Personal Jesus

Personal Jesus

“Personal Jesus” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata dall’autore con l’intelligenza artificiale

Nella stanza sta nascendo la primavera, tienila stretta nel pugno della mano, lasciala andare finché non sarà il vento a gridare il cantico della rimozione.

Pallido, come il primo giorno di convalescenza, al termine della malattia dei sensi, al solstizio della stagione buia, come particella della solitudine del disordine altrui: ti riconosci? Bacia, senza provare disgusto; abbraccia, senza pentirti.
Sussurra il cantico che guida e ispira il sorriso di un bambino tra le spighe di grano, beccato mentre piscia, immortalato tra felicità e stupore.
È arrivata la primavera: puzza di adolescenza, di speranza sbarazzina.
È venuto in soccorso il tuo Personal Jesus.

Ti ha preso per mano, ti ha spalancato la porta della sua stanza da letto.
L’azzurro delle pareti, come il cielo nelle giornate di serenità piatta, simile al mare scosso dal vento di terra, ti ha acceso il ricordo immobile che genera mondi: un’assemblea di bambini che disegna il sole, gli alberi e una famiglia dai tratti mostruosi ma sorridente.
Nel cantico dei tuoi pensieri, tra i santi anonimi bevitori stava seduto il tuo inaccessibile dolore: il padre e il suo peccato originale.
È di fronte il ricordo di lui che hai fermato lei, la donna della tua età adulta: non c’è amore sotto gli occhi del padre; ammaestra prima il tabù, liberalo dall’angoscia, relegalo al silenzio, che sia inoffensivo per te e per sé stesso.

Spiccato il volo, vorticando come la sabbia nel vento, tu crescevi con la convinzione che l’amore fosse uno e unico, giammai trino, fin quando non scopristi che il bello e il brutto non agitano la passione: l’eros non è un valore, ma un istinto suscitato dal tepore e dal profumo di un corpo.
Desideravi il corpo di chi voleva essere sempre desiderata: chiunque ella fosse; sei entrato e sei uscito, ti sei deriso, accusato e per un tratto rincoglionito, non ti sei mai giustificato: hai fatto ciò che andava fatto.
Eri tu, irrevocabile nel giudizio, a cercare corpo dopo corpo l’assoluzione, la necessità di morire tra chiazze bianche e figli incompiuti, in una stanza o dietro una siepe, su un muretto con l’intonaco arricciato, nel sottopassaggio buio in cui attendevate che il treno coprisse i vostri schiamazzi.
E mai finisce quella voglia di cercare, di fermarsi solo per poco e poi fuggire.
Hai abolito il padre, ma non il suo spirito: ti sei sentito abbandonato nel qui-ora, come per il resto dei tuoi giorni.
Ti sei portato via i suoi sogni; hai messo in tasca le sue lacrime.
Sparire per primo, sparire per salvarsi, essere perennemente in uno stato di dissolvenza, fino a non lasciare traccia.

Il cantico della rimozione è muto: la voce inespressa dei momenti sospesi che si mostrano a te come film senz’audio e in bianco e nero.
Non hai ancora musicato le strofe, non hai dato note al tuo pianto e al tuo sorriso, non hai permesso che altri spiriti entrassero in te: sei l’origine e la fine, il padre che si è fatto padre di sé stesso.
Senza colore, senza rumore, senza voce, senza un te che si prenda il merito delle vittorie e delle sconfitte.
Ora torna alla prima strofa, ripeti tutto dal principio; sussurra e pentiti, pentiti e riconciliati, riconciliati e non cantare più.
È un finale possibile che sta tra il tuo cuore e la tua anima, tra il fegato e i polmoni; impara a respirare e a purificare, scegli se amare o se consegnarti all’eternità.

Falla finita.
Non cantare più Personal Jesus.
Il silenzio è un atto di guerra rivolto ai cretini.
Non recitare più atti di dolore in pubblico: non lasciare che un gioco di parole risvegli un pettegolezzo.

Infinite volte ti sei distrutto per una parola.
Infinite volte ti struggerai per amore di una parola.

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