Ponte

“Ponte” è un racconto di Luciana De Palma. In copertina un quadro di Katsushika Hokusai
Nell’attimo in cui passavo sul ponte mi appariva chiaro quanto fossero distanti i due mondi che collegava: da una parte la città, dall’altra la campagna. Più trascorrevano gli anni, più aumentava la sensazione del divario tra gli umori che provavo a seconda che percorressi il ponte verso la città o verso la campagna.
Da bambina andare in un senso o nell’altro significava procedere verso la libertà dalla scuola oppure dritta verso le sue fauci; a maggio la famiglia si trasferiva in campagna ed io ero felicissima perché voleva dire che la fine della scuola era prossima, mentre a ottobre, dovendo ritornare nell’appartamento cittadino, incombeva sul mio respiro il peso atroce della visione di me con il grembiulino, la cartella e i compiti da svolgere ogni santo pomeriggio.
Nel terrapieno ai lati del ponte affondano le radici di altissime acacie, le cui chiome, assecondando i cicli dell’anno, mi hanno sempre aiutato ad arginare le mie esondazioni temporali: passando attraverso la loro ombra, più o meno fitta a seconda che fosse inverno o estate, ho sempre avuto l’impressione di destreggiarmi con maggiore facilità tra le stagioni che, benché si ripetano senza troppe variazioni, in realtà contengono molti più cambiamenti di quanti uno è disposto ad accettare.
E il ponte, insieme a quegli alberi, è lì, imperterrito, indifferente alle macchine, alle moto, alle biciclette e ai pedoni che ogni giorno lo calpestano.
Se ne sta composto nella sua semplice struttura, sospeso su una strada regionale a scorrimento veloce, immerso nella più totale assenza di aspettative e speranze: qualunque cosa accada, lui non si opporrà. Nessuno scricchiolio, nessun lamento per esprimere rimostranze.
E, se mai gli uomini che abitano nel paese in cui è stato costruito decidano di buttarlo giù per sostituirlo con uno più moderno, lui non nutrirà rancore. In fondo, è ben consapevole che la sua identità si limita alla funzione di collegamento e che nessun libro di storia o di geografia lo menzionerà mai. Dubito che verrà a conoscenza di quanto per me sia sempre stato molto più che una via di comunicazione tra opposte porzioni di mondo.
Attraversarlo vuol dire andare incontro alla libertà, alla felicità e all’immensità degli orizzonti oppure verso la prigionia degli obblighi, all’infelicità di giorni scanditi da doveri e necessità, alla limitatezza del cielo costretto tra palazzi e strade.
Qualche volta ho provato il desiderio di fermarmi sul tratto orizzontale per affacciarmi sul vuoto dal parapetto di metallo; avrei guardato da vicino gli alberi piantati in sequenza perfetta a destra e a sinistra lungo i tratti obliqui, confessando con quanta disperazione mi aggrappavo alle loro fronde quando avrei voluto fare a meno di tutto e di tutti, tranne che della loro luminosa leggerezza.
Sono trascorsi molti anni, andando continuamente da una parte e dall’altra di questo ponte; gioie e dolori si sono alternati come le stagioni che segnano il passo nelle sfumature delle foglie e nei miei giorni.
Sono stata bambina che esulta nell’attraversarlo in primavera, poi adolescente che tace la sofferenza di una morte improvvisa che ha tolto ponte un po’ del suo valore di zona franca, infine donna con tutta la lunga serie di responsabilità a cui far fronte anche quando la mente è altrove.
Molte volte ho invidiato il ponte perché tutto ciò che doveva fare era restarsene lì, il più fermo e immobile possibile, vincendo le divergenze con terremoti e altre calamità.
Stare nel mezzo, non appartenere a nulla fuorché a sé stessi: questo avrei voluto anche per me. Come quando si è in aereo o in treno e lo spazio tra il paese di partenza e quello di arrivo è privo di tempo e quindi prodigiosamente eterno. So bene che il ponte mi ignora e continuerà a farlo anche quando non ci sarò più; migliaia di persone fanno lo stesso con lui, io sono una dei tanti di cui poter ignorare il nome, le vicissitudini, le sofferenze, le soddisfazioni.
Resterà solidamente ancorato ai materiali di cui è fatto, mentre la mia sostanza diventerà polvere e poi si dispererà al primo confronto con l’immensità vuota dell’universo. Questa differenza tra noi me lo rende ancora più caro poiché senza alcuno sforzo mi restituisce una verità che chiede di essere accettata così com’è. Intanto eccomi per l’ennesima volta sul punto di percorrerlo. Mi precede una lunga fila di auto: alle mie spalle la campagna, le colline, i campi aperti, le greggi sparse, i mandorli contorti e i piccoli trulli abbandonati, davanti a me i primi palazzi, un benzinaio, la sagoma di un supermercato.
Le macchine avanzano; da un paio di esse partono strombazzamenti di impazienza. Oggi, e senza alcun motivo preciso, non mi curo del traffico che mi farà di certo ritardare; ne approfitto per isolarmi nei miei pensieri e catapultarmi in un miscuglio di passato e presente.
Se il tempo è un’invenzione umana e non esiste alcuna consistenza che ne faccia una realtà scientificamente provata, allora voglio farne a meno anch’io, superando la concezione di un progresso lineare in cui i giorni seguono le notti e gli anni si avvicendano con la precisione millimetrica dei passi dei trapezisti su una corda sospesa a venti metri da terra.
Ingranata la prima, non farò altro che conquistare meccanicamente l’asfalto, centimetro dopo centimetro, mentre nella mente si affastellano senza ordine memorie di me e della mia vita. Il ponte potrebbe testimoniare i miei cambiamenti, anche spirituali, poiché non una volta è successo di attraversarlo con umore identico all’andata e al ritorno.
A metà tra ciò che ineluttabilmente è e ciò che vorrei fosse, resto come nel più straordinario degli equilibri momentanei: quando sono in cima al ponte, rallento più di quanto servirebbe, alternando occhiate nello specchietto retrovisore a quelle oltre il parabrezza.
Mi sono tramutata in Giano, dio bifronte.
Sono nella terra di nessuno, sull’apice di un ponte di cui a nessuno, in fondo, importa molto a meno che per riparazioni urgenti debba essere chiuso, costringendo tutti a frustranti deviazioni.
Qui su, benché non sia la cima dell’Everest, accade di sentirmi parte di un infinito senza nome, senza tempo, sena ostacoli.
Nella mediana dell’anima c’è sempre un ponte che unisce strade di cui nessuno sa da dove partono né dove conducono.
