Giocare a bocce: passatempo per casalinghi annoiati

“Giocare a bocce: passatempo per casalinghi annoiati” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto rielaborata con l’intelligenza artificiale
Sorge con il sole la polemica quotidiana. Ognuno sceglie la propria: quella di chi non può fare la spesa, quella di chi è stato tradito dalla compagna o dal consorte, quella di chi finisce in galera ma si dichiara innocente, quella di chi non può curarsi neanche un brufolo, quella di chi ne ha diverse per genere e per argomento.
Poi arriva un giornalista a mettere a posto le cose, a ordinarle dopo accurate verifiche di fonti e di battibecchi catturati con orecchio lesto, di discorsi semiseri che vanno trasformati in dichiarazioni illuminanti. A seconda del tono, la vicenda diventa torbida o alienante, gioiosa o carica di meravigliose aspettative. C’è chi si accontenta delle parole che legge e chi invece vorrebbe dire la propria, perché la propria versione è sempre di più, è sempre la migliore, è sempre meno politicizzata, manipolata, accomodante di quella dell’autore.
Ma quanto è illiberale questo mondo di finti tonti e di verità aggraziate. Ci sono le buone novelle per gli allocchi e le cattive notizie per frustrati impertinenti che scalpitano per dimostrare la loro sapienza. Ognuno si accomoda alla tavola dell’informazione. C’è chi lo fa per mestiere e chi per tirare su un po’ di popolarità. C’è chi ha come unico obiettivo lo stipendio a fine mese e chi quello di diventare capo popolo. La rivoluzione telecomandata dalla “saggezza dei parolieri” è l’espressione più evidente del decadimento del principio di partecipazione, nonostante tutto, gli “inventori di rivoluzioni” vanno di moda, soprattutto quando si avvicinano le elezioni comunali.
Le competizioni più simpatiche e agguerrite sono quelle dei piccoli paesi; io ne ho viste tante e la cosa più bella è notare la fuoriuscita di vecchie leggende popolari sulle famiglie dei candidati, antiche dispute feudali, odi mai sopiti per qualche metro quadro di terra in più nelle mani di un temibile avversario; oppure, sarcastici racconti su divorzi, cuginanze presunte, legami di sangue non dichiarati nei pubblici uffici, corna in corso d’opera, corna avviate da tempo e socialmente accettate, presunti debiti con chicchessia e altre nefandezze.
E su tutto ciò il discorso politico si riappropria di lingue tribali, di parole scaramantiche, di soprannomi e di ingiurie; ma nel mezzo ci sono anche i temi della globalizzazione, del destino dell’umanità; tutte cazzate, ci mancherebbe; tutte stronzate dette lì per riempire un momento. Il bene comune, poi, è lo stupefacente sulla bocca di chiunque, ma anche un intercalare che non passa inosservato. Tra i filosofi, Aristotele è quello più citato per quanto riguarda il concetto di uomo politico.
Giocare a bocce: un ricordo di inizio XXI secolo
“Piuttosto che giocare a bocce, provo a governare il paese”. Mi disse un tizio una volta. Pensava di candidarsi a sindaco. Da pochi mesi in pensione e felice per i fortunati movimenti avvenuti entro i limiti della legge, quindi senza macchia di reato, con cui si era guadagnato una solida posizione in società, si vantava della sua capacità di saper osservare gli atteggiamenti del prossimo.
Per lui, la ciliegina sulla torta sarebbe stata l’amministrazione della cosa comune. Governare, per lui, era semplice. Ogni azione doveva basarsi sul rispetto di un principio “sociale” inossidabile nei paesi a vita precaria: tutti devono mangiare allo stesso modo. Il rispetto di tale regola avrebbe garantito a chiunque di stare seduto sulla poltrona da primo cittadino fino alla fine dei suoi giorni.
Certamente, ciò sarebbe stato possibile solo se si rispettano altri elementi, come la capacità di tapparsi un occhio quando necessario, o quello di lasciare che una mano lavi l’altra; su tutto però deve cadere il silenzio. “Alla fine sono cazzi nostri, giusto?”.
Anche sui tempi della vita amministrativa aveva un’idea precisa, ossia dei cinque anni di legislatura, per i primi due anni dai la colpa agli amministratori precedenti per quello che non puoi fare, intanto accontenti quelli che ti hanno sostenuto in prima linea; nei restanti tre anni devi dimostrare che qualcosa hai imparato e inizi a fare qualche lavoretto pubblico, inizia a dare contributi e poi valuti come sono messe le famiglie, quale è ancora unita, quali divisioni si sono create, se tutto è rimasto immutato, e cominci a contare i voti sicuri.
Teorie che si sentono ancora oggi, che non passano mai di moda.
Lui però non diventò mai sindaco.
