Roma sotto a ‘sto celo di Marco Masciovecchio

Roma sotto a ‘sto celo di Marco Masciovecchio

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Roma sotto a ‘sto celo” di Marco Masciovecchio, Delta3 Edizioni, 2025. Postfazione di Emanuela Sica

Intrisa di vita, di goliardia, di saggezza popolare, di Roma. Non dimentica nulla Marco Masciovecchio, autore di una raccolta poetica che sintetizza perfettamente l’anima della sua città. Una lingua pura e ancora pulsante, parlata con orgoglio, sa raccontare l’esperienza e racchiuderla in versi che sanno riempire di ironia ogni scenario.

“Roma sotto a ‘sto celo” non è malinconica rievocazione, non è il dialetto piegato alle esigenze della riappropriazione, non è un passatempo o un gioco della mente; il libro di Masciovecchio è rappresentazione del suo stesso pensiero, di quella sociologia appresa per le strade e per i quartieri; ma è anche confronto con problemi vecchi e nuovi, nonché con la natura umana.

Il poeta entra in scena presentandosi. La sua voce racconta la storia di un tempo e di un luogo. “Roma sotto a ‘sto celo” è come una casa immersa nell’infinito. La città eterna dona a chiunque sé stessa. Capitale di un impero che ha unito il mondo antico, casa in cui ogni filosofia e ogni religione si sono incontrate, essa accoglie reietti e sovrani.

Il poeta Masciovecchio è plebeo, popolano, cittadino di borgata che vede il mondo sciogliersi davanti ai suoi occhi. “Roma sotto a ‘sto celo” è un canto pasoliniano che nella lingua del volgo trova forza. È pure la visione particolare del poeta che si intreccia all’universale. In tutto ciò vi è la forza poietica del dialetto: due parole ben dette, un’allegoria del mondo, una sentenza che si tramanda, una consuetudine che si confà a ogni tempo.

E questa capacità che sa unire violenza e dolcezza, riflessione e azione, smarrimento e ritrovamento del sé, si fa verso, denuncia, constatazione, libera interpretazione. Tutto ricade in una perfetta musicalità che l’orecchio percepisce senza difficoltà, perché mai stona, ostinandosi a essere presenza che pretende di essere percepita. La voce delle prostitute, delle persone comuni, degli operai, degli emarginati è caput mundi.

“Roma sotto a ‘sto celo” non vuole applausi. Al popolo non serve il pennacchio; fa di testa sua anche quando appare sottomesso; crea le proprie regole mentre finge di rispettare quelle calate dall’alto; costruisce la sua identità quando certe tendenze si manifestano con pretestuosità.

Roma città libera e aperta, questo ci dicono i versi di Masciovecchio, che scrive nella lingua viva della sua gente, usando parole che i romani hanno coniato nei secoli, con cui hanno sfidato imperatori e papi, dittatori e capibastone; capaci di sopportare il peso delle tirannidi e di accogliere tra le proprie braccia persino gli scacciati.

Masciovecchio costruisce versi di vita che ha imparato lungo la strada; facendo esperienza di un linguaggio che è sopravvissuto alle epoche. È il popolo che resiste sempre. Roma è infatti il suo popolo.


Hai preso li panni da la lavatrice
poi sei salita pe’ infinite scale
facenno rumore co’ la chiave

Ma chi l’ha detto che in arto ce sta’ er Paradiso?
Aprendo la porta in fero der terrazzo
sei entrata ne la panza dell’Inferno

Hai steso sopra ar filo le camicie e le majette,
le chiavi l’hai ariposte nel cesto de le mollette,
‘na nuvolaccia nera copre er sole.

Nun aspettavi antro, era er segnale.

Scavarchi er parapetto
er sole riappare, te fa’ l’occhietto.
Chiudi l’occhi e spicchi er volo
a braccia aperte, un crocifisso che cade sull’asfarto.

Er botto arisveja er condominio,
er silenzio rotto d’ar pianto d’un bambino
er celo s’aricopre, se rifà nero.

Sopra l’asfarto c’è arimasto er corpo
tu, libbera te ne sei annata,
schiodata da quella Croce.

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