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	<title>Bellezza Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>La Calabria e il sogno poetico di Giuseppe Gervasi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/calabria-sogno-terra-gervasi-recensione-gagliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Apr 2025 22:01:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;La Calabria e il sogno poetico di Giuseppe Gervasi&#8221; è una recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Ho sognato la mia terra&#8221; di Giuseppe Gervasi, Vintura Edizioni, 2024 Una recensione su BorderLiber di Martino Ciano del libro &#8220;Ho sognato la mia terra&#8221; di Giuseppe Gervasi mi ha molto incuriosita. Analogamente avevo voglia di spulciare qualcosa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;La Calabria e il sogno poetico di Giuseppe Gervasi&#8221; è una recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Ho sognato la mia terra&#8221; di Giuseppe Gervasi, Vintura Edizioni, 2024</strong></p>
<p>Una recensione su <strong>BorderLiber di Martino Ciano</strong> del libro <strong>&#8220;Ho sognato la mia terra&#8221;</strong> di Giuseppe Gervasi mi ha molto incuriosita. Analogamente avevo voglia di spulciare qualcosa dell&#8217;editore <strong>Vintura</strong>. Allora ho ordinato il libretto direttamente dalla casa editrice e ho trovato dall&#8217;altra parte <strong>Vincenzo Di Giorgio</strong>, il direttore, che mi ha addirittura telefonato di domenica per chiedermi alcune cose circa la spedizione.</p>
<p>Quando ho ricevuto il volume, la prima esperienza che ne ho fatto è stata fisica. Devo ammettere che nel tempo sono diventata un po’ una feticista del libro come oggetto, e posso confermare che questo libello soddisfa i miei canoni estetici in materia.</p>
<p>Si tratta letteralmente di un manuale, <strong>ἐγχειρίδιον</strong>, nel senso in cui lo intendevano i<strong> Greci</strong>, “che sta in una mano”, e già ciò gli conferisce un valore affettivo non indifferente. Un manuale possiamo prenderlo in mano, appunto, accarezzarlo, percepirlo tramite il tatto, un senso molto intimo ed erotico. Inoltre la copertina, sfondo bianco con un’immagine paesaggistica al centro, è un delizioso invito ad aprire, ad assaporare il profumo della carta e a sentirne il gradevole spessore.</p>
<p>Anche il titolo ci ispira ad entrare nelle pagine per ascoltare la voce narrante raccontare il suo sogno. Dentro troviamo una struttura costituita da diciannove capitoli di prosa poetica, ognuno anticipato da una foto in bianco e nero in genere raffigurante un monumento raccontato nel capitolo stesso e da una citazione tratta sempre dallo stesso.<strong> Le foto sono state realizzate dall’ autore.</strong></p>
<p>Ho sognato è un passato prossimo, ovvero un passato recente, i cui effetti perdurano nel presente e Giuseppe desidera condividerli con i suoi lettori. Ciò si comprende fin dal capitolo di esordio: “Attraverso una descrizione dettagliata e colma di amore, cercherò di portarvi assieme a me, di farvi ascoltare la colonna sonora del cammino. Sarà un racconto melodioso di un viaggio in macchina, lento come se al posto delle ruote ci fossero i piedi, in cui il veicolo servirà solo a raggiungere i luoghi del sogno”.</p>
<p>Il sogno dunque non è solo quello che si fa di notte, qualcosa di passato, ma è anche una meta, un anelito, una speranza, un futuro. Ecco allora che <strong>“Ho sognato”</strong> significa sia <em>‘l’ho fatto’</em> sia<em> ‘ho sognato di farlo e vi racconto cosa vedrò, in quanto è ciò che desidero fare’</em>. Ed è quanto segue: “Le strade, i paesaggi, i paesi, i torrenti, le montagne, i boschi e il cielo quasi sempre macchiato d’azzurro ci regaleranno le poesie vissute dagli abitanti dei luoghi”.</p>
<p>E alla fine, il gentile messaggio per il lettore: <em>“Mi auguro che tu, caro lettore, possa ritrovare nelle pagine che seguono la tua infanzia, l’infinito leopardiano l’atavico desiderio d’amore, Spero che tu rimanga rapito dal mio e dal tuo sogno: un viaggio nella punta dello stivale, in Calabria, nella natura pura e priva di corruzione, misteriosa e affascinante. Un viaggio in una Calabria baciata dalla luna, dallo sguardo rivolto verso l’infinito mare, mentre il vento prende il suo profumo e lo regala al mondo”.</em></p>
<p>Man mano che l&#8217;autore aggiungeva località al suo elenco la mia tentazione era quella di segnarmi, volte per volta, la provincia di appartenenza in modo da potermi orientare meglio tra il su e il giù di questa lunga regione: poi però ad un certo punto ho lasciato stare. E tuttavia ricordo alcune location che emergono sulle altre. Ad esempio <strong>Brancaleone, dove Cesare Pavese</strong> venne confinato dal regime fascista nel 1935: “Arrivo sulla spiaggia di Brancaleone, dove una barca vorrebbe prendere il largo, ma una fune la tiene stretta […] Rivedo lo scoglio lungo di Pavese, uno dei maggiori scrittori del Novecento italiano, e mi ricordo di aver intravisto una targa passando con l’auto. O forse era solo un’allucinazione? Eppure, se mi concentro, ricordo cosa c’era scritto…”</p>
<p>E lasciamo al lettore il compito di scoprire la meravigliose parole spese da <strong>Pavese sulla Calabria</strong>; ma il riferimento a Pavese, non può non suscitare in Giuseppe una riflessione a cui anche il lettore, civicamente e civilmente, si aggrega: “Pavese, uomo venuto dal nord, scopre e fa scoprire un mondo sommerso, calandosi nel buio di una lunga notte in Calabria. Cerca la la luce d’oriente e spiega prima a se stesso e poi agli altri il senso del luogo e del suo confino [ …] Richiudo la porta per tornare al mio paese e non sentirmi mai più solo”.</p>
<p>Questo viaggio nel passato affonda nelle radici stesse della nostra civiltà europea, ovvero nella cultura greca, che fece grande la<strong> Calabria</strong>, quando ancora non si chiamava così, ma <strong>Magna Grecia</strong>, per l’appunto. L’elemento greco è in effetti spesso richiamato dal Nostro, anche nei paesaggi, dove magari egli descrive un monumento e insieme il cielo che lo sovrasta. In effetti, come scriveva <strong>Heidegger</strong> nel Saggio<strong> &#8220;L’origine dell’opera d’arte&#8221;</strong>, nel mondo ellenico anche il paesaggio era parte dell’opera e questo perché gli antichi non avevano ancora creato quella cesura, tipica della modernità, tra Natura e Uomo:</p>
<blockquote><p>“Un edificio, un tempio greco, non riproduce nulla. Si erge semplicemente, nel mezzo di una valle dirupata. Il tempio racchiude la statua del Dio ed in questo racchiudimento protettivo fa sì che, attraverso il colonnato, essa risplenda nella sacra regione. In virtù del tempio, Dio è presente [anwest] nel tempio. Questo esser-presente di Dio è in se stesso il dispiegamento e la delimitazione d&#8217;una regione sacrale. Ma il tempio e la sua regione non si perdono nell&#8217;indefinito. Il tempio, in quanto opera, dispone e raccoglie intorno a sé l&#8217;unità di quelle vie e di quei rapporti in cui nascita e morte, infelicità e fortuna, vittoria e sconfitta, sopravvivenza e rovina delineano la forma e il corso dell&#8217;essere umano nel suo destino [Geschick].</p>
<p>L&#8217;ampiezza dell&#8217;apertura di questi rapporti è il mondo di questo popolo storico. In base ad essa e in essa, questo popolo perviene al compimento di ciò a cui è destinato. Eretto, l&#8217;edificio riposa sul suo basamento di roccia. Questo riposare dell&#8217;opera fa emergere dalla roccia l&#8217;oscurità del suo supporto, saldo e tuttavia non costruito. Stando lì, l&#8217;opera tien testa alla bufera che la investe, rivelandone la violenza. Lo splendore e la luminosità della pietra, che essa sembra ricevere in dono dal sole, fanno apparire la luce del giorno, l&#8217;immensità del cielo, l&#8217;oscurità della notte. Il suo sicuro stagliarsi rende visibile l&#8217;invisibile regione dell&#8217;aria. La solidità dell&#8217;opera fa da contrasto al moto delle onde, rivelandone l&#8217;impeto con la sua immutabile calma.</p>
<p>L&#8217;albero e l&#8217;erba, l&#8217;aquila e il toro, il serpente e il grillo assumono così la loro figura evidente e si rivelano in ciò che sono. Questo venir fuori e questo sorgere, come tali e nel loro insieme, e ciò che i Greci chiamarono originariamente Phýsis. Essa illumina ad un tempo ciò su cui e ciò in cui l&#8217;uomo fonda il suo abitare. Noi la chiamiamo la Terra”.</p></blockquote>
<p><strong>Il viaggio di Gervasi</strong> arriva a toccare il punto in cui la <strong>Calabria</strong> si avvicina e si lega, pur separandosi, alla Sicilia, attraverso lo Stretto di Messina. E anche qui è il richiamo al mito a spiegare la storia. Anticamente c’era una bellissima ninfa, Scilla che “viveva in <strong>Calabria</strong> e spesso andava a fare il bagno in una caletta a Zancle, l’attuale Messina”. Di lei si innamorò Glauco, il dio del mare: per gelosia Circe la trasformò in un mostro. Anche Cariddi forse era in origine una ninfa che però viveva a Messina e che pure fu trasformata in mostro per vendetta divina; i due mostri, dirimpettai, simboleggiano la difficoltà di navigare attraverso lo Stretto, ma al tempo stesso evidenziano il nesso tra le due città così vicine e così lontane.</p>
<p>Nei nostri giorni è stata <strong>Nadia Terranova</strong> nel suo romanzo <strong>&#8220;Trema la notte&#8221;</strong> a mettere in luce il rapporto fra le due città, quale emerse in effetti durante il terremoto del 1908. Tornando al nostro manuale, e concludendo, posso solo invitarvi a leggerlo per scoprire la storia della <strong>Calabria</strong>, ovvero della <strong>Magna Grecia</strong>, ovvero la nostra stessa storia di italiani, europei ed occidentali.</p>
<p>Personalmente sono stata in <strong>Calabria</strong> solo una volta: da dottoranda trapiantata dalle <strong>Marche all’Università di Salerno</strong>, andai ad un seminario sul De musica di Plutarco presso l’Università di Cosenza; ricordo il viaggio in treno e i luoghi bellissimi che facevano capolino dal finestrino: Scalea e Paola; ricordo il Campus universitario di Rende, accogliente ed arroccato quasi in un mondo a parte, ricordo la cena a Cosenza insieme ai miei colleghi e a tanti professori, come il mio mito assoluto <strong>Andrew Barker</strong>, massimo esperto di musicologia antica, purtroppo scomparso.</p>
<p>Anche affascinata dal romanzo della <strong>Terranova</strong>, dall’amore per la fragranza al bergamotto (sia come profumo che come aroma del tè), anche in quanto il mio nome, <strong>Filomena</strong> (ereditato da mia nonna), è tipicamente meridionale, mi sento attratta dal Sud e ritengo che solo questo è il viaggio verso la scoperta dei valori fondanti della parte fortunata del mondo in cui abbiamo la possibilità di vivere, potendo realizzare i nostri sogni….anche quello di viaggiare nell’Enotria, la terra del vino, il nome antico dell’Italia, ubicata proprio nell’attuale <strong>Calabria</strong>.</p>
<p>Essere patriottici, come va tanto di moda oggi, implica anche questo. Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo, come direbbe Battiato! Ad maiora semper alla<strong> Calabria</strong> del cuore!</p>
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		<title>L&#8217;ultima cosa bella sulla faccia della terra di Michael Bible</title>
		<link>https://www.borderliber.it/bible-adelphi-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Oct 2023 02:02:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;ultima cosa bella sulla faccia della terra&#8221; di Michael Bible, Adelphi, 2022 Quando di un libro si sente parlare tanto e i pareri sul suo conto sono contrastanti, la cosa migliore da fare è mettere tutto da parte, scansare gli articoli che ci raccontano dell&#8217;opera in questione e leggere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;L&#8217;ultima cosa bella sulla faccia della terra&#8221; di Michael Bible, Adelphi, 2022</strong></p>
<p dir="ltr">Quando di un libro si sente parlare tanto e i pareri sul suo conto sono contrastanti, la cosa migliore da fare è mettere tutto da parte, scansare gli articoli che ci raccontano dell&#8217;opera in questione e leggere senza farsi trasportare dai facili entusiasmi. Purtroppo, <strong>capita spesso che un romanzo sia più promosso a priori per mezzo del tran tran mediatico che non per il suo effettivo valore.</strong> Ciò ha reso molti libri meteore spentesi nel cielo dello stupore entro una manciata di settimane.</p>
<p dir="ltr">Ma andiamo all&#8217;opera. Passaggi forti, elucubrazioni mentali e colpi di scena in questo romanzo non mancano. <strong>Lo stile è ricercato, nonostante in alcuni punti sembra di leggere &#8220;un resoconto&#8221; di fatti</strong>; ma anche questa scelta non mi ha deluso, perché è capace di rendere il racconto dettagliato ed enigmatico. Infatti, ne viene fuori un quadro puramente oggettivo della situazione, che può essere da spunto per riflessioni di ogni genere.</p>
<p dir="ltr"><strong>Cupo e mai ironico.</strong> In questo libro domina la violenza, ma anche questa è raccontata senza emozioni, come parte della scena che dobbiamo scandagliare con molta acutezza. <strong>Iggy</strong>, protagonista materiale e immateriale del romanzo, ha appiccato un incendio in una chiesa; delle persone sono rimaste ferite e tante altre sono decedute; lui viene condannato a morte. <strong>Tutto qui.</strong></p>
<p dir="ltr">Ci sono poi altri due personaggi che si intrecciano nella storia, che c&#8217;entrano e non c&#8217;entrano con tutto ciò che è accaduto, <strong>che sono stati plasmati dal dopo</strong>, che mettono in evidenza come anche la più grande delle tragedie è solo un fatto che si perde tra le nebbie del tempo. Persino chi lo vive in prima persona o chi ne paga indirettamente le conseguenze, <strong>pian piano lo assorbe in quel lago nero che si chiama inconscio.</strong></p>
<p dir="ltr">Ed è questa la sottigliezza di Bible che, sapientemente mimetizzata, sparge per tutto il romanzo. C<strong>ercare la felicità vuol dire fuggire da un trauma sepolto, da qualcosa che è in noi e che è capace ancora di dominarci, ma senza farsene accorgere.</strong> La felicità è quindi un <strong>&#8220;sentimento canaglia&#8221;</strong> che ci spinge alla guerra totale contro noi stessi, pur apparendo come presenza lieta che vorremmo sempre al nostro fianco.</p>
<p dir="ltr">Questa è la metafora che si cela già dietro il titolo del libro, ossia <strong>&#8220;L&#8217;ultima cosa bella sulla faccia della terra&#8221;</strong>, a cui potremmo aggiungere anche <strong>&#8220;capace di ingannarci&#8221;</strong>. È questo il motivo di una certa <strong>&#8220;ansia nel raccontare come è andata&#8221;</strong> e che avvertiamo in alcune pagine nelle quali avremmo voluto sapere di più, in cui molti dettagli non ci vengono mostrati.</p>
<p dir="ltr">Insomma, siamo di fronte a un libro che di sicuro va al di là di certi stili in voga oggi, <strong>ma che non può neanche essere definito di &#8220;nicchia&#8221;</strong>. Certamente, ci chiede di andare oltre alla sostanza dei fatti.</p>
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		<title>La bellezza salverà il mondo. Il Dostoevskij frainteso</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-bellezza-salvera-il-mondo-il-dostoevskij-frainteso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 01:42:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Fratelli Karamazov]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Giusi Sciortino «La bellezza salverà il mondo?»: senz’altro una delle citazioni dostoevskiane più famose, ma anche una delle più enigmatiche e fraintese; da tenere presente che in russo mondo e pace si dicono allo stesso modo, ovvero мир [mir]. Che cosa significa veramente «La bellezza salverà il mondo»? Cosa salverà il mondo o [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Articolo di Giusi Sciortino</strong></h4>
<p>«La bellezza salverà il mondo?»: senz’altro una delle citazioni dostoevskiane più famose, ma anche una delle più enigmatiche e fraintese; da tenere presente che in russo mondo e pace si dicono allo stesso modo, ovvero мир [mir]. Che cosa significa veramente «La bellezza salverà il mondo»? Cosa salverà il mondo o la pace? L’etica o l’estetica? Esaminiamo brevemente il contesto all’interno del romanzo L’idiota da cui la citazione è estrapolata: la domanda viene ironicamente posta al principe Myskin dal nichilista (guarda caso) Ippolit, alludendo al fatto che il principe è innamorato. Consideriamo innanzitutto che la frase è interrogativa, primo equivoco quando viene enfaticamente citata in maniera affermativa, e che non ottiene risposta. Che interpretazione possiamo dare al breve brano? Si tratta forse di una profezia sull’attuale imperversare del nichilismo?</p>
<p>In effetti, la bellezza pare avere a che fare con il bene supremo di cui il bello ne è manifestazione, ma ci si riferisce a un bene etico, soprattutto, dato da grazia e giustizia, rappresentato dallo stesso Myskin il cui cuore puro, a tratti ingenuo, affronta l’abiezione degli esseri umani, talvolta redimendoli; non per niente spesso la figura del principe viene associata a quella di Cristo.</p>
<p>In base a tale interpretazione, Myskin sarebbe la personificazione di un Messia a cui un campione del nichilismo domanda sprezzantemente se riuscirà l’etica, ovvero grazia giustizia e dirittura morale, a riscattare un mondo in balia del materialismo moderno e a conquistargli la pace. Sembrerebbe quasi un dialogo filosofico, una tenzone tra forze del bene e del male, come gli episodi biblici in cui Satana tenta Gesù nel deserto oppure sfida Dio stesso come avviene nel libro di Giobbe. Mi sembra pertinente e utile allo scopo andare a rileggere un passo chiarificatore del pensiero di Dostoevskij tratto da I fratelli Karamazov, altro insuperabile capolavoro, ovvero La leggenda del grande inquisitore. A narrare è l’intellettuale Ivan Karamazov che si rivolge ad Alëša, il più spirituale dei fratelli Karamazov che incarna la morale ricordando per molti versi il principe Myskin.</p>
<p>Nel racconto il Messia ritorna sulla terra ai tempi dell’Inquisizione spagnola. Riconosciuto e acclamato da tutti, dopo aver realizzato il miracolo della resurrezione di una bambina, viene fatto arrestare dall’inquisitore, sebbene anche costui ne abbia riconosciuto la figura salvifica. L’inquisitore chiede al Messia: «Perché sei venuto a infastidirci?» contestandogli quindi l’inutilità della sua venuta, l’intenzione di apportare amore a un mondo in subbuglio ma convinto di avere raggiunto l’equilibrio, la libertà e un’illusoria pace. Pertanto, il popolo non ha bisogno di alcun salvatore, anzi, una nuova venuta non potrebbe che creare ulteriore scompiglio e malcontento, instillare il dubbio e la rivolta danneggiando l’ordine costituito, seppur un ordine fragilissimo basato su menzogne, immoralità, materialismo, in una parola nichilismo. E se non è riuscito nemmeno un secondo Cristo a salvare l’umanità, potrà mai esserne in grado un idiota vestito da principe? Forse la missione del principe sarà destinata a non essere compresa, e la bellezza buona emanante da pace e giustizia sarà persa per sempre. Oppure ancora una speranza resta.</p>
<p>Chi può dirlo?</p>
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		<title>Per amore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/per-amore-racconto-di-olga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2022 01:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Wanda Lamonica “Non ti faccio pena?”, mi chiede Olga asciugandosi due lacrimoni neri. Il mascara super volumizzante-allungante-effetto wow, non ha retto. “Pena, tu? Smettila di dire sciocchezze”, cerco di rassicurarla sistemandole una ciocca di capelli dietro un orecchio, quello col piercing a stella. Olga. La mia più grande amica. La sorella che non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Wanda Lamonica</strong></em></p>
<p>“Non ti faccio pena?”, mi chiede Olga asciugandosi due lacrimoni neri. Il mascara <em>super volumizzante-allungante-effetto wow</em>, non ha retto.<br />
“Pena, tu? Smettila di dire sciocchezze”, cerco di rassicurarla sistemandole una ciocca di capelli dietro un orecchio, quello col piercing a stella.</p>
<p>Olga. La mia più grande amica. La sorella che non ho mai avuto. Quando il sangue non c&#8217;entra nulla e sull&#8217;albero genealogico non si sta sullo stesso ramo. Eppure ci si nutre della stessa linfa. Eppure le nostre radici sembrano fatte apposta per intrecciarsi. Lei, un regalo inaspettato, un affetto sincero. Lei, che riempie i miei giorni di un sole che non trovo, come tutti gli altri, soltanto appeso in cielo.</p>
<p>Olga lavora in un grande supermercato. Più di nove ore di fatica al giorno, per arrivare a pagare, a malapena, mezzo affitto di un vecchio buco, al quinto piano di un palazzo che puzza di muffa e che la padrona di casa chiama orgogliosamente <em>appartamento</em>. Lo divide con Analyn, una giovane filippina assunta da poco in una pizzeria del centro, ovviamente in nero.</p>
<p>Olga sembra una cassiera come tante. Ha occhiali enormi, zigomi lentigginosi, capelli chiari raccolti in una coda bassa. Mai un filo di trucco. Sorride, dando il resto ai clienti. Smette subito, appena rimette i soldi a posto. Si nasconde in maglioni larghi e informi. Ha sneakers bianche con tre righe d’argento. È una donna semplice, non particolarmente intrigante. Per tutti, lei è Olga B.</p>
<p>Ma per lo Strip Club<em> &#8220;Hot Dreams&#8221;</em>, il sabato sera, lei è la strabiliante <em>Luna.</em></p>
<p>Ci sono decisioni che la necessità ti obbliga a prendere. Qualcuno le chiama <em>scelte</em>. Con i soldi che da qualche mese guadagna al Club, Olga può mantenersi ma, soprattutto, provvedere al figlioletto di cinque anni, frutto, assolutamente perfetto, di un amore completamente sbagliato. Figlio che, oltretutto, vive con i nonni, lontano da qui.</p>
<p>Ma poi… L’<em>Hot Dreams</em> è un locale per gente di un certo livello. (Glielo avevano garantito). Nessuna banconota infilata nella lingerie, nessun uomo bavoso addosso. (Glielo avevano promesso). Le sue danze private, per i clienti più facoltosi, sarebbero avvenute sempre in stanze appartate, sotto stretta sorveglianza. (Glielo avevano assicurato).</p>
<p>E invece no. E quando la strabiliante Luna sparisce, rimane la mia Olga, fragile e stanca. Umiliata e combattuta.</p>
<p>“Sai, noi eravamo tanto poveri”, mi ha raccontato  Olga, un giorno. &#8220;Ricordo che la nonna aveva un vecchio alberello di Natale, di quelli finti, tutto sgangherato e  barcollante. Ogni anno lo tirava fuori da una vecchia panca e ci appendeva di tutto, per nascondere i rami sempre più spelacchiati. Poi lo appoggiava a grosse pietre perché stesse dritto.</p>
<p>Io ho una parrucca blu, il trucco sugli occhi, brillantini appiccicati ovunque, un costume sbrilluccicante, tacchi altissimi. Ecco. Io sono come quell&#8217;alberello.<br />
Mi addobbo tanto per coprirmi i vuoti, dentro. Ma basta una spinta e tutto viene giù. E dietro al bello dei colori, io crollo.</p>
<p><em>Io crollo&#8221;.</em></p>
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		<title>Camminare a Sud</title>
		<link>https://www.borderliber.it/camminare-a-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 02:12:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Narrare]]></category>
		<category><![CDATA[Raccontare]]></category>
		<category><![CDATA[Spazzatura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Daniela Grandinetti Al mattino esci presto, c’è un sole discreto, camminare sarà una festa. L’acqua del ruscello è allegra, scende a valle con la sua impetuosità montanara. Viene voglia di immergersi in quell’acqua limpida, camminare sui sassi lisci, puliti, levigati. Qui i balconi sono quadri dipinti, fioriti, ricchi, pieni dei colori che hanno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Daniela Grandinetti</strong></em></p>
<p>Al mattino esci presto, c’è un sole discreto, camminare sarà una festa. L’acqua del ruscello è allegra, scende a valle con la sua impetuosità montanara. Viene voglia di immergersi in quell’acqua limpida, camminare sui sassi lisci, puliti, levigati. Qui i balconi sono quadri dipinti, fioriti, ricchi, pieni dei colori che hanno i fiori nella loro stagione migliore. Cammini e senti di visitare un mondo che sfiora la perfezione, è così come lo vorresti, ti restituisce armonia; perfino il tè che sorseggi prima di metterti in cammino è intenso e profumato, come la marmellata, che ha la consistenza giusta. Per fortuna esistono posti così, posti nei quali sentirsi bene, umani, adeguati.</p>
<p>I sentieri sono segnati, puoi procedere tranquilla, le facce che incontri sorridono, ti salutano, e tu rispondi, perché così si usa tra viandanti in cammino sui sentieri di montagna. Guardi le cime maestose delle Dolomiti e ti sembra d’essere appena un gradino sotto a <em>D’io</em>, che deve essere là, oltre quelle nuvole che squarciano il cielo cristallino, mollemente sbuffanti e così piene che pensi che lui da là ti osserva, e sta comodo. Sì, <em>D’io</em> – se c’è – deve abitare qui e sorride paterno alle nostre ingenue fatiche di camminatori. Quando la settimana in alta montagna è al termine, sei ritemprata e il tuo corpo ti ringrazia: tutto quassù è perfetto, hai speso bene i tuoi soldi, ovunque tu sia andato sei stato un turista soddisfatto.</p>
<p>Invece camminare a sud è diverso, un altro mondo. Non è solo l’ambiente naturale che è differente: <em>il ruscello scorre sonnolento a valle, chiede acqua, ma ti parla di frescura nella sua ombrosità disordinata</em>. È anarchico, dipende dalla pioggia, dal caso, come del resto tutto, qui. Non ci sono nuvole immense, ma un cielo striato di un bianco puro che ti fa desiderare le nuvole, quelle vere, tonde e grasse. C’è una natura parsimoniosa e ti arrabbi perché ne vedi l’abuso. Qualche rifiuto in giro, ad esempio, che ti dice che qui non ti vendono nessun quadro, nessun sentiero, non c’è merce di scambio. Qui se vuoi te la devi cavare, devi camminare e trovare la strada, magari perderti, per poi ritornare.</p>
<p>Qui camminare richiede fatica, il respiro ha la difficoltà dell’ansia di qualcosa che sta lì in agguato pronto a colpirti: <em>un cane randagio, un colpo di fucile, un sentiero sconnesso, perché è questo che ti raccontano del sud, tanto che ti si appiccica alla pelle e quando cammini sta scritto nel respiro</em>. Qui camminare è “all’improvviso”. All’improvviso il bosco si distende e ci sono alberi le cui cime – e non tu – dialogano con <em>D’io</em>. All’improvviso le felci sublimi e robuste sono un reticolato di verde che riceve i raggi del sole così distintamente che tu quei raggi li puoi contare mentre si posano a baciare le piante, è un ordito di trine intessuto da mani di angelo che dà finalmente pace al respiro spezzato. All’improvviso, in un punto, il ruscello è più prepotente e ti chiama, ti invita a ballare con lui, a levarti le scarpe e percorrerlo amico o magari tenertele e arrampicarti bagnandoti di dolcezza, di acqua fresca e leggera.</p>
<p>All’improvviso gli alberi si fanno sculture, giganti diffidenti che valutano gli uditi attenti e perspicaci e custodiscono antichissimi segreti. Qui non scegli, sei scelto. All’improvviso ti accorgi che hai camminato per ore senza incontrare un umano e neanche te ne sei accorto. All’improvviso. Qui devi saper conquistare, non c’è niente che ti venga offerto solo perché tu, viandante, passi da lì. Devi esplorare bestemmiare e incazzarti, perché qui <em>D’io</em> non c’è, non è come in quell’altro mondo a sorridere bonario e invisibile. Qui lo devi chiamare urlando e imprecando e non sei mai sicuro che ti risponda. Qui sei da solo contro il mondo, e senti che va bene così. Qui manca l’armonia costruita dall’uomo, c’è l’anarchia di una natura selvaggia e innocente che ti chiede un passaggio, e salvezza.</p>
<p>E tu sai che sarai salvo salvandola. Qui – infine – c’è un respiro di vita ruvida e violenta che parla col diavolo. E poi con te. E quando finisce, sei un passeggero ubriaco e incantato, inebriato dalla fame dei lupi mannari.</p>
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