Se la luna mi porta fortuna di Achille Campanile

Recensione di Marco Ponzi. In copertina: “Se la luna mi porta fortuna” di Achille Campanile, edizioni Bur, prima uscita 1927
Non so se io sia l’unico a cui capiti questa cosa, sicuramente no, ma tutte le volte che accade me lo domando. Mi spiego: i generi letterari sono tanti e aumentano sempre di più mescolandosi tra loro per intercettare, possibilmente, i gusti di un pubblico nuovo o semplicemente curioso. Data l’omologazione imperante, il proposito di chi pubblica libri pare opportuno, o meglio, opportunistico.
Vanno forte i gialli, i thriller e, ultimamente, i romance. Un tempo, era stata la volta dei young adult o delle saghe familiari o di vampiri, passando per le storie di gatti, di biblioteche maledette, di storia egizia e nazisti. Non dimentichiamoci i fantasy con draghi e maghetti in auge qualche era letteraria fa. Tutta roba adatta anche al cinema.
Insomma, ci sono le mode e pare che le case editrici si mettano d’accordo per essere sicure di vendere ognuna la propria parte di carta. Uno dei generi che, però, non vedo mai andare forte, è quello umoristico. Sarà che sui vampiri non c’è nulla da scherzare? Nemmeno i gatti amano la celia, da quel che mi risulta. Ma tant’è.
Strano, mi dico: se il lettore ha voglia di leggerezza, come mai non sceglie l’umorismo? A memoria, ma potrei sbagliarmi, non ricordo di casi eclatanti di libri umoristici in vetta alle classifiche (per quanto queste siano poco credibili). Vero è che ci sono quelli di giornalisti pieni di nei che non scherzano affatto (o scherzano davvero, dipende dai punti di vista), bisogna pur riconoscerlo…
Mi domando anche se il desiderio di leggerezza, alla fine, non si tramuti in letture che con l’umorismo hanno poco a che fare e questo allora spiega perché troviamo le saghe familiari, i romance e tutto quanto citato in cima alle classifiche. A questo punto, ci sarebbe da domandarsi cosa sia l’umorismo e quale tipo possa piacere al lettore di oggi che è diverso da quello di ieri.
Eppure se una cosa fa ridere dovrebbe continuare a fare ridere, continuo a osservare. Faccio questo preambolo perché quel che mi capita è di avere delle aspettative alte solo quando mi approccio a un testo umoristico. Con gli altri libri mi posso aspettare di rimanere deluso e lo accetto ma con i testi umoristici la cosa è diversa. Non accetto di rimanere deluso, vai a sapere perché.
A volte è accaduto anche che io abbia riso di gusto leggendo un testo drammatico ma in quel caso era colpa degli strafalcioni a ripetizione che l’incauta autrice aveva disseminato per le oltre cinquecento pagine del libro. Aveva scritto un libro umoristico senza saperlo. Comunque, sarà che sbaglio io, ma mi aspetto sempre di ridere a crepapelle quando ho per le mani un libro umoristico e forse mi sarà successo solo una volta o due.
Sono arrivato quindi alla conclusione che, come molte cose, l’umorismo sia una questione soggettiva, anche quando alcuni testi si portano dietro un’aurea di oggettività e, si dice, piacciano a tutti.
Ho voluto leggere, a riprova di quanto detto, un testo di Achille Campanile, celebre umorista novecentesco famoso soprattutto per “Agosto moglie mia non ti conosco” ma, dato che non mi fidavo delle aspettative, ho optato per “Se la luna mi porta fortuna”, un libro di quasi un secolo fa.
Si raccontano, in questo volume, le storie surreali di diversi personaggi e, mai come in questo caso, la “sospensione dell’incredulità” si mescola alla vita reale.
Troveremo personaggi che, a seguito di svariati duelli persi, si ritrovano della dimensione di una lenticchia e che vantano di essere dei tombeurs de femmes, altri che vanno in paranoia per una bombetta (non l’esplosivo, il cappello), altri ancora che rispondono in modo strampalato a diverse questioni, chi noleggia bambini per tenere occupati i posti in treno, chi fa l’eco di mestiere e chi mangia di professione in cambio di uno stipendio da fame, e così via.
Uno dei pretesti usato in “Se la luna mi porta fortuna”, per fare in modo che tutto questo accada, è un viaggio in treno che diventa occasione di incontro per questi personaggi. Ognuno di loro racconta la sua storia nell’inconsapevolezza di far parte di un racconto surreale e ritenendo, di conseguenza, perfettamente normale e accettabile ciò che dichiara.
Ogni tanto, l’autore buca la quinta e si rivolge al lettore ricordandogli che si tratta di un libro. Questa cosa potrebbe fare ridere: l’autore impiccione che si immischia negli affari dei suoi personaggi. Nel complesso, si potrebbe definire un libro pieno di sketch spiritosi ma sono un po’ slegati perché il surrealismo è tale da non permettere di seguire un filo conduttore nitido. Oserei dire che, ogni tanto, il lettore venga distratto dalle battute.
È un po’ come quando si ride tanto al punto da non riuscire a fermarsi e, nel frattempo, altri fanno battute spiritose che però non possono godere del risultato della risata perché questa viene soffocata dalla precedente. È un caso di tempi comici non rispettati.
Alla fine, non si sa più di cosa ridere e l’autore, che è un umorista, avendolo capito, chiude la questione con un finale malinconico. Anche questo dovrebbe fare ridere.
