Malacarne. Giosuè Calaciura e il “niente” della Mafia

Malacarne. Giosuè Calaciura e il “niente” della Mafia

Recensione di Martino Ciano

Non eravamo niente, signor Giudice… è una frase che apre ogni capitolo di questo libro, che viene più volte ripetuta nel corso delle 197 pagine.

Ed eccoci catapultati nel monologo di un sicario che racconta tutto ciò che forse sappiamo, ma che spesso non vogliamo ascoltare. Poco importa che questo libro sia stato pubblicato venticinque anni fa, perché ancora gira fresco tra i nostri timpani, scuote come allora le nostre anime. Di Malacarne continua a essercene tanta, lì in Sicilia, qui in Calabria, ovunque nel Mezzogiorno dei disgraziati, dei perdenti, degli omertosi, dei compari. Il no di qualcuno non è servito a fermare l’ondata di menefreghismo, altro che paura, che rende questo popolo colluso più che sottomesso. Dopotutto è sempre una lotta tra Stato e anti-Stato, un fottersi a vicenda.

Calaciura mette tutto nero su bianco, sottintende e crea un’allegoria, una storia che sembra a volte una macabra favola, come quelle novelle che un tempo si raccontavano ai bambini, i quali venivano educati con terrore al rispetto delle regole sociali. Regole sociali, ossia sovrastruttura invisibile.

Ma in questa sovrastruttura si inserisce anche la politica internazionale. Ai tempi in cui scrive Calaciura era caduto da meno di un decennio il Muro di Berlino, la Cia era stata padrona d’Italia e nella Democrazia Cristiana c’erano gentlemen e capibastone. Dei mafiosi c’era bisogno, ché loro sapevano ammazzare, sapevano spaventare, sapevano comprare e vendere gli uomini. Calaciura non dice direttamente queste cose, il suo personaggio è un sicario che ama girare intorno ai fatti; si diverte a raccontare come s’ammazzavano donne, uomini, bambini, imprenditori, infami e quaquaraquà. Tanto lo sapevano i picciotti di essere niente, anzi un niente che ha il dovere di rendere niente le altre cose, in barba a tutta l’ontologia dell’Essere e al fanatismo per le radici magnogreche.

Ed è stato davvero affascinante leggere questo libro che scorre via, pagina dopo pagina, sorprendendo sempre il lettore su un argomento che mai tramonta, su una storia che ogni meridionale non sempre accetta, su un esame di coscienza che forse è inutile ormai farsi, visto che niente lo siamo diventati un po’ tutti.

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