La risacca

La risacca

“La risacca” è un racconto di Manuela Fucci. In copertina una immagine scattata e rielaborata da Martino Ciano

Sono le sei.

A breve il lido annuncerà al megafono l’orario di chiusura: “Che tutti raccolgano le proprie cose”. Questo è il momento in cui ripenso alla mia vita con te: siamo sorelle, siamo reciproche; ci allontaniamo e ci avviciniamo come se a tenerci fosse un elastico robusto.

Avevamo quattro e sei anni e mezzo la prima volta che abbiamo visto questo mare. Erano le otto del mattino. Volevamo camminare sulla sabbia prima di tutti. C’era solo la risacca che si arricciava sulla riva, frammenti di conchiglie e un piccolo granchio in cerca dell’ombra di un sasso. Trascinavamo come reti le buste zeppe di secchielli e formine.

Arrivate al nostro ombrellone abbiamo lanciato in aria i nostri Pescura e poi di corsa incontro al mare, freddo come pietra. Con tutta la forza che Dio ci aveva dato, abbiamo infilato i braccioli, che ci stringevano come lacci emostatici, poi ci siamo guardate e abbiamo capito di essere pronte.

Così siamo entrate in acqua, fino alle pance, urlando disperate per il gelo del mattino. I capelli fluttuavano, immersi, mentre ci scambiavamo smorfie e balletti, sorde alle urla dei nostri genitori. Poi su, a rifornirci d’aria, e un altro tuffo, fino ad avere le mani e i piedi: “come quelli delle streghe”.

Ogni volta, dopo pranzo, c’era l’amaro divieto del bagno, ma noi ci credevamo furbe. Sedevamo sulla battigia aspettando le piccole onde sulle gambe e mai sulla pancia – portavamo a casa grammi di sale nei nostri riccioli biondi –, scavavamo tunnel e innalzavamo torri; papà ci aiutava a tracciare una diga, che riempivamo con secchiate di mare.

Le conchiglie, i cocci – di vetro o terracotta – i sassolini sporchi di sabbia, sono insieme nei vasi delle nostre case. Se il mare era furioso, lo guardavamo dall’ombrellone, come gatti sotto un portico quando piove; contavamo il blu, il bianco e l’ardesia.

Dobbiamo andare.

Le mamme agitano in aria gli asciugamani con la faccia rivolta al mare. I figli sono in acqua, come ombre cinesi contro il tramonto; emergono e si rituffano in candele e capriole. Gli amanti si scambiano baci sotto i tettucci dei lettini; il venditore di cocco benedice le ultime fette della giornata finita, ha la pelle come pece.

Dobbiamo andare.

Dobbiamo portare a casa i nostri ricordi, quelli che raccogliamo da quarant’anni, e lasciare la spiaggia per ultime, guardare l’ultimo raggio di sole, per ricordarci di questa bellezza.

Vestiamoci, compriamo due ghiaccioli, dividiamo una birra fredda!

Quali storie ti racconta il mare? Sorridi a labbra chiuse e fai ruotare il braccialetto di cuoio sul polso: giri la ghiera dei tuoi pensieri, e ti perdo. I tuoi occhi blu guardano la lama dell’orizzonte: forse ripensi a quelle mattine: alla sabbia fresca, alle orme dei gabbiani, alla ruota che facevi mentre i tuoi capelli sollevavano mucchi di granelli. Poi ridi e la tua risata, che mi ricorda nostra madre, schiarisce i miei pensieri.

Infine mi chiedi se torneremo. Torneremo e ci saranno giorni infiniti con noi due dentro, con le nostre orme e i cocci, in vasi sempre più panciuti, e avremo ancora i castelli da costruire, i granelli nei capelli, molti costumi da lavare, i figli lontani e i nipoti vicini, e gli occhi assetati di mare.

 

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