso dopo vent&#8217;anni risultando più attuale che mai. Questa sorta di lessico familiare, che a me è sembrato più un linguaggio in codice che si rinnova attraverso l&#8217;adeguamento dei simboli alle mutazioni delle epoche, è ancora vivo e vegeto ed è persino capace di scatenare veri e propri <strong>&#8220;blackout&#8221;</strong> del pensiero critico.</p>
<p>Insomma, <strong>Sartori</strong> va letto aprendo la mente, prestando attenzione ai dettagli. L&#8217;ironico smascheramento che avviene sotto i nostri occhi ci farà capire che &#8220;certe maschere&#8221; ancora coprono i nostri volti, addirittura siamo felici che qualcuno le guardi con stupore e invidia.</p>
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		<title>L&#8217;altro. Un romanzo di Pippo Pollina tra &#8220;storia e anti-storia&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/laltro-il-romanzo-di-pippo-pollina-tra-storia-e-anti-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2024 01:10:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Angelo Maddalena. In copertina: &#8220;L&#8217;altro. Un romanzo&#8221; di Pippo Pollina, Squilibri, 2023 Un giallo sentimentale che sfocia in un noir, oppure un romanzo di ricerca, di formazione, di approfondimento sociale; è tutto questo e non solo il libro L’altro di Pippo Pollina. Ho avuto il piacere di ascoltare un suo concerto a Caltanissetta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Angelo Maddalena. In copertina: &#8220;L&#8217;altro. Un romanzo&#8221; di Pippo Pollina, Squilibri, 2023</strong></p>
<p>Un giallo sentimentale che sfocia in un noir, oppure un romanzo di ricerca, di formazione, di approfondimento sociale; è tutto questo e non solo il libro <strong>L’altro di Pippo Pollina.</strong> Ho avuto il piacere di ascoltare un suo concerto a <strong>Caltanissetta</strong> più di venti anni fa, e mi sono rallegrato di poterlo rincontrare il <strong>6 dicembre scorso a Crotone, in occasione della presentazione di questo suo libro che pensavo fosse il primo</strong>, invece c’è un precedente: <strong>Cento chimere</strong>, che è anche il titolo di una canzone di Pippo, musicista italiano con un largo seguito in Austria, Germania e Svizzera, dove attualmente abita da quasi trent’anni o forse più.</p>
<p>Interessante la parabola di Pollina, <strong>che parte dalla Sicilia a fine anni ‘80 in cerca della sua strada di artista</strong>, suonando per strada, e arriva nei maggiori palchi europei, ma molto poco riconosciuto in Italia, almeno fino al suo concerto all’<strong>Arena di Verona</strong> di qualche anno fa. Lui è di una stoffa simile a quella di <strong>Gianmaria Testa</strong>, con il quale, tra le altre cose, ha collaborato. In questo suo romanzo mi aspettavo di tutto e insieme niente di che, non avendolo mai conosciuto come scrittore, sebbene sapessi che all’inizio degli anni ‘80 aveva collaborato con la rivista <strong>I siciliani giovani</strong>, diretta nientepopodimeno che da <strong>Pippo Fava</strong>, ammazzato dalla mafia nel 1984.</p>
<p>Le canzoni di Pollina risentono di questo suo percorso “civile”, tanto che proprio pochi giorni dopo la presentazione a <strong>Crotone</strong>, ha presentato il suo libro a <strong>Nardò</strong> dove ha ricevuto il premio <strong>Civilia</strong> alla canzone d’autore. Il romanzo <strong>L’altro</strong> risente anch’esso, forse, di questo percorso, e racconta una storia ambientata tra <strong>Camporeale</strong>, un paese dell’entroterra palermitano, e la <strong>Germania</strong>, tra la fine degli anni ‘80 e il 2001. Leonardo detto Nanà è il protagonista siciliano, che nasce a Camporeale e studia e lavora a Palermo, fino a un certo punto della sua carriera di giovane medico; <strong>Frank Fischer è l’altro personaggio principale: giornalista d’inchiesta tedesco con molta visibilità mediatica.</strong> L’intreccio è talmente intrigante da assumere, verso la fine, i tratti di una “favola” dei nostri giorni, con quegli elementi “inquietanti” da farlo diventare, a un certo punto, un romanzo noir.</p>
<p>La famiglia di Nanà è legata a doppio filo con una <strong>“famiglia” della cosca di Corleone</strong>, all’epoca in cui Riina era ancora vivo e attivo, anche se ancora per poco. Il merito di Pollina è quello di trattare argomenti sociali importanti, come l’emigrazione dei siciliani in Germania <strong>(il padre del protagonista lavora per un breve periodo alla Wolksvagen e poi si dimette per un motivo misterioso che scopriremo verso la fine del libro)</strong>; il potere mafioso e la sua evoluzione, l’arte di strada (poche volte appare un musicista di strada in Svizzera e in Germania, alter ego di Pippo, emigrato anche lui come musicista); il giornalismo di inchiesta e i rapporti sentimentali dei due protagonisti.</p>
<p>Il romanzo schiva con abilità certi schemi preconcetti e certi finali sentimentali prevedibili <strong>(se Frank riesce a crearsi una famiglia con una donna che ha già dei figli, Nanà non riesce a trovare un amore stabile anche se per due volte sfiora, con Annamaria e Giovanna, questa possibilità)</strong>. La questione della mafia non è descritta in modo netto e “televisivo”, come in certi film anche di successo degli ultimi trent’anni, ma viene fuori tutta la complessità e le sfumature che meriterebbero questi argomenti. Se Nanà all’inizio del racconto si oppone con nettezza nei confronti degli intrighi ambigui della sua famiglia con la cosca locale, è anche vero che a un certo punto, suo malgrado, si sottomette alle logiche che lo <strong>zio Rocco</strong>, affiliato alla cosca locale, gli impone.</p>
<p>Sia i dialoghi con la sorella, sposata con <strong>Pietruzzo</strong>, affiliato con la cosca locale, così come altri confronti con gli amici del paese spesso rassegnati alle logiche di potere locale, dimostrano una vivacità e delle linee di <strong>“entrata e uscita”</strong> da certe logiche apparentemente granitiche: uno su tutti l’esempio del cognato di Nanà, Pietruzzo, che dopo essere entrato nella cosca ne vuole uscire, pagando le conseguenze di questa sua scelta. Ma è tutto un avvicendarsi e un rincorrersi di storie poco “regolari” dovute alla curiosità e all’intraprendenza dei personaggi. <strong>Frank Fischer a Norimberga è amico o comunque frequentatore di un antiquario di nome Hartmut, che coltiva i saperi esoterici e che è stato indiziato di simpatie neonaziste.</strong> Frank spiega agli amici che gli chiedono come mai frequenti quell’uomo, che lo fa per riuscire a raccontare dal di dentro, in quanto giornalista, mondi spesso sepolti e conosciuti solo per stereotipi.</p>
<p>Ed è proprio a <strong>Hartmut</strong> che l’autore del libro affida una frase che si trova a pag. 359: <strong>“Le mafie sono un problema secondario, fenomeni riconducibili ad una tipica società capitalistica. Combatterle è inutile perché, non appena hai bonificato il terreno, immediatamente la malapianta rinasce. Bisogna curare l’organismo, fertilizzarlo a dovere, per prevenire che possano nascere cellule dannose e devianti”.</strong></p>
<p>Passaggi simili sono importanti perché rendono il filo del racconto, i dialoghi e il contesto del romanzo scevri o comunque poco vicini a certa retorica che vuole i buoni e i cattivi separati in modo manicheo. Fanno da sfondo alla narrazione paesaggi di lotta popolare e politica degli anni ‘70, anche perché una delle protagoniste che torna spesso nella memoria di Frank, è la madre Elke, anch’essa giornalista di inchiesta e militante nei movimenti di lotta anche armata della Germania degli anni ‘70. Il libro ha una sua vivacità, anche perché Pollina spesso passa da una scena all’altra senza spazi bianchi; <strong>in questo rivela una certa freschezza di stile, uscendo dai canoni.</strong></p>
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		<title>Marco Masciovecchio: &#8220;Ciò che resta e ciò che va via&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/intervista-masciovecchio-ciano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Dec 2023 01:29:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Marco Masciovecchio Dell&#8217;autore romano Marco Masciovecchio ho subito apprezzato la schiettezza. La sua raccolta poetica, dal titolo &#8220;Poco più di niente&#8221;, edita da Ensemble, mi è apparsa come una lucida testimonianza che giunge dal passato per porre domande a chi guarda &#8220;solo al futuro&#8221;. In un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Marco Masciovecchio</strong></p>
<p>Dell&#8217;autore romano Marco Masciovecchio ho subito apprezzato la schiettezza. La sua raccolta poetica, dal titolo <a href="https://www.borderliber.it/poco-piu-di-niente-recensione-masciovecchio/">&#8220;Poco più di niente&#8221;</a>, edita da Ensemble, mi è apparsa come una lucida testimonianza che giunge dal passato per porre domande a chi guarda &#8220;solo al futuro&#8221;. In un vortice di riflessioni, in cui ogni verso &#8220;racconta e cattura&#8221;, ho preparato quattro domande per lui.</p>
<h4><strong>Di una poesia meglio non dire troppo, eppure tu accompagni il lettore in un vissuto che ha già detto tutto. A lui quali conclusioni lasci?</strong></h4>
<p>Non c’è, in ciò che scrivo, l’ambizione di offrire conclusioni precostituite o risposte che, tra l’altro, non ho. Spererei, piuttosto, che il lettore abbia uno spunto di riflessione da cui partire. Mi piacerebbe che suscitasse domande più che risposte. Poi il “viaggio” è individuale, è personale<strong>.</strong> Le parole possono evocare immagini, suggestioni, ricordi e da qui l’accesso a diverse opportunità di decodificazione, di ipotesi…</p>
<h4><strong>Poco più di niente, eppure, se si vive intensamente, ogni momento può diventare ingombrante. Pensi che la poesia sia un ottimo disinfettante?</strong></h4>
<p>La poesia non sterilizza, non depura, non decontamina. Forse, è un cammino per incontrare la realtà in una sorta di procedimento dinamico che va dal dentro al fuori e viceversa. È un tentativo di ricerca di senso, anche se provvisorio.</p>
<h4><strong>Fuggiamo da noi stessi e dai nostri ricordi, eppure senza radici e senza memoria non potremmo avere né &#8220;una identità apparente&#8221; né &#8220;una esperienza salvifica&#8221;. Ecco, a te quel poco che è rimasto basta per scrivere versi?</strong></h4>
<p>Fuggire non salva, non ci mette al riparo da noi stessi e dal vivere. È, al contrario, nella memoria, nelle radici che dobbiamo indagare per ritrovare quella “linfa” che può renderci unici e autentici. Fuggire dai ricordi, perché potrebbero darci dolore o riaprire ferite non sana, non cicatrizza, non libera. Riandare per tornare offre, forse, la possibilità di recuperare ciò che è ferito ed abbracciarlo.</p>
<h4><strong>La borgata, la droga, l&#8217;emarginazione, la lotta politica e l&#8217;amore? Tocchi tutti questi temi, ma con impeto. Denunci e istighi, appari come un uomo del secolo scorso, ma i problemi sono sempre gli stessi. Che ne facciamo quindi degli uomini di oggi?</strong></h4>
<p>Impeto sì, ma non è certamente quello dello scandalo. Denuncia? Forse. Ma figli della medesima urgenza: il bisogno di salvezza. In realtà, le storie che racconto fanno parte di una storia che si ripete da sempre, Arriva sempre il momento in cui, inevitabilmente, ci accorgiamo che c’è qualcosa di irrisolto che ha ancora bisogno di domande. Che ne facciamo dell’uomo di oggi mi chiedi… Così come quello di ieri e di domani spero continui a “guardare le stelle” e a porsi domande.</p>
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		<title>Lo stesso nome</title>
		<link>https://www.borderliber.it/lo-stesso-nome/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2023 01:09:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Terre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lo stesso nome&#8221; è un racconto di Doris Bellomusto. In copertina una foto dell&#8217;autrice Fossano 1935 Il mio destino è abitare il buio e al buio illuminare i ricordi, spegnerli all&#8217;alba e consegnarli al sole perché perdano corpo e luce, come i fichi, stesi a seccare sulle terrazze arse della mia terra amara e jastimata, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/lo-stesso-nome/">Lo stesso nome</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Lo stesso nome&#8221; è un racconto di Doris Bellomusto. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Fossano 1935</em></p>
<p>Il mio destino è abitare il buio e al buio illuminare i ricordi, spegnerli all&#8217;alba e consegnarli al sole perché perdano corpo e luce, come i fichi, stesi a seccare sulle terrazze arse della mia terra amara e <strong>jastimata</strong>, non più mia.</p>
<p>Le mie giornate sono deserte di affetti, attraverso ore lente e interminabili, con mano incerta, traccio scarabocchi su un pezzo qualunque di carta, mi fanno compagnia la languida nostalgia dei tramonti e della luna piena, gli odori degli altri, le voci che fanno rumore e non hanno significato e il suono metallico e dispotico delle chiavi e dei cancelli.</p>
<p>Un perimetro esistenziale che misuro in un numero di passi scarso e povero come il mio destino.</p>
<p>Ho soffiato rabbia sul fuoco della mia gioventù e il mio tempo, in questi miserabili anni, continua a bruciare gli inganni che mi hanno trascinato in questa dimensione deformata, dove spazio e tempo si restringono e, infine, si annullano. Del tempo resta l&#8217;eco delle ore trascorse, il futuro non esiste; lo spazio non conosce unità di misura che non sia il mio passo corto, non c&#8217;è orizzonte.</p>
<p>Io ho perso peso e volume, forse, vivo in un disegno sbilenco tracciato dalle mani incerte di un bambino. Eppure è forte l&#8217;odore degli altri, è forte il suono metallico e dispotico delle chiavi e dei cancelli, forti sono le voci che fanno rumore e non hanno significato. Sono ancora nel mondo, eppure non gli appartengo, né il mondo appartiene a me. Non ora che si è tinto di nero.</p>
<p>Avere vent&#8217;anni è avere il vento nel cuore, camminare senza chiedersi dove e credere buono il destino.</p>
<p>Ho creduto di poter fare la differenza, ho creduto di poter insegnare giustizia alla mia gente, ho creduto che bastasse soffiargli addosso la verità per strappargli dalla pelle l&#8217;inerzia, ma l&#8217;inerzia è più forte di qualsiasi illusione e io sono qui con la rabbia che mi rode il cuore.</p>
<p><strong>“Abbasso la guerra”</strong>, l&#8217;ho gridato forte, per tre volte, da dietro le sbarre, a mala pena u sacciu adduv&#8217;è l&#8217;Etiopia, ma io abbasso la guerra, io la guerra la faccio solo ai fascisti e adesso, con altri nove sono stato condannato a tre mesi di isolamento ed eccomi qui, consumato dal tempo, come cera che si scioglie e si incrosta.</p>
<p>Nel buio dell&#8217;isolamento, mi lascio bruciare gli occhi dal sole e dalla salsedine e sento il nome del mio nemico pronunciato con orgoglio dai miei paesani e fatto riecheggiare di paese in paese, dal <strong>Tirreno allo Jonio, da Cosenza a Reggio Calabria – Michele Bianchi – il “quadrumviro” della “marcia su Roma”</strong>. E&#8217; morto, non ha più potere, ma chi raggia, quanto potere ha avuto in vita su quelle misere anime erranti fra la terra e il mare di <strong>Belmonte</strong>, e come avrei potuto io, misero illuso, restituire alla mia gente il senso della parola libertà?</p>
<p>Libertà è parola abusata, per molti è il privilegio di poter disporre del lavoro degli altri e in suo nome i patruni hanno presto obbedito al <strong>Duce, i garzuni</strong>, come me, poco avevano da perdere e qualcuno si è lasciato tentare dalla disobbedienza.</p>
<p>Io, a dirla tutta, <strong>figliu di patruni, garzuni lo sono diventato</strong>, a poco a poco, a mano a mano, giorno dopo giorno, accorgendomi dei soprusi e degli abusi di mio padre a danno dei garzuni che si spaccavano la schiena nelle sue terre.</p>
<p>Sono nato in un giorno di sole e di vento, era il <strong>3 Agosto del 1902</strong> e, mentre io venivo al mondo, mia madre se ne andava; <strong>“curu vientu è vulata mammata”</strong> mi hanno sempre raccontato, è volata via senza salutare nessuno, lasciando intorno tracce di sangue, rosso e vivo come i pomodori che aveva raccolto, col sole addosso e la rabbia nel petto, fino a che ne aveva avuto la forza. Mia madre non era figlia di patruni, mi ha messo al mondo per errore, non per amore, l&#8217;errore di lasciarsi tentare da mio padre e credere che dalle voglie del corpo potesse nascere l&#8217;amore, quello delle favole.</p>
<p>Venuto al mondo così non poteva andare diversamente questa storia storta.</p>
<p>Solo una piccola fortuna ho avuto, i miei nonni paterni, in mezzo al disamore e al rancore d&#8217;avere un nipote figlio di malarazza, hanno avuto orgoglio e non hanno accettato che a crescermi fossero due poveri cristi che tiravano a campare e mi avrebbero cresciuto a <strong>pani siccu e ficu &#8216;ndiani.</strong></p>
<p>Nelle case dei patruni non manca mai niente, c&#8217;è chi porta il latte fresco di capra, chi la ricotta di pecora, chi cirasi e fragulicchie, chi non ti fa mancare pane e suprissata, è un incessante vai e vieni di paesani in cerca di benevolenza, perché in paese tutto si fa e si disfa per volontà di chi ha le terre e cummanna.</p>
<p>Ho sempre mangiato bene, ho sempre camminato con le scarpe ai piedi e, soprattutto, sono cresciuto fra libri da leggere e carte da scrivere (in primis l&#8217;elenco di <strong>debbituri</strong>) e ho frequentato il “nobile” liceo di Cosenza, guardatu stuortu, per la mia discussa natura bastarda, da compagni e professori.</p>
<p>Cresciuto in mezzo a patruni e garzuni, ho sentito addosso il disprezzo degli uni e degli altri, figliu di malarazza avevo imbastardito il buon sangue di famiglia, eppure la malarazza di garzuni mi respingeva come un corpo estraneo, cosa ne sapevo io della fatica, del sudore, del sole che ti sicca l&#8217;arma a menzujuornu?</p>
<p>Avevano ragione, non ne sapevo niente. Cosa sia la fatica, il sudore, il sole che <strong>ti sicca l&#8217;arma a menzujuornu</strong> l&#8217;ho imparato a vent&#8217;anni, quando la mia misera storia storta si è impigliata nella storia grande di quest&#8217;Italia che mi respinge e mi sputa, dopo avermi roso cuore e muscoli, come si sputano i <strong>nuozzuli</strong>, dopo aver affondato i denti nella polpa rossa e dolce <strong>d&#8217;icirasa</strong>.</p>
<p>A vent&#8217;anni ho creduto che la mia gente sapesse riconoscere gli inganni della storia, che chiama libertà la tirannide, e non sta mai dalla parte dei <strong>cesaricidi</strong>. Io non volevo cedere all&#8217;inganno del “quadrumviro” che prometteva, a destra e a manca, mare e monti e della Sila voleva fare il giardino dell&#8217;Eden perduto, ma cu cimentu.</p>
<p>La notizia della Marcia su Roma trionfava sulla bocca dei miei paesani e io, invece, sentivo <strong>na raggia &#8216;mpiettu</strong> per quello schiaffo all&#8217;Italia o, per essere più esatti, a quello che dell&#8217;Italia restava ancora in piedi, ma barcollando. L&#8217;Italia agli occhi miei era ed è <strong>nu gigante curi piedi di crita</strong>.</p>
<p>Quel <strong>28 Ottobre del 1922</strong> io cominciai a meditare vendetta. Non mi piacevano le camicie nere dei <strong>patruni</strong>, volevo vendicare tutte le schiene spezzate dei poveri<strong> garzuni</strong>, e, in primis, volevo vendicare la morte prematura di mia madre. Lei mi abita sottopelle, nelle viscere, nei battiti del mio cuore inquieto e nel momento della ribellione io sono nato ancora una volta, adesso sono bastardo per scelta e non per destino. Avrei potuto trovare pace solo nella disobbedienza a quella nobile razza di patruni che chiamava me Michele Malarazza, per distinguermi dall&#8217;omonimo <strong>Michele Bianchi, il “quadrumviro”</strong>, che in paese dettava legge senza bisogno né di esserci né di proferir parola.</p>
<p><strong>Dalle terre della nobile razza Bianchi</strong> ho mosso i primi passi storti che mi hanno portato fino a qui. Era il giorno di tutti i Santi e io, insieme ad altri poveri cristi che, come me, non avevano niente da perdere, ho profanato la proprietà privata per raccogliere quel che restava delle tante castagne destinate ai mercati di Cosenza, Paola, Amantea. Quel giorno, speravo che ci fosse spazio anche per <strong>Santu &#8216;Ngringulu</strong>, l&#8217;unico santo a cui ho fatto voto in vita mia, un santo nato dalla fantasia popolare, il santo di chi va controcorrente e disobbedisce, il santo delle pecore nere, ma <strong>Santu &#8216;Ngringulu</strong> con me non perse tempo.</p>
<p>Era un giorno mite, sentivo addosso l&#8217;aria buona dell&#8217;autunno e mi penetrava<strong> &#8216;nta l&#8217;arma l&#8217;adduru du mari</strong> portato dal vento, non fu mite l&#8217;atteggiamento di minaccia da parte delle guardie che subito arrivarono a fermare il nostro raccolto. Come fossimo picciriddri dispensarono una sberla in pieno viso a ciascuno di noi, i poveri cristi che mi accompagnavano stettero muti e fermi, io alzai le mani e la voce e fui arrestato immediatamente, senza perdere tempo né parole.</p>
<p>E <strong>dall&#8217;adduru du mari all&#8217;adduru du cantaru</strong> il passo è stato breve.</p>
<p>E&#8217; stato il primo dei miei mille giri di giostra, jastimati, ma attraversati senza abbassare né la guardia né lo sguardo. Da sempre, sono un cane che si morde al coda, un bastardo, <strong>senza patruni,</strong> pronto ad aggredire chiunque voglia attaccargli al collo un guinzaglio o tappargli la bocca con una museruola.</p>
<p>Non voglio ricordare ogni passo falso, non voglio ricordare né come né quando sono arrivato qui, lontano dalla mia terra, lontano quanto basta per non avere nessuna possibilità di dare notizie o cummanni ai poveri cristi che mi conoscevano e un poco di bene, forse, per me lo sentivano, ma leggero, leggero come si può sentire addosso u vientu da marina.</p>
<p>E come vento è volato via il mio tempo, ma vento di mezzogiorno, scirocco ca ti sicca l&#8217;arma. Ho vissuto qualche momento di tregua, brevi parentesi di vita e fatica, fame e sudore, illusioni e amarezza, parentesi che si chiudevano puntualmente con un atto di ribellione o disobbedienza; era un atto di libidine “gridare” sui muri del mio paese tutto l&#8217;antifascismo di cui ero e sono capace, mi scialava se avevo occasione di sputare in faccia a <strong>nu patruni tutta a raggia ca avia &#8216;mpiettu</strong>, e fra la fatica del tirare a campare e la provocazione all&#8217;orgoglio fascista mi sono guadagnato il mio destino di <strong>poveru cristu</strong> ed è così che ho fatto pace con la morte e con la vita.</p>
<p>Ma di tutte le parentesi di bene che ho aperto e chiuso ce n&#8217;è una in cui mi piace rifugiarmi, è lì che mi riposo quando questa storia si fa troppo storta per essere sopportata.</p>
<p>Il 28 Ottobre di tre anni fa (decimo anniversario della Marcia su Roma) il corpo del “quadrumviro” è stato traslato nell&#8217;enorme mausoleo funebre costruito sul colle Bastia. Il mausoleo è stato commissionato direttamente dalla segreteria del partito, la supervisione dei lavori è stata affidata alla nobildonna Maria Elia, figlia dell&#8217;ammiraglio <strong>Giovanni Emanuele Elia</strong>.</p>
<p><strong>A Marchisa</strong> conosceva molto intimamente il defunto <strong>Michele Bianchi</strong> e proprio per questa ragione hanno affidato a na fimmina l&#8217;incarico di supervisore dei lavori. Io mi misi <strong>&#8216;ncapu</strong> di vendicare la mia rabbia sul suo corpo, ma come volpe astuta e seducente e non con la brama violenta dei lupi della Sila, quella Sila ombrosa, verde e generosa che ha fatto da cornice al mio quadro.</p>
<p>A Buturo si trova la torre della Marchesa, residenza della “Silana Domina”, <strong>cussì a chiama u poeta ca piacia ari fascisti</strong>, Gabriele D&#8217;Annunzio, <strong>ca sì e no da Sila canuscia sulu a casa da Marchisa</strong>, ma non il freddo, né le strade impervie, né la gente, avara di parole, ma generosa di pane e companatico, di canti e di preghiere. Io stesso non ne sapevo niente, l&#8217;ho conosciuta a poco a poco, fra la semina e il raccolto, dall&#8217;inverno all&#8217;estate in attesa che la preda si avvicinasse alla trappola.</p>
<p><strong>Ciuotu fino al midollo</strong>, non mi credevo capace di tessere una ragnatela così intricata da restarvi impigliato io stesso, eppure credo di aver intravisto la felicità proprio in quell&#8217;intrico contorto di emozioni nuove, costruite con mente lucida e pronta all&#8217;inganno, ma vissute con cuore traboccante di desideri, fino a lì, ignoti.</p>
<p>A Marchisa arrivò a Buturo in un caldo giorno di Giugno di due anni fa, la aspettavo prendendomi cura del suo giardino, grazie a nu cristianu di nero vestito conosciuto all&#8217;osteria. <strong>Stu fitenti</strong> mi aveva fatto avere il lavoro in cambio delle quotidiane bevute che gli offrivo da mesi e mesi. <strong>Jastimava chira cammisa, nivura cumi a menzannotti</strong>, ad ogni prosit, quella camicia vestiva a lutto l&#8217;Italia intera, ma dava a me l&#8217;occasione di avvicinare piano piano la mia preda e così facevo buon viso a cattivo gioco e assecondavo la sorte. Dovevo avvicinarmi alla marchesa e fare in modo che, almeno per una volta, per la breve durata di una villeggiatura, il sottoscritto Michele Bianchi, detto <strong>Malarazza</strong>, avesse lo stesso destino del defunto Michele Bianchi, detto il “quadrumviro”.</p>
<p>Volevo conoscerla, avvicinarla con astuzia e dolcezza, lentamente spogliarla dei suoi vestiti da nobildonna, consumarla, rubarle, a poco a poco, l&#8217;anima, l&#8217;oro e l&#8217;argento, poi chiudere la parentesi e ricominciare il gioco della mia bastarda identità. Così ho fatto, ma ho perso l&#8217;anima anche io, mi sono consumato anche io, e il gioco della mia bastarda identità sembra essere finito qui, sugnu persu e sulu molto più di quanto non lo fossi prima di conoscere Maria.</p>
<p>Al suo nome di Madonna non corrispondeva il suo destino di donna audace e forte, istruita e determinata a costruirsi la vita a sua immagine e somiglianza, fimmina fascista, cara al Duce e al popolo, invidiata dalle pacchiane della Sila, come dalle signore e signorine di <strong>Cosenza, Catanzaro, Buturo, Sersale, Sellia</strong> e oltre, fino a Roma. Io fimmine così non ne avevo mai viste e rimasi scimunìtu dal primo istante.</p>
<p>Quando scese dalla carrozza, levai il cappello e l&#8217;aiutai a scendere, lei sollevò gonna e sottogonna fin sulla caviglia; il diavolo si nasconde nei dettagli, l&#8217;eleganza di quel gesto mi <strong>futtìu</strong>.</p>
<p>Mi sembra lontanissimo quel giorno, distante da questo buio non anni, ma secoli, i ricordi non mi emozionano, mi paralizzano, rivedo la mia storia come fosse na commedia recitata, è come se non mi appartenesse, mi lascia muto, col cuore duro come pietra e i muscoli tesi come corde di chitarra stonata.</p>
<p>Non dissi più del necessario, “Buongiorno, Donna Maria, benvenuta in Sila, la gente l&#8217;aspettava <strong>&#8216;ngloria</strong>, a quanto pare la vostra presenza porta una ventata di gioia a Buturo&#8230;”, non mi presentai neppure, ero uno dei tanti garzuni a servizio, quindi, con l&#8217;ansia di un bambino che ha fretta di tornare fra le braccia della mamma, tornai alla terra e ai pomodori che stavo raccogliendo, prima che lei arrivasse, pensando a mia madre e jastimmanu. Non immaginavo quanto, a volte, sa essere crudele l&#8217;ironia della sorte; mamma non aveva sopportato la fatica del parto, logorata dalla fatica di aver raccolto pomodori a quintali, sottu u suli, fino a un attimo prima del travaglio, io, logorato dalle sue stesse fatiche, non avrei sopportato il travaglio dell&#8217;amore e tutti i demoni maligni che l&#8217;accompagnano.</p>
<p>Ancora una volta <strong>garzuni</strong> a servizio di nobili patruni, sudavo sangue, rabbia e illusioni, posseduto da pensieri audaci, la vedevo ovunque, anche quando non ce n&#8217;era traccia, toccavo la polpa soda dei pomodori immaginando i suoi seni bianchi e generosi, altezzosi come lei, che camminava senza guardare in faccia nessuno, persa nei suoi pensieri e sola nei suoi desideri, proprio come me.</p>
<p>Accampavo scuse per avvicinarmi e sentire l&#8217;adduru i fimmina istruita, aveva addosso l&#8217;odore dei libri che io non leggevo più e mai più leggerò, addurava di città sconosciute, di liquori e caffè, di mandorla e limoni. Indossava il profumo delle vite possibili che io avevo allontanato da me scalciando come un mulo.</p>
<p>Randagio, sprovveduto nelle tasche e nel cuore, per troppo tempo, ho portato in giro le mie ossa a zappare terre d&#8217;altri, lì, nella terra fertile di Maria mi sentivo a casa, era <strong>na pazzia</strong>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Buturo 1933</em></p>
<p>Un garzone fra i tanti, con un nome ingombrante e il destino avverso, mai avrei immaginato le conseguenze di un sorriso, di una distrazione, di un moto di compassione. Io sono sempre stata dritta, non mi sono mai concessa un gesto o una parola che non fossero ragionati, opportuni, giusti. Ho faticato a costruirmi la reputazione che ho e mi fa rabbia aver ceduto così facilmente a questa beffa del destino.</p>
<p>Era uno fra tanti, ma c’era nei suoi occhi la luce stregata di chi nasconde segreti, di chi la sa lunga e in silenzio, con la coda dell’occhio sa carpire i segreti degli altri, con uno sguardo obliquo quell’uomo, pronunciando il suo nome, <strong>m’ha fattu a magària.</strong></p>
<p><strong>&#8211; Piacere, Michele, Michele Bianchi –</strong> ho sentito un brivido percorrere la mia schiena dritta e ho sentito il cuore vuoto battere come fosse un tamburo, un tamburo di burro che al sole dei ricordi si è sciolto come neve al sole.</p>
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