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	<title>Campania Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Maria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2025 22:01:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Maria&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto dal web Appena si chiudono le scuole partono e vanno a villeggiàre in Cilento, terra dei padri. Ncopp a na collina si sono accattati na casarella con un terreno che da arido e abbandunàt, miracolosamente rinasce attraverso i pasticci di Francesco. Strane misture con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Maria&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto dal web</strong></p>
<p>Appena si chiudono le scuole partono e vanno a villeggiàre in Cilento, terra dei padri.<br />
<em>Ncopp a na</em> collina si sono accattati <em>na casarella</em> con un terreno che da arido e <em>abbandunàt</em>, miracolosamente rinasce attraverso i pasticci di Francesco. Strane misture con escrementi di vacca, avanzi di pesce, bucce di mela, terra e sabbia.<br />
Sono nati limoni che sembrano cocomeri, pomodori neri, <em>melanciani</em> porpora, persino un banano e una palma da dattero. Susini, albicocchi, peschi, non smettono di fare doni malgrado la puzza dell’inguacchio allontani persino mosche e <em>muschìll</em>. Maria sta ferma in sala, aspettando che l’uccellino cucù spalanchi la porticina e cinguetti quattro volte. Tutto il giorno, se le sorelle non la chiamano per incontrarsi alla Marina, se ne sta in casa. Con sei figli e un marito, non s’arriposa mai. Mille faccende che per una casalinga sono sempre quelle. Arieggiare la casa, sistemare i letti, fare il bucato, spolverare, lavare bagni e pavimenti, cucinare, raccogliere panni e stirare. Se <em>c’avanz nu poco e tiemp, tiene na</em> vecchia Singer, la scatola del cucito e aggiusta <em>tutt chell ca</em> s’è strappato pure se le mani non ce la fanno neanche a tenere l’ago e a vista se ne sta <em>glìenn</em>.<br />
Dopo un po&#8217; di riposo, la vita torna a <em>ruvutarse</em> a casa G.<br />
I figli di Maria tengono <em>n’orologio int e cervell e s’appresentan ra spiaggia cu na fame ncuorp</em> che neanche u verme solitario <em>tene</em>. La busta con le <em>freselle</em> accattate da Giovanni il <em>fornaro</em>, emana una fragranza di frumento che la stordisce. <em>Sta ncopp a na</em> mensola e per la fretta, la apre con malagrazia rischiando di romperla, mentre tutti e sei i <em>guaglion</em> s’assettano coi costumi bagnati <em>ncopp e seggiol e paglia ra</em> cucina. Ci deve preparare l’acqua sala il piatto povero dei pescatori, solo che quelli oltre alle pummarole, ci mettono le alici mentre la barca dondola dopo <em>na</em> bella pescata. Lei alici non ne tiene, ma la magnificenza delle freselle è che le aggiusti come vuoi tu. Se a capa è fresca e fantasia prendi una ciotola di terracotta, ci appoggi dieci, dodici fette di pane biscottato e versi sopra un bicchiere di acqua. Acchiappi due mozzarelle di bufala, i pomodorini dell’orto, qualche oliva, nu poco di tonno, tanto basilico, sale, olio extravergine e&#8230; u’ anema!<br />
Na delizia. Maria sa che i figli non le daranno neanche il tempo di apparecchiare ma la fame è buona perché ai giovani li fa crescere che poi studiano, lavorano, si sposano e vanno via e lei e Franco, <em>int a chella casarella</em>, li aspetteranno tutte le estati con i nipoti che ripeteranno <em>tutt e cos</em> dei genitori.<br />
La vita Maria se l’è sempre spiegata guardando suo padre e sua madre che pur <em>inta malatìa se vasàvano</em> e s’accarezzavano. Si è accorta che i fatti si ripetono sempre, per quanto speri che <em>cagnàno</em>. Si porta la mano alla fronte mentre i figli belli afferrano velocemente le frese con le mani e si fanno colare olio e pomodoro lungo le gole. Lo sguardo va alle guance cotte dal sole, i corpi snelli, le spellature su naso e spalle che a tarda sera con una passata d’olio di oliva farà sparire. Le piace il nasino di Ferdinando alla francese, le orecchie minuscole di Irene, Ada che sboccia, Gino e Salvatore i gemelli che s’accapigliano, Costabile il maggiore che li ammutisce. Maria stringe le labbra e se le succhia quando è agitata, è il tic che la caratterizza, un movimento immediato e ripetitivo che la calma, fa uno sguardo da mamma sospirando profondamente.<br />
— Stasera<em> sasiccie arrustut</em>, patate e nu <em>poc</em> e dolce.<br />
Nessuno ascolta, i figli sono già scappati. <em>C’arricordano l’auciedd</em> che al tramonto saltano tra i vitigni prima che scenda il buio, senza sosta, <em>pecchè</em> a libertà è <em>bell e nun</em> basta mai. Francesco sta al bar con i paesani e lei confinata su quella collina a San Gennaro, dopo aver rassettato, steso il bucato, preparato la cena, davanti al sole che cala inondando di lilla colline e mare, si sente sola. Allora appiccia la radio e canticchia per farsi compagnia&#8230;quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi&#8230;alberi infiniti… Si chiede cosa siano gli alberi infiniti e se lo spiega a modo suo. Forse i pini che se non li poti arrivano fino in Paravis e là ci stann e cos chiù care: mamma, papà, nonna Lina, nonno Mario e Ottavio l’ultimo figlio che non è campato neanche na settimana. Dedica le ultime forze al basilico sul davanzale che per il troppo sole si sta ammosciando cumm o core suo. Avvicina il viso alla menta, con un movimento veloce ne strappa una fogliolina e ci si strofina le mani gonfie di artrite. Quello che rimane lo mette nella tasca del grembiule dove riposa pure un po&#8217; di rosmarino.<br />
C’è nata negli odori buoni, le ricordano la sua città. E’ nata anche nel rumore di Napoli e <em>mò</em> tutto questo silenzio c’ammorza il respiro. Fino al matrimonio è vissuta con i genitori e nove fratelli. Na<em> mmuina allera di sfottò e nciùci</em>, la casa piena di gente da <em>matìna</em> a sera. Don Peppino amico del padre, fisso con le carte e <em>nu bicchierell</em> e anice, Teresina la sarta di<em> Ngiulella</em> la madre, che ce l’ha coi fascisti e l’aria ammalata, Daniele il cionco che si è perso un braccio alla fabbrica di ferro e <em>mò</em> lavora dentro la CGIL e<em> canosce</em> le leggi dei lavoratori e ci dà buoni consigli a tutta la famiglia, <em>Emmuccia</em> la vicina che dopo un <em>allùcco</em> cala il paniere con le uova e il formaggio dal quarto piano perché <em>Ngiulella</em> le fa le iniezioni di penicillina per una brutta pleurite. Tanta gente che <em>mò</em> non ci sta più.</p>
<p>Le palpebre si fanno pesanti, le gambe sembrano <em>chiùmmo</em>, le piacerebbe dormire ma le madri non possono riposare e allora ci vuole il caffè, la droga del popolo perché ti <em>sceta e ricominci a campà</em>. Deve aggiustarsi un po&#8217; se no Francesco dice che le femmine trascurate non gli piacciono e si trova <em>n’ata mugliera</em>. Entra in bagno e si guarda allo specchio. Porta due occhiaie color melanzana che ci tolgono almeno dieci anni e<em> s’adda sistemà.</em> <em>Nu poc e Nivea</em>, cipria e quel filo di rossetto che se ne andrà al primo boccone. Si infila l’abito con i fiordalisi azzurri che le ha regalato Rituccia la sorella e dal cassetto della biancheria tira fuori il grembiule pulito. La spazzola corre sui riccioli castani e con l’aiuto di qualche forcina s’acconza nu tupp come piace a Francesco. L’oscurità non ha fretta. Il mare da arancione si è fatto porpora, c’arricorda che cos s’arripetono. Sente il clacson della Ford che riporta a casa la famiglia. S’assetta sopra a na poltrona e accende la televisione sul tg che a lei non piace perché non lo capisce, ma che il marito segue con attenzione. La tavola è apparecchiata come fosse<em> na festa</em>. Ha messo pure nu vas con le ortensie al centro per fare <em>allerìa</em> pure se<em> a malincunìa</em> non se ne va. Quando la casa viene invasa da voci e calpestii di ciabatte, sorride. Maria ha due tipi di sorriso: quello che<em> appiccìa</em> quando dentro ci mette amore e compiacenza e quello che <em>arrèmedia</em>, nu poco sguaiato e pure forzato che <em>spiccèca</em> i contrasti. I figli sono già a tavola mentre Francesco guardando l’orto al tramonto morde un pomodoro poi entra, sorseggia vino e gazzosa e le stampa un bacio sulla guancia che a Maria accorcia il respiro.<br />
— Vicienz mi ha regalato un chilo di seppie e delle alici. Te le metto nel lavandino. Dopo cena le pulisco e domani ci fai un bel sugo e un ciampinotto!<br />
— Lo preparo domani mattina alle sei che poi mi accompagni da <em>sorèma</em> che al paese c’è mercato e mi voglio accattare un costume. Voglio prendere <em>nu poc e sole</em> <em>pur’io</em>!<br />
— Brava!<em> Chist è nu sol buon</em> e asciuga le ossa.</p>
<p>Chissà se asciuga le ossa&#8230; ride Maria pensando al corpo suo come una tovaglia di lino pesante che pure sotto il sole cocente, umida rimane. Corre in cucina e tira fuori dal frigo il budino di cioccolato. Non vede l’ora di sentire i figli che strillano di felicità.<br />
Al paese sono arrivate pure Antonietta e Angelina le sorelle minori con figli e mariti. Hanno affittato una casa che in realtà è un garage con bagno abusivo ricavato da uno sgabuzzino, ma questo è il paese che d’estate s’approfitta per fare soldi. A loro va bene pure se di notte lo scalpiccìo dei topi li terrorizza. Con cinquecentomila lire al mese si godono il mare bello perché quello di Napoli puzza e ci fa venire gli sfoghi. Maria sta a braccetto con Rituccia che non la finisce di fare battute. Parla <em>nu poc livornese e nu poc napoletano</em> la sorella che tiene un’energia speciale. Antonietta e Angelina le seguono ridendo come piccirèll. Finalmente ci passa la malinconia, le sembra di non averla mai lasciata Napoli fatta di accoglienza e allegrezza. Al mercato ci stanno <em>mill culòr</em> e caos. <em>Astrillano assaìe</em> i venditori pur di farsi accattare la merce. Si sceglie un costume nero e le sorelle la sfottono che pare a lutto, ma non lo sanno che mamma <em>Ngiulell</em> lo diceva sempre “il nero sfinisce” e con il nero si è sempre sentita bene specialmente dopo sette gravidanze che le hanno messo addosso dieci chili in più. Entrando in panetteria ordina due chili di freselle e ne mordicchia una ancora calda di forno.<br />
— <em>Ritù&#8230;ma quant sò speciali e fresell!</em><br />
— <em>No Marì, io voglio nu babà e La delizia tiene quelli più sfiziosi, iamm ia!</em><br />
Ma sì, stasera niente budino ma babà e sfogliatelle. Pensa<em> all’uocch spiritat re figl e ci scappa na risata</em>. In macchina tornando a casa con la famiglia, si chiede perché il tramonto la renda così triste. Appena cala il sole scende pure la nebbia. Non se lo sa spiegare il patire che la spegne. Osserva le acacie fiorite lungo la strada e pensa che forse nascere pianta sarebbe stato meglio perché ci si riduce a poco: nascere, affrontare, morire e tutto questo senza sentire niente. Lei sarebbe voluta essere un Asfodelo, bellezza di un solo giorno, invece è Maria e adda penà.<br />
Sono tornati al nord. L’estate è finita e sono iniziati i primi freddi. La morsa sul cuore si è fatta più stretta perché ora dovrà fare il doppio della fatica con la casa da riordinare, i preparativi per la scuola, le divise di Francesco da stirare, le cose da acquistare. Quella maledetta tristezza diventa gigantesca come il mondo da affrontare, le novità che non desidera, il corpo sempre più stanco. Dentro a una maglia di lana pesante tiene freddo mentre solleva le sedie sul tavolo per passare straccio e candeggina. Ci vuole un pensiero felice e allora ricorda il primo bagno di mare. L’acqua turchese che le solletica le gambe, lo iodio nei polmoni, il chiasso di figli e nipoti, l’odore dei cibi assemblati nei borsoni che alle dieci di mattina danno già un senso di sazietà, gli ombrelloni che si accendono sotto il sole, i venditori abusivi di cocco e limonate, le barche che dondolano in acqua sotto il peso dei <em>guagliuncielli</em> che le usano come trampolini, il campanile che scandisce le ore. Il costume nero le è stato utile perché non l’ha fatta vergognare. Al mare ci è andata tutto agosto e si è sentita meno sola. Si è chiesta più volte perché le sorelle non soffrissero di quella tristezza che le fa attentati costantemente dato che il sangue è lo stesso. Si è risposta che forse un abbraccio la salverebbe, l’abbraccio di chi capisce <em>na malatìa</em> che si mangia la voglia di vivere.<br />
Disfa le valige e ammucchia panni e suppellettili. Ce n’è una che maneggia con cura, augurandosi che il contenuto durante il viaggio sia rimasto integro. E’ la valigia verde, quella che contiene alimenti. Il profumo delle freselle le arriva alle narici. Le solleva con cura adagiandole nello <em>stìpo</em> di legno sopra a un canovaccio bianco e le copre con un altro che porta ricamate in un angolo le sue iniziali MI. Accanto in bell’ordine ci appoggia vasetti di pomodoro, quelli con le alici sotto sale, il contenitore di polistirolo con dentro mozzarelle di bufala che <em>s’hann mantenè</em> nell’acqua loro.<br />
Si sente il cuore in mano perché il cielo si è fatto nero, sono le dieci e non vedrà i figli fino all’una. Gli scrosci sul selciato si mangiano anche quel po&#8217; di vita che le ha dato una tazzina di caffè. Vorrebbe riaddormentarsi ma è madre e nunn è còsa. Riprende a sistemare. C’è una conchiglia tra gli abiti dei figli, protetta da un pezzo di rete. Srotola con delicatezza le maglie, se la porta all’orecchio e ci sente il mare. Trattiene il fiato e a malincunìa si sfrantùma. Finalmente <em>nu mòt r’allegria!</em><br />
Maria sente il corpo riposato e tiene fame. Acchiappa na fresella, la condisce con pomodoro e basilico, velocemente mastica e assapora il sud che la sazia e la fa felice.<br />
Il profumo di ragù sui fornelli l’avvisa che è ora di apparecchiare, i figli stanno per arrivare e ogni<em> cos adda stà</em> al posto suo. Non cerca più il senso di quel dolore che tornerà, lo sa. Socchiude gli occhi e respira forte, poi accende la radio. La voce di Modugno canta&#8230; Meraviglioso, persino il tuo dolore, potrà apparire poi, meraviglioso… L’acqua della pasta bolle, si sistema i capelli e aspetta che suoni il campanello.</p>
<p>Mia madre soffriva di depressione perché la stessa malattia ha aggredito me a diciotto anni, con la differenza che la medicina avendola riconosciuta come patologia, mi ha guarita.<br />
Con il tempo, dopo aver perso un figlio, divenne sempre più apatica, perse la connessione con il tempo e andò in demenza senile per tornare bambina poco prima di morire. Quando acquisto le<em> freselle</em>, ripeto il rito di Maria e quei guizzi di felicità che le davano fiato. A volte le piccole cose hanno il potere di farci tornare accanto alle persone che amiamo. Capisco ora quanto si sia sentita niente, intendo non considerata sul ring della vita sprovvista di guantoni per difendersi. Ha combattuto comunque a mani nude contro il tempo che le ha dato dolori e poche felicità.<br />
Ne ricordo l’espressione amorevole, le ombre, gli abbracci profumati di Palmolive, i sorrisi inquieti. A volte una brezza leggera, un ramoscello di ortensia, una canzone antica, il moto improvviso del mare la riportano a me. C’è una luna antica che ci fa incontrare. Appare improvvisa e porta quiete. Maria è vestita d’argento e sorride, sembra felice. Sono orgogliosa di questa potenza che le dà il cielo e non oso toccarla. Scrivo tanto di lei per cominciare a salvarmi.</p>
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		<title>&#8216;O Cane. Luigia Bencivenga e un&#8217;allegoria sul malaffare</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cane-romanzo-bencivenga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2024 02:05:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;&#8216;O Cane&#8221; di Luigia Bencivenga, Italo Svevo, 2024 &#8216;O Cane di Luigia Bencivenga è uno di quei romanzi che ci fa attraversare un mondo. Tramite l&#8217;allegoria, l&#8217;autrice si è creata un punto di vista privilegiato. Il suo occhio penetra nelle vicende, negli animi dei personaggi, limitandosi però alla fredda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;&#8216;O Cane&#8221; di Luigia Bencivenga, Italo Svevo, 2024</h4>
<p><strong>&#8216;O Cane</strong> di <strong>Luigia Bencivenga</strong> è uno di quei romanzi che ci fa attraversare un mondo. Tramite l&#8217;allegoria, l&#8217;autrice si è creata un punto di vista privilegiato. Il suo occhio penetra nelle vicende, negli animi dei personaggi, limitandosi però alla fredda osservazione. La sua voce invece è tanto autorevole quanto canzonatoria; rende tutto leggero come in una commedia teatrale.</p>
<p>Il luogo in cui si svolge la storia è <strong>Ilias</strong>, città immaginaria della Campania in cui si verifica un&#8217;improvvisa moria di cani. <strong>Scoprire perché ciò avvenga e quali misteri si celino dietro tali misfatti è compito dei lettori, dato che qui non si scrivono sinossi</strong>; ma, d&#8217;altronde, anche la trama è marginale, visti i piacevoli &#8220;disturbi&#8221; che l&#8217;autrice inserisce per renderla poco lineare.</p>
<p>Infatti, <strong>Bencivenga</strong> assembla storie e cuce intrecci, ciò fa del libro l&#8217;opera &#8220;di un mondo&#8221; che si specchia nella più truce delle realtà. Non ci metteremo troppo a capire che questo riflesso di <strong>Napoli</strong>, con tutti i suoi pro e contro, ci ingabbierà velocemente con il suo sarcasmo. Tutto qui viene scimmiottato, ridotto al grado di &#8220;<strong>segreto di Pulcinella</strong>&#8220;, ossia a qualcosa che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di dire.</p>
<p>Il mondo di <strong>Ilias</strong> è anche rappresentazione di tutte le nostre città, divise in zone buone, cattive e di mezzo, abitate rispettivamente da coloro che contano, da coloro che sono inutili e da quelli che invece vivono in una necessaria neutralità. Il problema è quando qualcuno tenta la scalata perché convinto di aver capito le regole e di poterle facilmente aggirare.</p>
<p>Con uno stile crudo e tagliente, che mi ha ricordato &#8220;<strong>Il contagio</strong>&#8221; di <strong>Walter Siti,</strong> e con una costante oscillazione tra fiction e verosimiglianza della quotidianità, formula con cui <strong>Roberto Bolaño</strong> ha decorato un libro monumentale come <strong>&#8220;I Detective Selvaggi</strong>&#8220;, Bencivenga ha la capacità di legarci alle pagine, di strapparci sorrisi e di farci riflettere amaramente sulla nostra società.</p>
<p>Il sovvertimento di ogni tabù, di qualsiasi regola morale in favore dello svelamento dell&#8217;ipocrisia, che mai come in questo libro è &#8220;<strong>l&#8217;omaggio che il vizio fa alla virtù</strong>&#8220;, come ebbe a dire <strong>La Rochefoucauld,</strong> sono gli elementi caratteristici che ci faranno ricordare per molto tempo questo romanzo.</p>
<p>Ampio il numero di personaggi che Bencivenga manda sul campo; astuto il modo in cui ognuno di loro ci viene presentato, ossia come uomini straordinari le cui gesta hanno contribuito alla crescita della comunità. Inutile dire, che questo metodo ammiccante, incentrato più sui vizi che sulle virtù, ci suggerisce una lezione che proprio non digeriamo, nonostante ci piaccia tanto applicarla: <strong>il più furbo vince</strong>.</p>
<p>Logicamente, il gioco termina quando qualcuno sfoggia quella &#8220;<strong>onestà intellettuale</strong>&#8221; che non ha però il compito di rivoluzionare, ma solo di giustificare, in qualche modo, il funzionamento del mondo. Insomma, tra favola nera, thriller e allegoria, <strong>Bencivenga</strong> ci dona un romanzo che non fa sconti e che, lasciatemelo dire, testimonia un&#8217;invidiabile freschezza creativa.</p>
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		<title>Cromosoma della fine. Gianni Eros Russo condanna l&#8217;apparenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cromosoma-nulla-russo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 03:42:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Cromosoma della fine&#8221; di Gianni Eros Russo, Pequod, 2024 I versi di Gianni Eros Russo incidono l&#8217;apparenza, l&#8217;evanescente. Ogni Ente si sgretola nel divenire e ciò tocca anche all&#8217;esistenza umana. La sua poesia non è un inno al nichilismo o al pessimismo, ma alla costatazione del reale, perché nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Cromosoma della fine&#8221; di Gianni Eros Russo, Pequod, 2024</strong></p>
<p>I versi di <strong>Gianni Eros Russo</strong> incidono l&#8217;apparenza, l&#8217;evanescente. Ogni <strong>Ente</strong> si sgretola nel divenire e ciò tocca anche all&#8217;esistenza umana. La sua poesia non è un inno al nichilismo o al pessimismo, ma alla costatazione del reale, perché nel mezzo della vita e della sua sostanza viene concepita la poesia; l&#8217;astrazione è infatti un&#8217;illusione peggiore della razionalità.</p>
<p><em>L&#8217;uomo è misura del suo tempo,/ma i suoi patimenti sono nulla/fra le mute infinite delle galassie/il suo cielo è meno/della misura di un punto./Eppure, vive questo caldo/e questa stanchezza come/se, nella sintassi delle orbite/ellittiche, contasse qualcosa:/e il suo decadimento mi appartiene./L&#8217;umanità è un canto sperduto/(veleno eterno della Terra)/è una manciata di polvere./(Inevitabile sarà smettere di scrivere, necessità, per eccesso d&#8217;ingordigia:/nell&#8217;abbandono dovremmo compatirci),/Eppure, sento il corpo caldo/nullità nell&#8217;economia del cosmo./Eppure, sono corpo caldo/e nella sera cerco i tuoi occhi.</em></p>
<p>La costruzione del mondo, ma potremmo anche dire <strong>&#8220;la natura delle cose&#8221;</strong>, è per il poeta campano un momento da cui soprattutto l&#8217;uomo si fa abbindolare, attribuendo a questo andirivieni tra <strong>&#8220;essere e nulla&#8221;</strong> la speranza nei giorni migliori. Tutto tende alla perfezione? Certo che no; attraverso le sue poesie, Russo risponde in maniera molto semplice: <strong>cos&#8217;è il nostro dolore in confronto all&#8217;erezione delle galassie?</strong> Cosa sono i nostri giorni rispetto ai tempi di evoluzione dell&#8217;Universo?</p>
<p>Le parole di Russo salvano poco, forse solo una latente necessità di amore, che, per quanto soggetta anch&#8217;ella al divenire, rinnova giorno dopo giorno un miraggio di eternità e di benessere. Il poeta duella con il lettore; lo interroga con la sua scrittura ricca di spunti di riflessione, fomentata da emozioni che fanno a pugni con il sogno che tutto prova a sistemare. Forse, è proprio questa reazione a catena innescata dal nostro<strong> &#8220;sentire&#8221;</strong> che prova ad addolcire l&#8217;incubo quotidiano nel quale siamo immersi.</p>
<p><em>Inalare la bianca pianura,/l&#8217;ultimo sole mattutino/e l&#8217;acciaio di un ponte/e la malattia del tempo:/l&#8217;ultima avventura di rumore/sparirà con l&#8217;uomo/con una perifrasi/vuota nel sogno della storia.</em></p>
<p>Con <strong>&#8220;Cromosoma della fine&#8221;</strong>, raccolta lucida che rende visibile anche l&#8217;invisibile e che fa trattenere il fiato anche all&#8217;aria aperta, Russo interroga se stesso e l&#8217;umanità. Sa che non avrà una risposta esaustiva, perché non è compito né della ragione né dello spirito comprendere quella misteriosa attrazione che lega l&#8217;uomo alle sue convinzioni e alla sua necessità di eternità. Provare a scoprire l&#8217;origine di questa forza è la provocazione in cui l&#8217;Universo ci getta quotidianamente.</p>
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		<title>La dimensione del desiderio. Eros e fantasia salverebbero l&#8217;uomo?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/desiderio-dimensione-napoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2024 00:54:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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		<category><![CDATA[ArgoLibro]]></category>
		<category><![CDATA[Campania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La dimensione del desiderio&#8221; di Marco Di Napoli, ArgoLibro editore, 2023 Letteralmente imbrigliati nella macchina della &#8220;prestazione funzionale&#8221;, ci sentiamo sospinti dalla necessità di essere un &#8220;progetto da realizzare&#8221;. Toppare gli obiettivi che ci siamo prefissi ci condanna alla morte civile, in alcuni casi al suicidio. Solo questo siamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><em><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La dimensione del desiderio&#8221; di Marco Di Napoli, ArgoLibro editore, 2023</strong></em></p>
<p dir="ltr">Letteralmente imbrigliati nella macchina della <strong>&#8220;prestazione funzionale&#8221;</strong>, ci sentiamo sospinti dalla necessità di essere un <strong>&#8220;progetto da realizzare&#8221;. </strong>Toppare gli obiettivi che ci siamo prefissi ci condanna alla morte civile, in alcuni casi al suicidio.</p>
<p dir="ltr">Solo questo siamo nel mondo a una dimensione, in cui la nostra ombra coincide con la nostra anima, mentre il corpo è <strong>oggetto funzionale</strong> al sistema di godimento immediato. Tutto ciò che ci ruota intorno è a nostra disposizione. Abbiamo la possibilità di scegliere autonomamente, ma sentiamo di essere guidati verso una direzione.</p>
<p dir="ltr">Ci crediamo liberi, ma stiamo solo sfogliando un catalogo che si aggiorna in continuazione davanti ai nostri occhi. Ogni novità è partorita dal sistema nel quale viviamo. <strong>Tale organismo pensa per noi, desidera per noi, ci ingabbia su un palcoscenico e ci fa recitare una parte.</strong> Qui siamo tutti protagonisti, quindi, come galli in un solo pollaio, ognuno lotta per mantenere salda la propria supremazia.</p>
<h3 dir="ltr">Metodi di prevaricazione</h3>
<p dir="ltr">Ci sono tanti modi per prevaricare l&#8217;altro, il sistema mette a disposizione diversi mezzi. A seconda delle nostre aspirazioni ci possiamo impossessare delle armi giuste per scendere in campo.</p>
<p dir="ltr">Insomma, l&#8217;altro non è simbolo di un incontro, ma decreta l&#8217;inizio di una sfida in cui il <strong>fair play</strong> non è contemplato. Pian piano, ci rendiamo conto che siamo diventati come la merce che aduliamo; anche noi siamo &#8220;cose&#8221; soggette alle leggi del mercato. Sono tali persino le nostre azioni e le nostre parole; <strong>lo sono le arti e le opere dell&#8217;ingegno.</strong> Noi siamo spettatori della reificazione.</p>
<p dir="ltr">Ecco, il saggio di <strong>Marco Di Napoli</strong> ci racconta tutto questo attraverso le parole di <strong>Herbert Marcuse</strong>, quel filosofo che sta tornando tanto di moda, seppur alcune sue teorie avrebbero bisogno di un aggiornamento. Anche Di Napoli ammette che si possa cadere nell&#8217;anacronismo, ma il seme lasciatoci da Marcuse è indissolubile, genuino, vero. Si può ripiantare per anni e anni, si possono applicare degli innesti alla sua pianta, ma l&#8217;essenza del discorso non è soggetta a corruzione alcuna.</p>
<h3 dir="ltr">C&#8217;è un modo per salvarsi?</h3>
<p dir="ltr">Forse no, il processo è irreversibile e anche Marcuse aveva smesso di sperarci. Se proprio volessimo ritornare alla nostra umanità imperfetta, visto che ormai si sta cercando di crearne una incapace di sbagliare e di sognare, <strong>andrebbero riaccesi l&#8217;Eros e la fantasia.</strong></p>
<p dir="ltr">Per Marcuse, l&#8217;<strong>Eros</strong> non è legato solo alla sessualità, tanto meno è immediato appagamento. <strong>Eros</strong> è il nostro bisogno di cadere nell&#8217;abisso, di perderci nella metafisica, nella materia sognante, nel gioco, nella ricerca di nuovi significati e anche nella rassegnazione di non poter spiegare tutto. <strong>Eros</strong> è la nostra creatività sganciata dall&#8217;ordinarietà, è il tormento e lo stupore che abbatte l&#8217;univocità imposta dei significati, che si fa beffa del principio di non contraddizione, che si libera della razionalità e della ragione. <strong>Eros</strong> è l&#8217;uomo nelle sue tante sfaccettature, quindi è anche l&#8217;incredulità del singolo di scoprirsi dominato dai propri demoni. <strong>Di qui l&#8217;evoluzione secondo pro e contro, secondo guerra e pace, secondo lo svelamento della contraddizione creatrice e della nevrosi dialogante.</strong></p>
<p dir="ltr">Insomma, l&#8217;<strong>Eros</strong> è tutto ciò che non fa dell&#8217;uomo solo un essere che eroga prestazioni e che dev&#8217;essere funzionale al sistema. Questi principi ce li ha svelati Marcuse, che a sua volta li ha ricevuti in dono dopo anni di studio. Oggi, Marco Di Napoli ce li riconsegna in una nuova forma, potremmo dire in un&#8217;edizione aggiornata, che dovrebbe ravvivare in tanti il <strong>&#8220;desiderio di leggerla&#8221;</strong>.</p>
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		<title>Taccuino di un lunatico. Ivano Ciminari e la necessità del disagio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/border-poesia-taccuino-ciminari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Apr 2023 02:53:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Campania]]></category>
		<category><![CDATA[Disagio]]></category>
		<category><![CDATA[leggere]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Montag]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Zona di Disagio. In copertina: &#8220;Taccuino di un lunatico&#8221; di Ivano Ciminari, Montag Editrice, 2023 È una stoica disperazione quella che Ivano Ciminari fa trasparire nei suoi versi. Non ha paura di nasconderla, non ha intenzione di tenerla per sé; sa invece vestirsi di rabbia e di disincanto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano già pubblicata per <a href="https://zonadidisagio.wordpress.com/2023/04/14/le-parole-di-una-poesia-onesta-tra-disagio-e-eresia/">Zona di Disagio</a>. In copertina: &#8220;Taccuino di un lunatico&#8221; di Ivano Ciminari, Montag Editrice, 2023</strong></p>
<p>È una stoica disperazione quella che Ivano Ciminari fa trasparire nei suoi versi. Non ha paura di nasconderla, non ha intenzione di tenerla per sé; sa invece vestirsi di rabbia e di disincanto, di amore e di una malinconia capace di indagare le ragioni della sconfitta.</p>
<p>Non è il grido di un perdente, ma la dichiarazione di indipendenza di chi sa attendere il suo momento, anche se questo momento non dovesse arrivare. Due gocce di vino bastano al poeta salernitano per descrivere l’oceano, così come il fumo di un sigaro sa mostrare i nembi che annunciano un temporale.</p>
<p>È poesia impenitente questa, composta da bestemmie sparate non all’indirizzo di dei o demiurghi, ma di uomini che disprezzano il loro libero arbitrio e la loro ragion di esistere. Che sia rivolta quotidiana o rivoluzione sorretta da grandi teorie, tra queste parole non ci sono aggettivi, ma sensazioni rubate all’attimo, capaci di testimoniare il passaggio di un’anima che non vuole più dare asilo al proprio disagio.</p>
<p>Non è la violenza del linguaggio che impressiona. Anzi, leggendo questi versi si nota con quanta delicatezza si possa parlare dell’inquietudine disturbante che fa da cornice a una presa di posizione eretica verso tutto ciò che ci circonda. Non è neanche un vomito di malessere questo di Ciminari, l&#8217;obiettivo è infatti mettere a nudo quella forza persuasiva che rende tutti noi felici burattini nelle mani del non senso.</p>
<p>È dotata di una forza dirompente la sua poesia, che non schiaccia, non uccide, non implode, ma chiama il lettore a una profonda riflessione. Sa quindi di lezione civica, senza fronzoli politicamente corretti perché tutto ciò che non è detto con chiarezza, non ha valore. Non è una scrittura illibata, sarebbe ridicolo edulcorare la sofferenza, la solitudine, la marginalità; lasciamo questi sfizi a chi non si siede con gli ultimi, ma fa uso delle belle parole solo durante le prediche.</p>
<p>“Taccuino di un lunatico” è un gioco di sensazioni rapite dal proprio luogo ideale con l&#8217;intento di evocare l’attuale che viene spacciato per “tematica sociale”. È il racconto in versi di un fatale incontro con il disagio e, come scrive Nicola Vacca nella sua prefazione, “il poeta (Ciminari) davanti alle parole non cerca una via di fuga, ma il modo per affrontare la vita con il coraggio delle sue idee”.</p>
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