I cinque malfatti di Beatrice Alemagna

I cinque malfatti di Beatrice Alemagna

Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: “I cinque malfatti” di Beatrice Alemagna, Topipittori, Prima edizione 2014, ripubblicato per Rcs Media Group nel 2024

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio”
Incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj

C’erano una volta “cinque cosi malfatti”. E così uno aveva dei buchi in mezzo alla pancia, un altro era piegato in due come una lettera, un altro sempre molle, roba da invertebrati, un altro capovolto e un altro ancora completamente sbagliato, il malfatto per eccellenza, senza una forma.

La loro estetica, resa nei disegni usciti come le parole dalla mano magistrale di Beatrice Alemagna, conta perché è un riflesso della loro inettitudine morale (“non riuscivano a concludere niente nella vita, né avevano voglia di fare granché”) e dell’ ambiente in cui abitano (in una “grande casa sbilenca che sarebbe potuta crollare da un momento all’altro”): anche in questo caso il disegno è iconico, a rendere una dimora obliqua, pendente, instabile nonostante la sua pesantezza voluminosa. Però questi malfatti erano stoicamente irriverenti e si divertivano molto a discutere “su chi, fra loro, fosse il più malfatto”.

Per fortuna, però, un Dio c’è sempre e allora, come un deus ex machina, “un giorno, da non si sa dove, arrivò un tipo straordinario”, fisicamente perfetto e tutto il contrario dei nostri cari malfatti. Anche qui l’immagine rende benissimo l’idea di tale perfezione, anche in modo parossistico e, forse, caricaturale: una lunga treccia rossa, morbida come una matassa di lana, che arriva fino a terra, come fosse un vestito da sposa, un naso vero, come ironicamente espresso dalle parole “un naso al posto del naso” e altre bellezze levigate e perfette, niente buchi o piegature, per intenderci. Lui aveva la soluzione per la depravazione morale dei malfatti, sentenziando che a loro servisse “un’idea”, lui, che era “il perfetto”.

E fin qui la pars destruens della storia.
Poi c’è una parte mediana (medium): e infatti ognuno dei cinque rispose ai consigli del perfetto in un modo elegante, ma tale da intendersi come “fatti gli affari tuoi”, parimenti a come Virgilio risponde a Caronte e a Minosse che cercano di ostacolare il viaggio di Dante: ciò avviene rispettivamente nel III Canto dell’Inferno vv (95-96) e nel V canto dell’Inferno vv (23-24) : “vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Al bucato, infatti, le idee passavano attraverso, il piegato non riusciva a trovare le idee tra le sue pieghe, il molle aveva solo idee molli, il capovolto le aveva tutte al contrario, e lo sbagliato per eccellenza non le aveva solo “malfatte”, ma anche sbagliate. Al lettore più generoso situazioni di tal sorta fanno ridere, invece le persone grette e meschine si limitano a offendere “i poveracci”, definendoli una “nullità”: così fece il perfetto nei loro riguardi.

Eppure esiste anche stavolta una pars construens.
E ognuno dei cinque malfatti la costruì sempre attraverso la parola, ovvero evidenziando ciascuno un autentico lato positivo di se stesso: al bucato la rabbia passava via attraverso, il piegato aveva una memoria di ferro, conficcata in ciascuna delle sue pieghe, il molle aveva solo la forza di dormire, senza dar fastidio a nessuno, il capovolto poteva vedere le cose da un’ altra prospettiva, a testa in giù, lo sbagliato sbagliava sempre, ma vuoi mettere la festa che faceva quando, magari per sbaglio, ci azzeccava e ne combinava una giusta?

Di fronte a queste frasi assertive e disarmanti, anche il nostro perfetto rompiscatole non ebbe da fare altro che dileguarsi: non per la nullità dei suoi avversari, ma per la propria incapacità di vedere nei limiti degli altri un pregio.

Questo libro, quindi, può essere letto in chiave filosofica, come una sorta di dialogo socratico che disintegra l’avversario senza violenza; ma anche in chiave psicologica, come autoconsapevolezza della propria specificità e come anelito alla crescita personale, o anche in chiave semplicemente narrativa, come una storia che fa ridere anche e in virtù dei disegni in cui però questi malfatti sono venuti proprio bene, tanto da risultare, paradossalmente, benfatti: ad esempio il piegato è disegnato con tante lettere che fanno pensare all’ apertura mentale oltre che alle pieghe della memoria (che a dire il vero spesso possono essere dolorose!), il rovesciato ha un bel vestito simile a quelli dei soggetti di Klimt o alle figure cubiste di Picasso: ciò rimanda al modo alternativo di vedere le cose, considerandole non come monoliti, ma come realtà scomponibili in varie facce, in vari aspetti da cogliere in modo analitico: si tratta, in verità, di una chiave di volta per tutto e per tutti noi, ciascuno malfatto a suo modo. I benfatti, in quanto perfetti, sono compiuti quindi statici: non impareranno altro e non ci insegneranno nulla; invece solo chi è “sbagliato” può, paradossalmente, sorprendere ed evolvere in positivo.

E qui torna Socrate : solo chi sa di non sapere può intraprendere la strada della conoscenza e del Bene.
In conclusione, consiglio assolutamente la lettura che oggi ho raccontato per il nostro pubblico di ogni età: è un inno ai difetti e alle imperfezioni, che rendono ciascuno unico e non riducibile alla “massa”. Anche in virtù di ciò vorrei fare un plauso alle collaborazioni tra case editrici e quotidiani che consentono a testi magari non nuovissimi, ma che hanno fatto scuola, di sfidare un certo tipo di consumismo editoriale edonistico del qui ed ora, e di arrivare nelle edicole, luoghi troppo spesso dimenticati nel nostro Bel Paese, ma dove conviene sempre fare un salto anche solo per fare una passeggiata, respirare il mondo reale con i suoi profumi, e scambiare due sane parole con l’edicolante.

Ho raccontato parecchio del libro, tuttavia non credo di aver fatto spoiler, innanzitutto perché l’albo, in quanto tale, va visto e solo nella visione tutta la storia trae la sua compiutezza; inoltre, rifacendomi alla poetica greca, mi sento in dovere di sdoganare il concetto stesso di spoiler: i Greci, infatti, quando si sedevano a teatro per assistere ad uno spettacolo, ne conoscevano benissimo la trama, in quanto la tragedia, ad esempio, era una rielaborazione del mito, patrimonio comune di tutto il mondo ellenico; non per questo però essi mancavano di curiosità nell’assistere alla recitazione, in quanto ciò che contava non era il contenuto, ma come esso veniva realizzato, ovvero performato.

Tutta la poesia greca era performance, in quanto viveva davanti agli occhi dello spettatore, nonostante ci fosse un testo scritto. Analogamente, nonostante un libro sia qualcosa di statico, esso prende vita nel momento dell’incontro con il lettore e, nel caso in cui ci siano immagini, l’interazione conta ancora di più ai fini della ricezione di emozioni da parte del destinatario dell’opera.

A ciascuno il proprio malfatto, allora!

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