Rivoluzione Nera: Dance, Spritz e Futurismo

Rivoluzione Nera: Dance, Spritz e Futurismo

“Rivoluzione Nera: Dance, Spritz e Futurismo” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale

Sognava la “Rivoluzione Nera” mentre girava nel bicchiere quel po’ che era rimasto di Spritz. Facendo sbattere i tre cubetti di ghiaccio che spuntavano come iceberg dal liquido rosso sangue – secondo lui pagato troppo – con precisione militaresca seguiva il tunz tunz che proveniva dalle casse montate all’esterno del locale. Si vedeva a capo di un manipolo di uomini in marcia lungo le strade della Capitale. Lui in testa, fiero, con il petto in fuori, a passo d’oca, con un portamento da uomo maturo tutto testosterone e forza di volontà.

Sua madre lo aveva allevato con latte del suo seno, poi lo aveva svezzato con le migliori carni, infine lo continuava a nutrire secondo una identitaria “Dieta Mediterranea” che solo pochi bucolici italiani potevano gustare. Lui non sapeva distinguere il prezzemolo dal basilico, non conosceva i rudimenti della coltivazione, ma era convinto che la nazione dovesse ritornare alla terra. Qualcuno lo avrebbe fatto per lui. Sentiva infatti di avere le qualità per fare breccia nel popolo e per diventarne guida suprema.

Avrebbe imbastito la sua “Rivoluzione Nera” tenendo in considerazione il malumore comune verso un’Europa assassina, disgraziata; terra di banchieri, di ebrei depravati, di musulmani che volevano calpestare l’identità comune. Ah le civiltà spartana e romana: le migliore forme di Governo erano le loro. Solo i sani di mente, di spirito e di corpo avrebbero capito; proprio quei soggetti interessavano a lui. Li avrebbe reclutati con un sofisticato annuncio su Telegram.

Mentre beveva il terzo Spritz della serata, immaginava campi recintati in cui chiudere i dissidenti. Nostalgico delle camere a gas, era anche conscio di non poter eccedere, almeno in un primo momento, con una propaganda da “soluzione finale”. Avrebbe però potuto usare degli escamotage, tipo la lettura del primo capitolo di “Mafarka il futurista”, intitolato “Lo stupro delle negre”. C’entrava poco, ma era un modo sottile per prendere confidenza con i concetti di razza e di supremazia. Avrebbe potuto spingere le sue doti da retore, avviando la fondazione del suo movimento intercettando coloro che, come lui, si riunivano il sabato sera per bere e per rimediare una ragazza.

Sebbene il ruolo della donna fosse quello di produttrice di soldati per il futuro esercito patriottico, ella avrebbe dovuto anche depurare, con umiltà e senza troppe invasioni di campo, le derive omoerotiche tipiche dei camerati. Va bene avere un compagno sul quale testare la propria forza spirituale e muscolare, un po’ come Achille con Patroclo, ma senza dare troppo nell’occhio. Egli comunque, in qualità di nuovo atletico Duce, si sarebbe accompagnato solo con donne, sebbene a volte un sentimento di attaccamento si sviluppasse nei confronti di Karim, un indiano dal viso gentile, non troppo giallo-ittero, moderatamente caucasico nei modi, che d’estate dava sfoggio del suo pacco pubico mentre montava la sua bancarella di abiti e borse, che trasportava sulla spiaggia mettendo in mostra il suo fisico statuario.

Secondo lui, Karim era un discendente dei greci che arrivarono con Alessandro Magno. Ai suoi occhi, quindi, andava protetto, se non addirittura incluso nel suo progetto politico, tenendo lontano da lui gli ideologi della Remigrazione.

Era giunto al sesto Spritz e nella sua mente le visioni della “Rivoluzione Nera” erano vivide. Davanti a lui c’era una giovane donna che teneva per mano la sua bambina. Ecco, poteva cominciare da lì: un attentato in piazza, una bomba nel pieno della movida. Seguire la lezione del principe Borghese: «colpire donne, bambini e anziani. Creare terrore e dare la colpa ai comunisti, anche se non esistono più». Ebbe un’illuminazione proprio mentre la piccoletta si girò verso di lui sorridendo, ma non aveva i mezzi per metterla in pratica. Avrebbe voluto avere una pistola per sparare tra la folla, per ammazzare quella bambina con un colpo in fronte, ma aveva solo un accendino con cui diede fuoco a una sigaretta.

Aveva sonno. Voleva andare a dormire. Era stanco. In tasca aveva la Postepay Evolution del padre per pagare da bere, nel naso aveva il profumo delle coperte del suo letto. La madre le aveva lavate con il detersivo alla lavanda, che a lui piaceva tanto. Era bello dormire nelle coperte lavate da mamma. Tutti i conflitti sparivano.

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