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	<title>Chiesa Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Tortora: si fa presto a innamorarsene</title>
		<link>https://www.borderliber.it/tortora-racconto-palombi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 03:06:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e fotografie di Silvia Palombi Si fa presto a dire tortora&#8230; Cominciamo col volatile che a me piace per discrezione e dimensione, contrariamente al piccione che detesto (non me ne vogliano gli animalisti); poi c’è il colore, che mi riporta a un tempo felice quando ero piccola, c’eravamo tutti e stavamo tutti bene e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h4><strong>Racconto e fotografie di Silvia Palombi</strong></h4>



<p>Si fa presto a dire tortora&#8230;</p>



<p>Cominciamo col volatile che a me piace per discrezione e dimensione, contrariamente al piccione che detesto (non me ne vogliano gli animalisti); poi c’è il colore, che mi riporta a un tempo felice quando ero piccola, c’eravamo tutti e stavamo tutti bene e nella ridipintura della casa, affidata alle mani sapienti di uno zio materno che di mestiere non faceva l’imbianchino ma il pittore, per la mia camera fu scelto il tortora, appunto, colore che ha il potere di trasportarmi tutt’oggi in una dimensione di serenità quasi beata, tanto che quando ho deciso di ‘imbiancare’ i due locali più grandi, quelli che danno sul mare, della casa in cui vivo, li ho fatti di quel colore.</p>



<p>E poi c’è Tortora, un paese composto da due parti lontane, una sul mare e una sulla montagna, due componenti della stessa famiglia che per mettersi al riparo dai litigi si tengono a distanza.</p>



<p>A Tortora Marina da qualche giorno, una bella mattina, sono più o meno le otto e mezza, salgo a Tortora centro col pullman preso a Praja, l’autista, gentile sorridente e discreto, mi dice che il ritorno è alle quindici, un po’ tardi, qualche modo troverò, magari a piedi, i chilometri non mi spaventano mai.</p>



<p>Scendo dalla corriera in un paese arroccato sulla montagna, bellissimo. Cammino senza meta né mappa, non mi sono preparata, non ho studiato niente, mi piace sempre farmi guidare, e deviare, da un colore, un sasso, un cancello, un cespuglio, sono sempre pronta a cambiare percorso e solitamente vengo premiata perché nella maggior parte dei casi mi imbatto in qualcosa di bello.</p>



<p>Attraverso lentamente un paese che porta i segni di una ricchezza passata, balconcini di marmo, archi di pietra, decorazioni, rilievi, vedo cartelli vendesi un po’ ovunque ma la gente c’è e lavora, anche a ristrutturare, riparare. Si sentono martellate, trapani, vedo giovani che sistemano insegne. Due anni fa l’alluvione ha fatto danni enormi, mi dicono, nessun morto per fortuna ma una parte è ancora chiusa al passaggio, purtroppo tanta gente se n’è andata.</p>



<p>Bighellonando mi imbatto nel museo archeologico piccolo e ben curato, la ragazza carina gentile e sorridente che mi accoglie mi informa che l’ingresso è gratuito. È un mio pensiero, ma le avrei detto che non sono per niente d’accordo, la cultura si paga; mantenere qualsiasi struttura costa, la carta igienica costa, il sapone pure, bisogna pagare chi fa le pulizie. Basterebbe un biglietto simbolico, la moneta da 2 euro, per esempio. </p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10629 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/09/Tortora_Centro_Palombi.jpg?resize=800%2C555&#038;ssl=1" alt="Tortora, Centro storico scorcio" width="800" height="555" data-recalc-dims="1" /></p>



<p>Mentre mi godo un video ben fatto che mi informa della ricchezza lasciata in questa zona da enotri, greci e romani, penso a quante cose non so, infinitamente e insopportabilmente ben più di quelle che so, e ogni volta che questa consapevolezza mi si palesa scuoto la testa scorata perché non mi basterebbero dieci vite, per una formazione almeno dignitosa. E siccome non posso farci niente, non al momento almeno, mi godo tutto con calma, le teche sono belle e i pezzi, di qualità, esposti come si deve: si vedono bene; le didascalie si leggono, non è così usuale.</p>



<p>Esco e piove, l’avevano detto, piove piano piano ma non smette, cammino in salita riparandomi ogni tanto; in alto, da sotto a un balcone, siccome la pioggia rinforza, entro in quello che mi pare un portone qualsiasi e che invece è un chiostro con resti di affreschi, che bellezza, ma quindi forse c’è una chiesa… esco guardo in su e vedo una cupola rotonda con cerchi paralleli in rilievo: sono coppi, le vecchie tegole; è bellissima, non riesco a staccarle gli occhi di dosso. </p>



<p>Giro da tutte le parti ma trovo solo porte chiuse, esco delusa, sulla piazzetta c’è un signore, gli chiedo se per caso c’è un orario di apertura, sì stasera c’è la messa, ah peccato sto andando via… aspetti, dice, e va a chiedere le chiavi a una donna che abita a tre metri, mi fa entrare e gentile e generoso mi racconta, mi spiega; non basta, quando mi parla della chiesa che c’è giù gli dico che l’ho trovata chiusa, venga con me, mi fa, devo scendere per la spesa. Entra dal fruttivendolo e chiede le chiavi ma lo informano che nel frattempo l’hanno aperta, scendiamo e anche lì mi dedica il suo tempo raccontandomi di un uomo che arrivato a Tortora dal Nord si è innamorato del posto, ha preso i voti ed è rimasto a far da parroco fino alla fine dei suoi giorni, spendendosi in ogni modo possibile per le persone e il paese e adesso è sepolto nel piccolo cimitero.</p>



<p>Lo ringrazio di cuore per la gentilezza, la disponibilità, la generosità e da ultimo gli chiedo se sa di autisti che fanno la spola con Tortora Marina, se non rischiassi l’acqua scenderei a piedi; sono sincera, cammino volentieri, macino chilometri. Non è d’accordo: non ha neanche l’ombrello, mi dice. </p>



<p>E così acciuffa il medico condotto che ha visto passare poco prima e mi affibbia letteralmente a lui, che senza fare una piega dice solo che prima di scendere deve fare una visita. Incredula e felice, perché ho vinto alla lotteria, dichiaro che posso aspettarlo per tutto il tempo che vuole, ho i giornali sul telefono.</p>



<p>Partiamo, a mezza costa si ferma, pioviggina leggero, dopo un quarto d’ora esce e arrivo a casa in un battibaleno asciutta e in estasi.</p>



<p>Ah, prima che mi dimentichi: ho scoperto che a Tortora è passato, e s’è pure fermato, Giuseppe Garibaldi (e infatti corso Garibaldi compare sui muri anche dove meno te lo aspetti) e quando si è fermato? il 3 settembre. Sicché martedì 3 settembre del 2024 ci sono andata io, lui qualche anno prima, era il 1860 ed era un lunedì.</p>
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		<title>Lo specchio armeno. Codazzi e &#8220;l&#8217;eternità delle emozioni&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/specchio-armeno-codazzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Dec 2023 01:52:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Lo specchio armeno&#8221; di Paolo Codazzi, Arkadia Editore, 2023 Disperdiamo emozioni lungo i tragitti che percorriamo; qualcuno forse avrà modo di riviverle. Non importa che esse siano state belle o brutte, intense o meno intense; nulla svanisce per sempre. D&#8217;altronde. anche questo è un aspetto dell&#8217;eternità. Lo specchio armeno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Lo specchio armeno&#8221; di Paolo Codazzi, Arkadia Editore, 2023</strong></p>
<p>Disperdiamo emozioni lungo i tragitti che percorriamo; qualcuno forse avrà modo di riviverle. Non importa che esse siano state belle o brutte, intense o meno intense; nulla svanisce per sempre. D&#8217;altronde. anche questo è un aspetto dell&#8217;eternità. <strong>Lo specchio armeno di Paolo Codazzi</strong> ci lascia questo messaggio, dopo averci consegnato <strong>profonde riflessioni sulla Storia, sul nostro modo di pensare e sulle interpretazioni che diamo al passato.</strong></p>
<p>Con uno stile ricercato, nel quale la parola è ponte tra <strong>Cielo e Terra</strong>, capace di innescare una narrazione che si distribuisce su più piani temporali, <strong>lo scrittore fiorentino riempie di memoria ogni luogo e ogni anfratto che appare tra queste pagine.</strong></p>
<p>La trama lineare lascia spazio a uno sviluppo del tema complesso, in cui ogni confine tra narrativa e saggistica viene superato. L&#8217;obiettivo è infatti creare le condizioni tramite cui il lettore possa venire a contatto con <strong>un ambiente vivo, mutevole, ma allo stesso tempo determinato dagli eventi passati</strong> che lo hanno attraversato.</p>
<p><strong>Cosimo è un pittore</strong>, un copista per l&#8217;esattezza. Per lui questo non è solo un lavoro, ma è anche un&#8217;attività creativa; infatti, in ogni opera che ricompone inserisce qualcosa di suo. È un modo per fare risaltare quel principio di <strong>inarrestabile trasformazione</strong> che rende unico anche ciò che sembra identico. Dopotutto, nulla può essere riprodotto fedelmente. <strong>L&#8217;uomo è le sue emozioni, così come è la sua epoca.</strong></p>
<p>Per il suo nuovo lavoro, <strong>Cosimo si reca in Sicilia per studiare l&#8217;opera che dovrà copiare</strong>, ma la storia che avvolge il tutto è intrisa di Inquisizione, di stregoneria, di amore e di lutto. Tutte cose che hanno a che fare, a cinquecento anni di distanza, anche con le sue vicissitudini personali.</p>
<p>C&#8217;è un evento in particolare che lo scuote e lo fa piombare in un lungo <strong>déjà-vu</strong>, ossia la morte della sua fidanzata, <strong>Laura</strong>, che avviene un mese prima della celebrazione del matrimonio. Man mano che Cosimo si imbatterà in questa storia, quel trauma mai superato, in cui sopravvive il lutto, contribuirà ad aprire veri e propri varchi temporali</p>
<p>Sia ben chiaro, <strong>questo non è né un romanzo storico né un fantasy,</strong> tantomeno ci sono elementi gotici. Siamo di fronte al dramma di un uomo che fa i conti con la <strong>Storia</strong> e con coincidenze che si sviluppano intorno a temi attualissimi. Codazzi ha il merito di allineare tutto con semplicità ed efficacia, senza ricorrere a stratagemmi. È la <strong>Storia</strong> che riesce a fare il resto, ossia il <strong>&#8220;già scritto&#8221;</strong> e il <strong>&#8220;già accaduto&#8221;</strong> che vengono riproposti in altre salse. D&#8217;altronde, la nostra vita appare a volte come una ripetizione che prova a essere sconvolta dalla ricerca di una novità.</p>
<p>Fatto sta che le emozioni sono sempre quelle. L&#8217;amore, la sofferenza, la gioia producono sempre gli stessi effetti, iniettando in noi solo una passeggera sensazione di <strong>&#8220;mai sperimentato&#8221;</strong> e di egoistico <strong>&#8220;primato&#8221;</strong>. E forse, per dirla alla Cosimo, anche la sua storia è la riproduzione di una vicenda ben più clamorosa e nota, che un <strong>pittore-demiurgo</strong> sta provando a ricopiare aggiungendo qualche elemento di novità.</p>
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		<title>Gli ultimi saranno i primi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ultimi-primi-racconto-grandinetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 01:28:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Daniela Grandinetti Costantino, classe 1954, era quel che si dice un bravo cristiano, non perdeva una messa la domeniche fin da quando aveva tre anni. Di indole docile e buona, la lezione che aveva imparato meglio di ogni altra era quella della parabola evangelica in cui Gesù afferma: “beati gli ultimi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Racconto e foto di Daniela Grandinetti</em></strong></p>
<p>Costantino, classe 1954, era quel che si dice un bravo cristiano, <strong>non perdeva una messa la domeniche fin da quando aveva tre anni.</strong> Di indole docile e buona, la lezione che aveva imparato meglio di ogni altra era quella della parabola evangelica in cui Gesù afferma: <strong>“beati gli ultimi, poiché saranno i primi a entrare nel Regno dei Cieli”.</strong></p>
<p>La nonna Rachele glielo ripeteva ogni qual volta tornava in lacrime da scuola perché qualche prepotente l’aveva malmenato per sottrargli il panino con la mortadella, o le figurine della collezione degli animali che, dopo quelle dei calciatori, era la cosa alla quale teneva di più al mondo. Gli diceva: <strong>“non piangere Costantino, ricordati sempre che gli ultimi saranno i primi”.</strong></p>
<p>A scuola <strong>Costantino</strong> era sempre stato negli ultimi banchi, da studente mediocre qual era, tuttavia aveva finito col prendersi il diploma di ragioneria. Amici ne aveva sempre avuti pochi, ancor meno svaghi, <strong>vuoi per le condizioni economiche della famiglia ai limiti dell’indigenza</strong>, vuoi perché trascorreva il tempo libero all’oratorio e mentre gli altri ragazzini giocavano a pallone, lui rimaneva a guardare, ché tutti lo sapevano che era una schiappa.</p>
<p>Si consolava facendo il chierichetto e quando qualcosa non andava per il verso giusto si consolava ripetendo “gli ultimi saranno i primi” anche dopo che nonna Rachele se n’era volata via. Non che riuscisse davvero a comprendere quale fosse la meravigliosa ricompensa che ne avrebbe avuto, a parte una vaga idea di paradiso, <strong>ma il pensiero bastava a rincuorarlo.</strong></p>
<p>A ventitré anni, <strong>per Costantino arrivò l’impiego in un ufficio postale di una frazione a trenta chilometri da casa in mezzo alle montagne.</strong> Per arrivarci doveva alzarsi ogni mattina alle cinque e prendere due corriere al giorno. Non era entusiasta all’idea di finire a fare l’impiegato, ma dopo aver fatto il manovale, il panettiere e il barista nel bar dello<strong> zio Arturo</strong> che lo canzonava dalla mattina alla sera, pensò che con il diploma in tasca quella era la cosa migliore che potesse capitargli: <strong>un posto fisso con relativo stipendio sicuro.</strong></p>
<p>Fin dal primo giorno di lavoro, in ufficio Costantino fu la vittima predestinata di ogni sorta di prepotenza, quello a cui tutti mettono i piedi in testa, ché ovunque ce n’è uno: <strong>o stava seduto a una scrivania a mettere bolli e archiviare cartacce mentre il suo collega se ne stava allo sportello a dispensare pensioni, sorrisi e raccomandate</strong> (riscuotendo caciotte, salami e uova fresche) o era quello al quale le colleghe si rivolgevano piangendo sulla sua spalle per i figli o i genitori malati, con il risultato che Costantino finiva per coprirle per interi turni di lavoro.</p>
<p><strong>A venticinque anni Costantino sposò Angelina.</strong> L’aveva conosciuta in chiesa e gli era sembrata, se non bella, almeno una brava donna con la quale mettere su famiglia. Tuttavia, a poche settimane dal matrimonio, <strong>Angelina si era rivelata pretenziosa e arcigna.</strong> Aveva sempre da ridire sul loro tenore di vita ed era lei a dettare le regole della vita familiare.</p>
<p>Ad esempio, quando alla domenica Costantino avrebbe voluto godersi <strong>90° minuto</strong> alla tv, Angelina voleva a tutti i costi che uscissero per la passeggiata domenicale sul corso. Oppure pretendeva che le luci a una certa ora fossero spente, perché la corrente elettrica costava e non avevano soldi da sprecare. Infine, un giorno in cui Costantino era tornato a casa stanco e depresso, lei gli aveva intimato che dovevano avere una macchina, che tutti l’avevano e loro non potevano essere da meno. <strong>Al terzo anniversario di matrimonio Costantino aveva due figli e rate per vent’anni.</strong></p>
<p>Si era dovuto cercare un secondo lavoro, per non sentirsi ripetere da Angelina che era sempre ultimo e se non era buono per fare carriera alle poste, che almeno si trovasse qualche altra cosa da fare, ché lei a campare la famiglia con la miseria dello stipendio statale non ce la faceva.</p>
<p>Costantino, come aveva imparato fin da piccolo, stringeva i denti e andava ripetendosi che tanto gli ultimi sarebbero stati i primi. Finì per trovare un lavoro al pomeriggio nello studio di un avvocato, a nero e pagato male, dove in sostanza batteva a macchina atti noiosissimi tutto il tempo.</p>
<p>La sera rientrava a casa così stanco che aveva voglia soltanto di mangiare e andarsene a letto. E quando Angelina, come spesso accadeva, lo sollecitava ad assumersi le sue responsabilità di capofamiglia, quando i figli commettevano qualche marachella, tutto quello che Costantino riusciva a fare era rivolgere loro uno sguardo bonario dicendo <strong>“questo non si fa”</strong>, oppure <strong>“devi comportarti bene”</strong>, o al massimo <strong>“devi essere ubbidiente”</strong>. Così finiva sempre che Angelina gli rimproverava di non aver polso, di non saper educare i figli, di non essere buono a farsi valere né in casa né fuori. <strong>Ma Costantino non se ne curava, tanto per lui gli ultimi sarebbero stati pur sempre i primi.</strong></p>
<p>Una domenica mattina, durante la messa, <strong>c’era Don Franco dal pulpito a fare l’omelia con la sua voce tuonante che risuonava tra le navate come una minaccia.</strong> Costantino, come d’abitudine, era nel banco della seconda fila che ascoltava attento, accanto ad Angelina che sfoggiava il suo collo di volpe e i figli che rumoreggiavano inquieti.</p>
<p>Don Franco quel giorno spiegava come si deve comportare un bravo cristiano, quanto sia importante rispettare le leggi di Dio ancor più di quelle degli uomini. E qui successe una cosa strana: <strong>mentre Costantino ascoltava, per la prima volta gli capitò di provare una sorta di fastidio, una puntura nel petto.</strong> La voce di Don Franco gli era estranea, quasi la udisse per la prima volta. Il parroco era invecchiato, ma era pur sempre colui con il quale da bambino aveva servito la messa.</p>
<p>“Perché ricordatevi – <strong>tuonò Don Franco avviandosi verso una delle sue conclusioni solenni</strong> – solo ai puri di cuore appartiene il regno dei cieli. Là, dove gli ultimi saranno i primi!”</p>
<p>A quel punto il sacerdote baciò le pagine sul leggio e si inginocchiò in preghiera. I fedeli se ne stavano con le teste chinate, quando a un tratto si udì una voce che squarciò il silenzio.</p>
<p>“E no! E basta! Ecchecazzo! –<strong> l’imprecazione veniva dalle prime file della navata centrale</strong> – e mo’ basta. Mi sono stancato co’ sta’ storia degli ultimi!”</p>
<p>Costantino, in piedi davanti all’altare, aveva il cappello in mano e le vene del collo gonfie per lo sforzo, (era pur sempre la prima volta che urlava in vita sua). Angelina, presa alla sprovvista, lo guardava allibita, incapace di reagire. I figli invece avrebbero riso volentieri, se ne avessero avuto il coraggio.</p>
<p>“Basta. Sono stufo di essere ultimo. E diciamolo una volta per tutte: <strong>ci sono pure i primi. </strong>Si vive di merda da ultimi! Che mi importa di essere primo di là? Che ne so io che c’è di là? Io voglio essere primo di qua, di qua. Capito? Di qua!”</p>
<p>Aveva addosso gli sguardi di tutta la piccola comunità del quartiere, che da sempre lo aveva conosciuto come un uomo mite, un buon cristiano, ma lui sembrava non vederli, neanche li degnò di uno sguardo. <strong>Si rimise il cappello, voltò le spalle all’altare e si avviò a gran passi verso l’uscita</strong>, lasciandosi dietro uno stuolo di bocche aperte, compreso <strong>Don Franco</strong> che sull’altare era rimasto in ginocchio e senza parole, per non parlare di Angelina, paralizzata dalla brutta figura.</p>
<p>Poi, un attimo prima di uscire dalla porta laterale, Costantino si fermò.</p>
<p>“Pure Cristo avete messo in croce con la scusa che vi dovevate salvare! E allora vi avverto: io dannato voglio essere da oggi in poi! Dannato!”</p>
<p>Così dicendo, infilò la porta e sparì.</p>
<p>La piazza era affollata di sfaccendati domenicali e di piccioni. C’era un bel sole tiepido. <strong>Costantino camminò incurante tra i volatili che lo scansavano. Mentre camminava a passo svelto e deciso, fu colto da un’irrefrenabile voglia di paste alla crema.</strong> Solo a quello riusciva a pensare: alla vetrina del pasticciere, alle paste piene di crema, di cioccolato e di panna.</p>
<p>Strafogarsi, senza che Angelina stesse lì come un gufo a ripetere che doveva stare attento allo zucchero che, prima o poi, invecchiando, il diabete sarebbe arrivato e l’avrebbe pagata. Strafogarsi, una volta per tutte.</p>
<p><strong>Si diresse verso la pasticceria all’angolo senza voltarsi.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La comunità dei viventi. Hoxhvogli e il conflitto tra Terra e Cielo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/viventi-filosofia-hoxhvogli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Oct 2023 02:45:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La comunità dei viventi&#8221; di Idolo Hoxhvogli, Clinamen, 2023 La presunzione di aver capito la differenza tra &#8220;bene e male&#8221;, senza tenere conto del fatto che quella mela primordiale altro non ci regalò se non un dubbio irrisolvibile e, con esso, la tentazione di esistere e di resistere. Un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La comunità dei viventi&#8221; di Idolo Hoxhvogli, Clinamen, 2023</strong></p>
<p>La presunzione di aver capito la differenza tra <strong>&#8220;bene e male&#8221;</strong>, senza tenere conto del fatto che quella mela primordiale altro non ci regalò se non un dubbio irrisolvibile e, con esso, <strong>la tentazione di esistere e di resistere</strong>.</p>
<p>Un pamphlet feroce questo scritto da <strong>Idolo Hoxhvogli</strong> che richiede al lettore un&#8217;immersione totale. Non ha solo un carattere filosofico, anzi utilizza una prosa ricca di simboli e di rimandi che ci invogliano a ricercare, mentre pian piano cadiamo nell&#8217;abisso della nostra Storia.</p>
<p>È quindi la presunzione di conoscere, di voler stigmatizzare tutto ciò che ancora è rimasto nella categoria del mistero, a condurre l&#8217;umanità verso l&#8217;autodistruzione. <strong>Incapace di stupirsi, ogni persona costruisce sé stessa prendendo spunto da quella Tecnica che sterilizza tutte le cose dall&#8217;inconoscibile.</strong></p>
<p>Fuori dalla dimensione spirituale, sottratto dalla propria comunità, isolato da ogni ideale comune, <strong>l&#8217;uomo è ormai un algoritmo che presume di sapere</strong>, che si dichiara ignorante solo per giustificarsi banalmente. <strong>Eliminati gli dei, ecco gli idoli che non hanno misteri</strong>, che si mostrano trasparenti e senza macchia pur navigando in un mare di contraddizioni.</p>
<p>La felicità è apparente e i risultati li dimostrano. <strong>C&#8217;è una società in guerra per cui esiste solo la prevaricazione</strong>, persino la democrazia si tramuta in una lotta ansiosa in cui &#8220;cane mangia cane&#8221;, contravvenendo così a tutte le consuetudini. <strong>Distrutti i miti, le utopie, i sogni, il Cielo, cosa resta se non un cumulo di tecnica ben argomentata?</strong></p>
<p>Ma sia ben chiaro, Idolo non è contro la scienza e non vorrebbe che l&#8217;uomo tornasse all&#8217;<strong>Età della pietra</strong>. Come tanti teme la caduta, la fine del rispetto verso ciò che è misterioso e sacro, ossia <strong>che riposa nell&#8217;inconoscibile e che va separato dalla mondanità; </strong>perché se è vero, come sosteneva <strong>Nietzsche</strong> nel suo <strong>Zarathustra</strong>, che l&#8217;uomo deve mettere fine alla lotta nefasta tra corpo e anima, non bisogna neanche cadere nella dittatura del corpo e della materia. <strong>È il Cielo anche la nostra dimora.</strong> Cielo inteso come spazio nel quale l&#8217;uomo riconosce il suo limite e la sua ignoranza, nube in cui si dialoga con Dio, con sé stessi e con l&#8217;Universo.</p>
<p><strong>L&#8217;utopia cui tende Idolo è l&#8217;equilibrio</strong>; il trionfo dell&#8217;inconsapevolezza che genera meraviglia, che sa spaventare e istigare alla conoscenza. Proprio <strong>la conoscenza</strong> non può essere prevaricatrice, non deve essere intesa come dominio, ma come<strong> &#8220;sapere che dà alla comunità dei viventi un&#8217;armonica esistenza&#8221;</strong>. Si apre quindi un altro conflitto, quello tra <strong>Tecnica e Trascendenza</strong>.</p>
<p>Sono tanti gli autori che Idolo inserisce, sottotraccia, nei suoi scritti. Vi ho ritrovato i padri della Chiesa, i mistici e gli utopisti del Cinquecento; <strong>Cioran e Caraco</strong> per lo stile tagliente e a tratti lapalissiano; persino le migliori intuizioni di <strong>Carlo Michelstaedter</strong>, in quanto lo scritto di<strong> Idolo</strong> <strong>Hoxhvogli</strong> è sicuramente espressione della <strong>nevrosi della Persuasione</strong>, che non abbozza un malessere, ma lo espone tenendo conto della <strong>Storia</strong> che i nostri geni si portano sulle spalle.</p>
<p>Il nostro passato ci indica tanto la strada per la salvezza quanto quella per la distruzione. <strong>Quale via abbiamo imboccato?</strong></p>
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		<title>Sulle spalle di un uomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Oct 2023 02:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Culto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi La chiesa immersa nel suono di campane fuse risvegliò un vecchio e caro ricordo. Quei due fratelli sulle spalle degli uomini attraversavano la porta di legno. Le campane a festa e i fogli colorati spinti dal vento si appoggiavano sui corpi di fedeli in lacrime, disperati dal possibile che, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Giuseppe Gervasi</strong></em></p>
<p>La chiesa immersa nel suono di campane fuse risvegliò un vecchio e caro ricordo. <strong>Quei due fratelli sulle spalle degli uomini attraversavano la porta di legno. </strong></p>
<p>Le campane a festa e i fogli colorati spinti dal vento si appoggiavano sui corpi di fedeli in lacrime, disperati dal possibile che, diventando irrealizzabile, li ha spinti a credere o semplicemente a sperare.</p>
<p>Al centro stava un uomo minuto: <strong>un direttore d’orchestra.</strong> I bimbi tra le mani, prima a destra, poi a sinistra e infine, in alto: <strong>l&#8217;applauso della folla.</strong> Uomini, donne e bambini gitani a ballare ai loro piedi, sudore e fede a fondersi tra loro. Un ragazzo regalava i biglietti della fortuna estratti dal delicato becco di un pappagallo e una donna anticipava il futuro dimenticandosi del presente.</p>
<p>Mezzi uomini che avevano perso gli arti del corpo pregavano, piangendo e ridendo. Tra le mani di esseri impietriti, braccia, gambe, seni, teste e cuori di cera lavorati ad arte. Insieme a foto d’altri tempi donavano speranza medica, <strong>ma una vecchia moto smarmittata intimorì ogni ricordo.</strong></p>
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